22 Novembre Nov 2012 1438 22 novembre 2012

Il gran rifiuto di Ken Loach a Torino: “Sfruttate i lavoratori”

Il gran rifiuto di Ken Loach a Torino: “Sfruttate i lavoratori”

Ken Loach Pugno Chiuso 0

TORINO – In genere ci si limita ad attestati di solidarietà, alla stretta di mano al lavoratore, al minuto di microfono, allo slogan lanciato a favore di telecamera, allo striscione ospitato sul palco. Però al premio, alla comparsata sul tappeto più o meno rosso, spesso non si rinuncia. Si tratti di un regista, di un attore, di un drammaturgo, di uno scrittore o di un intellettuale impegnato. Ecco perché il gran rifiuto del Gran Premio Torino di Ken Loach fa un certo effetto. Buca la società dell’eccitazione, crea un vuoto. Sullo sfondo non c’è un grande conflitto o paladini da sostenere, ma una piccola storia cittadina (le condizioni dei lavoratori di una cooperativa), che però descrive bene il Sistema Torino, un tempo – quello dei fasti chiampariniani – era un vanto, ora – nell’epoca del debito – un’impalcatura che barcolla insieme alle sue contraddizioni.

Quello di Loach è un rifiuto sofferto ma convinto: un no al principale festival per qualità italiano, il Torino film festival (al via domani), che ha sempre avuto un’impostazione progressista e che annovera tra i premi quello intitolato a “Cipputi” (l’operaio di Altan), dedicato alle tematiche del lavoro. E, soprattutto, un no all’invito del Museo Nazionale del Cinema – a cui fa capo il Tff – che voleva, in occasione della rassegna, consegnare all’autore di Piovono Pietre un riconoscimento alla carriera.

Motivo del no: sfruttate i lavoratori. O meglio – secondo Loach – a farlo è la cooperativa Rear (che smentisce tutto e con il presidente Mauro Laus, anche consigliere regionale Pd, minaccia querele) a cui il museo appalta i servizi di biglietteria, accoglienza e sorveglianza, all’interno della Mole Antonelliana. La questione è «l’esternalizzazione dei servizi svolti da lavoratori con salari più bassi»: cinque euro lordi all’ora, clima pesante da mesi dopo le proteste per il taglio del 10% di stipendio. «Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico – ha precisato il regista inglese – sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni. Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio».

Non è certo la prima volta che qualcuno declina un invito o non si presenta all’inaugurazione di una rassegna. Ma questa è un’altra storia. È una storia che ha un capitolo di fiction e un altro di realtà. Quello di fiction è quando appare sul grande schermo – era il 2000 – il film Bread and Roses con i volti di Maya e Rosa (la prima riesce a entrare clandestinamente in America e, grazie alla seconda, a trovare un lavoro in un’impresa di pulizie). Condizioni precarie e prive di qualsiasi tutela.

La realtà arriva dodici anni dopo e – in forme diverse – si ripete, ma è in carne e ossa. Ed è quella dei lavoratori della cooperativa Rear. «Sono state licenziate cinque persone – denuncia Romolo Marcella, segreteria provinciale Usb – e si tratta di licenziamenti disciplinari. Un ragazzo perché aveva messo una maglietta con scritto “Adesso sospendeteci tutti” in un luogo precluso al pubblico. Il clima è teso da mesi e la paga da fame, perché viene applicato il contratto Unci, considerato, nella sua parte economica, illegittimo dai Tribunali di Torino e di Milano. Ci siamo così rivolti alle istituzioni e agli intellettuali, per far conoscere le condizioni dei paria della cultura. Zero risposte».

Rear non parla di licenziamenti ma di esclusione di soci dovuta alla violazione del regolamento o dello statuto e precisa di attuare contratti legittimi. Ad agosto, i lavoratori, trovano la mail della casa di produzione del regista inglese e inviano una lettera. E succede che: «È stato l’unico a risponderci, ci ha chiesto ulteriori spiegazioni e documenti. Noi non gli abbiamo chiesto di non venire o di rifiutare il premio, volevamo solo metterlo al corrente della nostra situazione. Non pensavamo si arrivasse a questo, alla rinuncia, – racconta, non senza qualche preoccupazione, un addetto –, la nostra è sempre stata una lotta impari. Davide contro Golia». Ken, il rosso, ha fatto di testa sua. Ci vuole coerenza – ha pensato – tra realtà e finzione: non basta avere nel programma film dal taglio critico e impegnato se poi ci sono lavoratori «malpagati e vulnerabili».

Ieri, è stata una giornata convulsa a Torino. Nel primo pomeriggio, arriva una nota stringata del Tff: «Ci dispiace comunicare che, per cause indipendenti dalla volontà del Torino Film Festival, Ken Loach non sarà presente per ricevere il Gran Premio Torino e che di conseguenza la proiezione di The Angels’ Share è annullata». Ma nell’aria c’è qualcosa di clamoroso, lo si avverte telefonando agli uffici stampa. Parole trattenute, tensioni.

La lettera di Ken Loach
È con grande dispiacere che mi trovo costretto a rifiutare il premio che mi è stato assegnato dal Torino Film Festival, un premio che sarei stato onorato di ricevere, per me e per tutti coloro che hanno lavorato ai nostri film. I festival hanno l’importante funzione di promuovere la cinematografia europea e mondiale e Torino ha un’eccellente reputazione, avendo contribuito in modo evidente a stimolare l’amore e la passione per il cinema. Tuttavia, c’è un grave problema, ossia la questione dell’esternalizzazione dei servizi che vengono svolti dai lavoratori con i salari più bassi. Come sempre, il motivo è il risparmio di denaro e la ditta che ottiene l’appalto riduce di conseguenza i salari e taglia il personale. È una ricetta destinata ad alimentare i conflitti. Il fatto che ciò avvenga in tutta Europa non rende questa pratica accettabile. A Torino sono stati esternalizzati alla Cooperativa Rear i servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema (MNC). Dopo un taglio degli stipendi i lavoratori hanno denunciato intimidazioni e maltrattamenti. Diverse persone sono state licenziate. I lavoratori più malpagati, quelli più vulnerabili, hanno quindi perso il posto di lavoro per essersi opposti a un taglio salariale. Ovviamente è difficile per noi districarci tra i dettagli di una disputa che si svolge in un altro paese, con pratiche lavorative diverse dalle nostre, ma ciò non significa che i principi non siano chiari. In questa situazione, l’organizzazione che appalta i servizi non può chiudere gli occhi, ma deve assumersi la responsabilità delle persone che lavorano per lei, anche se queste sono impiegate da una ditta esterna. Mi aspetterei che il Museo, in questo caso, dialogasse con i lavoratori e i loro sindacati, garantisse la riassunzione dei lavoratori licenziati e ripensasse la propria politica di esternalizzazione. Non è giusto che i più poveri debbano pagare il prezzo di una crisi economica di cui non sono responsabili. Abbiamo realizzato un film dedicato proprio a questo argomento, Bread and Roses. Come potrei non rispondere a una richiesta di solidarietà da parte di lavoratori che sono stati licenziati per essersi battuti per i propri diritti? Accettare il premio e limitarmi a qualche commento critico sarebbe un comportamento debole e ipocrita. Non possiamo dire una cosa sullo schermo e poi tradirla con le nostre azioni.
Per questo motivo, seppure con grande tristezza, mi trovo costretto a rifiutare il premio.

A Torino è una bomba, una tegola sul Tff, che sembrava aver metabolizzato le ultime polemiche (la vicinanza col festival di Roma e il ventilato cambio di direttore). Ma, in particolare, sull’istituzione Museo del Cinema. «Respingo le accuse al mittente. Ken Loach, che è un amico, deve sapere che il Museo ha sempre fatto punto d’onore la tutela dei lavoratori», comunica all’Ansa, a stretto giro di posta, il direttore dell’ente Alberto Barbera, direttore anche della Mostra del cinema di Venezia.

«Ci spiace che un grande regista, al quale va la nostra ammirazione, sia stato mal informato tanto da formulare riserve sui comportamenti al contrario sempre improntati alla massima tutela del lavoro dei dipendenti, tanto più in un momento di crisi come questo», ha aggiunto Barbera. «Il contratto di assegnazione dei servizi di vigilanza e pulizia alla Mole è stato stipulato a norma di legge con una gara europea ad evidenza pubblica, rispettosa delle norme italiane ed europee e dei contratti di lavoro. Il Museo non può essere ritenuto responsabile dei comportamenti di terzi. Al contrario di quanto detto da Ken Loach, ci piacerebbe ci venisse riconosciuto un comportamento eticamente ineccepibile nei confronti dei problemi inerenti i rapporti di lavoro con dipendenti, collaboratori e rappresentanze sindacali». In verità, qualche problema col precariato interno (non le esternalizzazioni) e qualche contestazione il Museo li ha avuti.

«Ho visto Ken a Venezia poco tempo fa – ha concluso Barbera – abbiamo cenato insieme e non mi ha detto che non sarebbe venuto. Tra l’altro parliamo di questa storia da agosto quando lui ha ricevuto una lettera dell’Usb che gli chiedeva solidarietà senza spiegare come stanno davvero le cose. Mi sembrava avesse capito che non è “colpa” nostra, che noi, come la maggior parte dei musei italiani, diamo fuori a società terze molti servizi, altrimenti il 90% del budget andrebbe tutto per pagare il personale e l’attività si bloccherebbe».

In serata arriva anche la risposta di Rear a Loach: «Posizioni ingenerose, che mortificano non soltanto la nostra storia imprenditoriale, ma soprattutto la serietà e l’alta responsabilità della maggior parte dei nostri soci». Rear nega gli «episodi di minacce e maltrattamenti». Il regista Ettore Scola, esprime solidarietà ai lavoratori in agitazione, ma ha detto che sarà a Torino per ritirare il premio, un rifiuto «sarebbe sembrato impropriamente rivolto al Torino Film Festival e al suo direttore Gianni Amelio». La polemica non sembra, però, cessare, creando non qualche imbarazzo a quello che finora era stato chiamato il Sistema Torino. Finita quella che Sergio Chiamparino soprannominò “l’ubriacatura olimpica”, la città, sull’orlo del commissariamento, vive una situazione difficile. E ne sa qualcosa il sindaco Piero Fassino, che non trova acquirenti per la vendita delle partecipate.

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