17 Novembre Nov 2012 1911 17 novembre 2012

Il tribunale: la Camorra comanda anche a Roma

Il tribunale: la Camorra comanda anche a Roma

Camorrista

Un verdetto storico, forse epocale. Per la prima volta nella storia giudiziaria della Capitale è stato sancito che nel Lazio fu creata, promossa, sviluppata e ramificata un’organizzazione criminale di tipo mafioso. Anzi, di stampo camorristico. È il cuore della sentenza pronunciata ieri sera dai giudici del Tribunale penale di Roma nei confronti dei capi e degli esponenti di un sodalizio malavitoso direttamente legato al clan di Casal di Principe, impegnato nel tentativo di trapiantare il suo predominio assoluto nell’area compresa tra la provincia di Latina e il litorale capitolino.

Un’iniziativa che per interminabili otto anni, fra il 2002 e il 2010, aveva conseguito tutti i suoi obiettivi grazie a un ricorso scientifico e di rara ferocia alle armi della sopraffazione, del terrore, della morte. Il reato previsto dall’articolo 416 bis del Codice penale era il fulcro attorno a cui gravitava un’impressionante galassia di crimini «satellite», che spaziano dall’estorsione alle truffe, dall’usura alle minacce, dalle lesioni ai tentati omicidi, dagli incendi e devastazioni di locali e negozi al traffico di stupefacenti, fino alla detenzione di armi da guerra.

È attraverso una simile ragnatela di delitti perpetrati contro chiunque osasse rifiutarsi di accettare la loro «legge» che i Casalesi del Lazio avevano potuto imporre una morsa ferrea su numerose attività commerciali e imprenditoriali della zona pontina. Riuscendo a preparare il terreno fertile per tentare una penetrazione capillare nella fascia costiera e poi nell’hinterland della Capitale. Gli strumenti privilegiati per affermare il loro potere gettano una luce completa su un modus operandi che costituisce un netto salto di qualità rispetto alla stessa logica malavitosa.

Furono loro a pianificare e compiere devastazioni e saccheggi di negozi e concessionarie di commercianti riluttanti al pagamento del pizzo a favore dei boss e all’installazione di macchine da gioco controllate dal clan. A provocare gli incendi delle imbarcazioni appartenenti al proprietario di un cantiere che rifiutava di sottostare alla loro «protezione». A intimidire i piccoli spacciatori di droga della provincia che non intendevano rientrare nell’orbita dei traffici di stupefacenti gestiti dal sodalizio camorristico. Ad aggredire con un pugno violento sferrato al viso e a terrorizzare la moglie di un ristoratore che non voleva regalare loro il proprio locale, e pochi mesi dopo a tentare di assassinare l’uomo a colpi di kalashnikov in un agguato nel più classico stile mafioso. Perché tutto ciò dovettero subire Francesco Cascone e la sua compagna Filomena D’Antuono tra l’inizio di dicembre del 2007 e la fine di marzo del 2008, quando il proprietario del ristorante sfuggì miracolosamente all’imboscata riuscendo a rispondere al fuoco. 

Un programma perseguito senza scrupoli e realizzato in assenza di ostacoli, almeno fino al maggio del 2010 quando i due boss indiscussi del sodalizio criminale, Pasquale Noviello e sua moglie Maria Rosaria Schiavone, nipote del capostipite storico del clan di Casal di Principe Francesco «Sandokan» Schiavone, furono arrestati in un bunker sotterraneo grazie a una vasta operazione condotta dai magistrati e dalle forze dell’ordine contro le attività mafiose nel sud del Lazio. A partire da quel momento gli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Maria Monteleone, riuscirono a ricostruire i contorni, le dinamiche, il funzionamento, le gerarchie interne all’organizzazione, trovando riscontri rigorosi e puntuali alle dichiarazioni che venivano rilasciate da diversi affiliati finiti in carcere e divenuti nel tempo collaboratori di giustizia. Un’opera laboriosa e certosina, capace di costruire un impianto accusatorio mastodontico, illustrato in una requisitoria fiume articolata nell’arco di tre udienze da Monteleone e dalle pm Delia Cardia e Barbara Sargenti. Un lavoro che ha rivelato tutta la sua validità processuale e la robustezza del proprio corredo probatorio alla luce della decisione dei giudici. 

Al termine di una camera di consiglio durata oltre dieci ore, il collegio presieduto da Pier Francesco De Angelis ha accolto la gran parte delle richieste avanzate dalla Procura. La quale aveva unificato in una coerente concatenazione logica e temporale un’ampia serie di crimini perpetrati dai componenti del clan guidato dai due principali imputati. E per tale ragione aveva invocato a loro carico le pene più severe: 22 anni di carcere per la Schiavone e 18 anni per Noviello. Entrambi sono stati riconosciuti responsabili di quasi tutti i reati contestati e sono stati condannati a 18 anni di reclusione. Proclamata, sia pure con un sensibile distinguo e con una significativa attenzione alla causa della civiltà giuridica, la piena colpevolezza anche per gli altri appartenenti all’associazione malavitosa. Francesco Gara ha subito una condanna a 8 anni, convertita negli arresti domiciliari a causa delle sue precarie condizioni di salute, Agostino Ravese si è visto infliggere 9 anni di prigione, Dario Flamini, factotum e intermediario dell’organizzazione nella ricerca di affari e della fornitura di armi, dovrà scontare 7 anni e 6 mesi di galera. Mentre a carico di Mario Noviello, il padre di Pasquale ritenuto dai magistrati dell’accusa la persona sempre a conoscenza dei delitti del clan e il tramite dei loro traffici, è stata irrogata una pena a 5 anni per il reato di concorso esterno in associazione camorristica.

Tutti sono stati sottoposti a pesanti confische di beni immobili e finanziari, condannati al pagamento delle spese processuali e per la custodia cautelare, sospesi dalla potestà genitoriale, interdetti per sempre dai pubblici uffici, e obbligati a risarcire dei danni provocati al Comune di Nettuno, costituitosi parte civile. Ultimo provvedimento, forse il più controverso, concerne Francesco Cascone, l’imprenditore rivale del clan, che per avere reagito all’agguato sparando agli aggressori dovrà scontare 4 anni e 6 mesi di carcere per tentato omicidio. 

Completamente vano si è rivelato il tentativo del suo legale di dimostrare la legittima difesa insita nella reazione armata alla sparatoria. Ma a uscire sconfitti dall’esito della vicenda giudiziaria sono stati soprattutto gli sforzi profusi dai difensori dei capi e degli affiliati del clan. Nella lunghissima udienza che aveva preceduto l’atto finale del processo, l’avvocato di Noviello e Schiavone aveva orientato il proprio intervento su pochi temi chiari e semplici: «Nell’area meridionale del Lazio non vi era nessuna traccia dell’associazione camorristica riferibile ai Casalesi, la cui esistenza non poteva fondarsi unicamente sui legami di parentela di una imputata. Né era possibile individuare i contorni di un disegno criminoso organico delineato attraverso i delitti contestati dalla Procura».

Le persone sotto processo, aveva evidenziato la difesa, si erano limitate a intraprendere normali affari e regolari attività economiche in provincia di Latina, e avevano solo richiamato ai propri doveri, sia pur in modo brusco ed energico, partner commerciali inaffidabili, che li avevano abbandonati o traditi e dovevano loro grosse somme di denaro. Nessuna estorsione pianificata dunque, soltanto sbrigativi regolamenti di conti fra uomini d’affari. E gli agguati, le aggressioni, le minacce e le violenze, gli incendi e le distruzioni contro persone, negozi, imprese? Le responsabilità per una simile catena di delitti, aveva spiegato il legale, non andavano ricercate «nell’improbabile rappresentanza dei Casalesi del Lazio», bensì altrove. Ed esattamente nelle strategie di penetrazione malavitosa, nella volontà di predominio, e nelle trame vendicative di un sodalizio camorristico di Castellammare di Stabia, il clan Esposito a cui sarebbe stato legato Carmine D’Antuono, padre di Filomena, la moglie di Cascone. Il quale, aveva concluso l’avvocato di Noviello e Schiavone, si era pesantemente indebitato proprio con i boss dell’hinterland partenopeo a causa dei suoi problemi di droga e per avviare l’attività del ristorante.
Una pista investigativa e giudiziaria alternativa, quella indicata fino all’ultimo dal legale dei principali imputati. Ma che è stata recisamente negata dal responso inequivocabile del Tribunale. Grazie al quale, almeno oggi, lo spettro della tirannia della camorra sul Lazio è più lontano e la pretesa di obbedienza cieca rivendicata dai Casalesi esce seriamente compromessa.
 

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