18 Novembre Nov 2012 2023 18 novembre 2012

L’eterno ritorno alla guerra, la vera sconfitta d’Israele

L’eterno ritorno alla guerra, la vera sconfitta d’Israele

Guerra Israele Gaza

Una pioggia continua di razzi lanciati contro il territorio meridionale di Israele. E la dura controffensiva di raid militari promossa dallo Stato ebraico nella striscia di Gaza. Da un lato i guerriglieri e militanti dei fondamentalisti di Hamas impegnati in una guerra permanente e non dichiarata contro le politiche del governo di Tel Aviv, “che soffocano e rendono impossibile il futuro della popolazione palestinese”. Dall’altro la risposta fiera e intransigente della Stella di David, intenzionata ancora una volta a rivendicare davanti al mondo l’inviolabilità dei propri confini e la sacralità della sicurezza dei suoi cittadini. Lo scenario che in queste ore vede nuovamente divampare il cuore del Medio Oriente ripropone un copione già visto e vissuto in maniera ciclica, tragicamente eguale a se stesso nel corso degli ultimi decenni. E’ l’ennesima pagina di una spirale mortale rispetto a cui la comunità internazionale si è assuefatta.

Un vortice che scaturisce dalle aggressioni e dalla propaganda degli integralisti che detengono il potere a Gaza, forti delle coperture politiche, ideologiche e militari del regime degli Ayatollah di Theran, per il quale l’obiettivo della distruzione dell’“entità sionista” costituisce una garanzia di sopravvivenza. E si alimenta grazie alla qualità e alla natura della reazione di Tel Aviv. Perché, puntuale come in tutti gli altri capitoli di questo eterno conflitto, ogni operazione realizzata dall’esercito israeliano contro gli avamposti e le basi logistiche da cui partono gli attacchi missilistici portano con sé un’impressionante scia di sangue.

Tragedie o crimini, comunque la si voglia chiamare, che oggi possono essere condensate in poche parole inequivocabili: nove bambini palestinesi uccisi tra le numerose vittime civili dall’inizio dei raid. Cifra destinata a crescere alla luce dell’ormai imminente avvio di una massiccia e capillare azione militare terrestre dopo la mobilitazione di 16mila riservisti da parte del governo di Benjamin Netanyahu.
Risultato ampiamente prevedibile dell’iniziativa sarà ancora una volta la salvezza delle frontiere dello Stato ebraico e il ritorno degli abitanti delle sue aree meridionali a una normalità di vita precaria e parziale. L’interrogativo che nella mente dei suoi cittadini si aprirà al termine delle operazioni riguarderà infatti la durata della tregua, il momento della ripresa degli attacchi da Gaza. Perché l’offensiva condotta dall’esercito con la Stella di David avrà nel frattempo provocato un’ondata di lutti e di dolore nella popolazione palestinese stremata da un’esistenza difficilmente tollerabile.

E così il rancore accumulato e il desiderio di vendetta contro chi ai loro occhi appare come l’unico responsabile della mancanza di futuro prepareranno il terreno propizio per nuovi gruppi terroristici e per nuovi lanci di razzi quasi tutti fabbricai in Iran. E’ lo sbocco inevitabile di una risposta essenzialmente ed esclusivamente armata da parte dello Stato ebraico, espressione di una mentalità e di un impulso soltanto difensivi, frutto dell’istinto primordiale alla sopravvivenza. Ma è allo stesso tempo una reazione che riflette la profonda fragilità e impotenza del suo governo e ceto politico, prigioniero della sindrome di accerchiamento, incapace di fuoriuscire dall’orizzonte del bunker perennemente sotto assedio. E quindi di andare al di là di una dimensione puramente militare nel fronteggiare i suoi avversari storici, di immaginare e intraprendere una vasta e risolutiva opera politica finalizzata a rimuovere una volta per sempre le ragioni strutturali e antiche del conflitto con i propri vicini palestinesi.

Nessun analista e osservatore rigoroso della realtà mediorientale osa porre in dubbio l’esistenza attiva e capillare nel mondo arabo e islamico di forze, movimenti, culture, Stati e regimi che vogliono la cancellazione dell’esperienza politica e civile di Israele. Che, con la sua democrazia laica e costituzionale vitale e pluralistica, la sua ricca e vivace dialettica fra prospettive e visioni della vita profondamente differenti, la modernità della sua società aperta imperniata sulle libertà individuali per uomini e donne, il dinamismo del suo tessuto economico, produttivo, scientifico, rappresenta una minaccia intollerabile per la propria pretesa di eternità e per il perpetuarsi del loro potere tirannico su milioni di essere umani. Se da un simile universo vengono promosse iniziative concretamente orientate a mettere in serio pericolo l’incolumità dei cittadini dello Stato ebraico, è logica e doverosa per molti versi l’assunzione di una risposta rigorosa volta a neutralizzare le centrali terroristiche e le loro infrastrutture belliche.

Ma è altrettanto vero che il tipo di offensiva portata avanti dal governo di Tel Aviv ha finito per rafforzare il repertorio propagandistico e il predominio di realtà come il regime di Theran e la stessa Hamas, sempre più popolare e radicata nella striscia di Gaza, percepita come l’unico baluardo protettivo che si prende cura dei drammi e delle esigenze della popolazione locale, e irrobustita nel conflitto politico interno al mondo palestinese rispetto al governo laico e moderato di Abu Mazen e di Fatah. Per un curioso rovesciamento delle posizioni iniziali di forza nella galassia dell’Anp, l’effetto immediato e più clamoroso dell’iniziativa intrapresa da Israele è stato il ricompattamento di tutte le fazioni palestinesi, storicamente lacerate in una guerra intestina permanente, contro la “repressione criminale e sanguinosa compiuta dallo Stato occupante” e a favore di “ritorsioni durissime contro di esso”. Un riallineamento realizzato dunque proprio attorno alle tesi più violente dei fondamentalisti di Gaza, non sulla linea costruttiva e aperta al dialogo del presidente dell’Anp. Il quale appare oggi seriamente indebolito e marginalizzato a causa della spirale innescata negli ultimi giorni.

Un isolamento che giunge in modo quasi provvidenziale a oscurare un appuntamento internazionale su cui Mahmoud Abbas aveva profuso grandi energie e messo in gioco la propria credibilità di partner affidabile per i colloqui di pace con Tel Aviv.
A causa dello stallo in cui sono da tempo fermi i negoziati per una soluzione condivisa del conflitto, Abu Mazen ha puntato sul pieno e diretto coinvolgimento della comunità mondiale presentando alle Nazioni Unite la richiesta di riconoscimento della Palestina come Stato osservatore non membro. Richiesta sulla quale l’Assemblea generale del Palazzo di Vetro sarà chiamata a votare e a pronunciarsi il 29 novembre. Si tratta di un’indubbia accelerazione politica, che pur nell’estrema prudenza prevista dalla formula diplomatica di un’adesione non ufficiale di un nuovo membro dell’Onu, è stata radicalmente osteggiata dal governo di Benjamin Netanyahu.

Un’ostilità che presenta solide ragioni, poiché l’iniziativa promossa dal numero uno dell’Autorità nazionale palestinese aspira a ottenere una forma di riconoscimento unilaterale nella sede per eccellenza del consesso globale e prescinde nettamente da una risoluzione del problema per via negoziale. Strada che senza dubbio sarebbe assai più efficace e duratura in quanto frutto di un dialogo aperto e a tutto campo fra le due delegazioni, risultato di reciproche concessioni maturate, elaborate e accolte da ciascuna delle parti in causa. Il confronto diretto tra Tel Aviv e Ramallah e la prospettiva di uno sbocco concordato, in altre parole, subirebbe un duro colpo e verrebbe seriamente compromesso dall’offensiva politica lanciata a New York da Abu Mazen. Tuttavia le obiezioni avanzate dall’esecutivo israeliano non tengono conto di un elemento inoppugnabile: la paralisi incomprensibile delle trattative di pace, che da troppo tempo non vedono nessun significativo passo in avanti. Mahmoud Abbas non ha mai mostrato riserve mentali né pregiudizi insormontabili per un negoziato franco e sincero su tutti i problemi più delicati e controversi al centro dell’agenda.

Lui è il rappresentante ufficiale e istituzionale dell’autorità palestinese, è con lui che è prima di tutto necessario discutere, è lui che è doveroso rafforzare soprattutto nei confronti dell’avversario interno rappresentato dai fondamentalisti di Hamas. Rispetto a un simile interlocutore la risposta offerta dal governo di Tel Aviv è apparsa del tutto carente. Nessuna proposta concreta è stata concepita e perseguita per recuperare le ragioni del negoziato e raggiungere una soluzione condivisa. Nessuna. Anzi, il 14 novembre l’autorevole giornale Haaretz e la tv pubblica israeliana Canale 2 hanno rivelato l’esistenza di un piano messo a punto dal responsabile degli Esteri di Tel Aviv, Avigdor Lieberman, per rovesciare il governo di Abu Mazen nell’eventualità che perseverasse nella richiesta di riconoscimento non ufficiale delle Nazioni Unite. La ragione che avrebbe ispirato il progetto è semplice e tutta politica. In qualità di Stato osservatore e non membro dell’Onu, l’Anp avrebbe accesso alla Corte penale internazionale sui crimini di guerra e contro l’umanità.

E il rischio ipotetico ma plausibile di una condanna solenne dello Stato ebraico per azioni militari indiscriminate a Gaza, per l’occupazione della Cisgiordania e gli eventuali abusi perpetrati dal suo esercito nei confronti di militanti e civili palestinesi, apparirebbe inaccettabile per Tel Aviv. Ragion per cui il ministro delle Finanze, Yuval Steinitz, ritiene l’iniziativa promossa da Abbas “una minaccia ben più grave di quella messa in atto dai guerriglieri e terroristi che lanciano razzi contro il sud di Israele”. Il governo Netanyahu ha però offerto un piano alternativo in cambio della rinuncia all’offensiva al Palazzo di Vetro: riconoscimento immediato di uno Stato palestinese con confini provvisori entro due aree ben determinate che rappresentano il 40-50 per cento della Cisgiordania, con il controllo su questioni civili e di sicurezza da parte dell’Autorità nazionale.

Secondo il testo Lieberman tali frontiere dovranno restare transitorie “fino alla stabilizzazione del mondo arabo, a nuove elezioni nelle istituzioni palestinesi e a un chiarimento dei rapporti fra Gaza e Ramallah. I confini definitivi e altre questioni chiave saranno decisi tramite negoziato”. Il passaggio conclusivo del progetto precisa che “Israele non congelerà le costruzioni nei grandi insediamenti di Ariel, Maaaleh Adunim e Gush Etzion”. Rinvio con tempo vaghi e indefiniti a una soluzione negoziale e definitiva del conflitto, dunque. E prosecuzione della politica dissennata, miope, suicida, degli insediamenti nel territorio della Cisgiordania. Una strategia adottata con convinzione e pervicacia dal governo di Benjamin Netanyahu per l’esplicita richiesta e il ricatto vincolante dei piccoli ma battaglieri partiti rappresentativi degli interessi dei coloni, che contribuiscono a reggere la sua compagine politica.

E’ qui che risiede uno delle ragioni profonde del pericoloso stallo nel percorso verso una pace autentica e permanente. Alla base della spaventosa assenza di un orizzonte di lungo respiro e di una vasta iniziativa politica di negoziati da parte dell’esecutivo israeliano vi è la sua natura e composizione originarie. Il governo dello Stato ebraico è una realtà estremamente eterogenea frutto di un’alleanza vasta e composita tra formazioni storicamente differenti e antitetiche, sul piano dei riferimenti culturali, della loro storia, dell’elettorato di riferimento. Si tratta di una coalizione che abbraccia la destra moderata del Likud di Bibi Netanyahu e il Partito dell’Indipendenza fondato dall’ex premier ed ex leader laburista Ehud Barak, la galassia oltranzista dei gruppi dei coloni e i centristi laici di Kadima guidati dall’ex generale Shaul Mofaz, gli ultraortodossi sefarditi di Shas e i nazionalisti secolari legati ai profughi di origine russa di Yisrael Beiteinu, creata da Lieberman e da poche settimane aggregata ai conservatori del primo ministro. Fatta eccezione per la sinistra laica del Meretz e la combattiva pattuglia dei pochi parlamentari rimasti nel Labur dopo molteplici e dolorose scissioni di suoi storici rappresentanti, è presente nell’esecutivo l’intera classe politica dello Stato ebraico. Una compagine così frastagliata e plurale finisce per neutralizzare sul nascere ogni timido tentativo di azione coraggiosa e spregiudicata anche nei rapporti con i palestinesi e sul piano delle trattative di pace, poiché verrebbe subito bocciata dai veti e dai ricatti incrociati delle sue numerose componenti.

E così, imprigionati nell’immobilismo di una compagine tanto eterogenea quanto fragile, nessuno degli autorevoli protagonisti politici che la costituiscono osa emanciparsi dell’amministrazione giornaliera dell’esistente o dal prevalere della logica emergenziale quanto la sopravvivenza e la sicurezza di Israele sono in pericolo. Non vi è più nel paese la limpida e robusta dialettica bipartitica che ha contraddistinto la sua vita pubblica per decenni. Mancano le condizioni politico-istituzionali perché si ripetano le scelte epocali che portarono Begin al trattato di pace con l’Egitto, Rabin alla firma degli Accordi di Oslo con l’Anp, e Sharon alla decisione dirompente di realizzare il ritiro delle forze armate con la Stella di David da Gaza. Nell’intera classe dirigente israeliana non vi è traccia di una iniziativa in grado di proiettare la causa della sicurezza dello Stato ebraico in una prospettiva regionale stabile nel tempo. Un ragionamento sull’assetto politico del Medio Oriente e del Nord Africa che più potrebbe convenire al proprio futuro. E’ in questo ritardo la ragione dell’estrema cautela e diffidenza con cui i governanti di Tel Aviv hanno reagito alla fioritura della Primavera araba. Scelta miope e mediocre, che non tiene conto dell’importanza strategica anche per Israele della creazione di una grande area di democrazia politica, Stato di diritto, economia avanzata e società aperta ai suoi confini. Sarebbe la più solida garanzia di una coesistenza pacifica con il mondo arabo a partire dal popolo palestinese. 

Lo strumento per rendere possibile una simile prospettiva è presente e percorribile ma richiederebbe uno slancio oggi difficilmente ipotizzabile: richiedere l’adesione immediata dello Stato ebraico all’Unione Europea. Un passo pienamente praticabile, visto che nella realtà israeliana vi sono tutti gli standard essenziali necessari per accogliere un nuovo Stato membro nell’Ue. L’organizzazione che ha unito le nazioni e i popoli del Vecchio Continente non si è mai fondata su parametri geografici ed etnici: grazie alla lungimiranza dei suoi promotori è stata costruita sulla base di principi e regole politiche, giuridiche, economiche, sociali. Comuni a tutto il mondo libero, compresa la democrazia israeliana che per un singolare “miracolo laico” è sopravvissuta pur essendo accerchiata per lunghi anni da realtà autoritarie desiderose di cancellarla. L’ingresso dello Stato ebraico nell’Unione Europea produrrebbe conseguenze benefiche di sicurezza per Tel Aviv, che non sarebbe più sola né circondata da nemici nel Medio Oriente, bensì protetta da una organizzazione di respiro continentale, con la sua grande capacità difensiva e un’indubbia forza politico-diplomatica.

Forte di una simile copertura, lo Stato ebraico non si sentirebbe più sotto assedio e non sarebbe dominato come oggi dalla sindrome del bunker. Non sarebbe più costretto ad attaccare duramente i propri aggressori per difendere la sua sopravvivenza: le sue eventuali risposte militari dovrebbero inserirsi nell’alveo e nei limiti giuridici imposti dalla cornice istituzionale dell’Ue. Gli effetti di tale integrazione si rivelerebbero altamente benefici e salutari per lo stesso Vecchio Continente, che troverebbe la forza per liberarsi una volta per tutte da odiosi rigurgiti e antichi virus antisemiti e anti-sionisti. Lungi dall’impressionante latitanza dimostrata proprio in queste ore, l’Europa diventerebbe protagonista di spicco in una delle aree nevralgiche del pianeta. La presenza di una grande potenza di democrazia liberale, di pace e di prosperità ai confini del mondo arabo-islamico, consentirebbe a milioni di cittadini musulmani di superare atavici pregiudizi contro Israele. E eserciterebbe un formidabile potenziale di richiamo e attrazione per quelle popolazioni e per i loro governi più seriamente impegnati nelle riforme.

Ne deriverebbe una spinta imprevedibile a favore dell’Europa, che sarebbe obbligata a ripensare se stessa, ad allargarsi a tutto il Mediterraneo, ad arricchire la propria identità ed estendere i suoi confini. Fino a creare nuove forme di unione sempre sulla base dei principi scolpiti nelle sue carte fondative. Anche nella grande area del Medio Oriente e del Nord Africa, una volta messe in atto riforme incisive, sarebbe possibile creare nuove e originali realtà federali tra nazioni più omogenee sul piano politico, economico, sociale. E a quel punto si potrebbero immaginare organizzazioni civili in diverse macro-aree regionali, in grado di superare e risolvere l’annosa e obsoleta questione della conservazione dello Stato nazionale ebraico così come della nascita dell’ennesimo Stato indipendente, quello palestinese, in un minuscolo fazzoletto di terra. Forma di governo e di associazione, quella imperniata sulla sovranità assoluta dello Stato nazionale, che si è storicamente rivelata nemica della causa della pace, della coesistenza nel dialogo e nella comprensione, dello sviluppo economico, della libertà individuale e civile. Anziché privilegiare una prospettiva di stampo otto-novecentesco, il Medio Oriente potrebbe costituire il laboratorio più avanzato nel costruire un’unica grande federazione israelo-plaestinese-giordana-libanese e, perché no, siriana, fondata sui principi sanciti nella Carta delle Nazioni Unite e nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo firmata a San Francisco nel 1945.

Si tratta degli stessi principi e valori universali posti a fondamento dello Stato ebraico grazie alla grande utopia umanistica, laica, socialista e democratica del risorgimento sionista concepito proprio in Europa fra le comunità ebraiche della diaspora. Sono i pilastri grazie ai quali si è costruito per decenni il “miracolo” di Israele in una terra che avrebbe travolto qualunque altra esperienza politica. Sta prima di tutto ed essenzialmente ai cittadini israeliani e al ceto politico di Tel Aviv riscoprire e recuperare le proprie radici, l’ambizione e il respiro di quel disegno. Le prove e i segni di tale possibilità ci sono tutti. Nel febbraio del 2007 la Fondazione Konrad Adenauer ha rivelato con un sondaggio che il 75 per cento degli israeliani vorrebbero che lo Stato ebraico divenisse membro della Ue. Solo così è possibile mutare ciò che sembra scontato e preservare-rilanciare la propria ragion d’essere. L’alternativa è la certezza di restare prigionieri del copione già noto.  

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