27 Novembre Nov 2012 0830 27 novembre 2012

Addio indipendenza, i catalani preferiscono restare attaccati a Madrid

Addio indipendenza, i catalani preferiscono restare attaccati a Madrid

Catalogna Indipendente

BARCELLONA – «L’indipendenza non è una panacea per la Catalogna». Così dichiara a Linkiesta Sofia, linguista e scrittrice nata a Barcellona, dove tutt’ora risiede. Poiché il tema è delicato, Sofia preferisce non rivelare la sua vera identità, però ci tiene a esprimere il suo punto di vista. «Usare la bandiera indipendentista per distogliere l’attenzione dai problemi che abbiamo, è come nascondere la sporcizia sotto il tappeto. Non serve a nulla». E invece proprio questo ha cercato di fare, secondo lei, Artur Mas, presidente uscente della Catalogna nonché leader di CiU (Convergència i Unió, Convergenza e Unità), partito nazionalista catalano di centrodestra. «Quello di Mas non è solo opportunismo. È un insulto all’intelligenza della gente».

Probabilmente Sofia non è l’unica a pensarla così. I risultati della giornata elettorale di domenica 25 novembre (il cosiddetto 25–N, secondo i media locali) parlano chiaro. L’investitura popolare che Mas e la sua CiU speravano di ottenere per iniziare il cammino verso l’indipendenza catalana non è arrivata.

Ironia della sorte, era stato proprio Mas a spingere per queste elezioni anticipate, fiducioso di ottenere la «maggioranza eccezionale» di cui aveva bisogno per portare avanti il sogno indipendentista. E invece CiU ha perso 12 seggi.

«Artur Mas ha fatto male i suoi calcoli – spiega a Linkiesta Pere Ortega, professore di studi dei conflitti presso l’Universitat Oberta de Catalunya, e coordinatore del Centro Delàs di Studi per la Pace – Mas pensava che l’elettorato moderato e conservatore catalano, che normalmente vota per CiU, avrebbe scommesso sull’indipendenza. Invece si è diviso. Una parte di esso ha votato per un progetto d’indipendenza più deciso e radicale, quello di Esquerra Republicana (Sinistra Repubblicana). L’altra parte ha optato per il Partito Popolare catalano e per Ciutadans (Cittadini), che non sono promotori di alcuna iniziativa separatista».

In effetti Esquerra Republicana (Erc) ha ottenuto 21 seggi, ben 11 in più rispetto alle ultime votazioni, tenutesi nel 2010. «Gli elettori che vogliono l’indipendenza hanno preferito appoggiare le forze politiche che la rivendicano da sempre, in particolare Erc – spiega Siscu Baiges, giornalista e vicepresidente di Solidarietà e Comunicazione (Sicom) – Inoltre, da quando è arrivata al governo nel novembre del 2010, CiU ha praticato una politica di austerity che ha fortemente penalizzato i servizi sociali, la sanità e l’istruzione. Prima o poi doveva subirne le conseguenze».

L’opinione di Baiges è condivisa da Sofia. «I tagli e la miseria causati da questa politica sono troppo recenti per essere dimenticati». Così recenti che non sono nemmeno riusciti a risollevare la Catalogna, locomotiva economica della Spagna. Nel 2009 la regione vantava, a parità di potere d’acquisto, un Pil pro capite di 28.200 euro, di poco inferiore a quello del ricco Baden–Württemberg tedesco (29.500 euro). Ora invece versa in una situazione a dir poco difficile. Nel 2011 registrava il maggior debito pubblico di tutte le comunità autonome spagnole (il 22% del suo Pil). E a luglio circa il 20% dei catalani in età lavorativa erano disoccupati.

Quasi un quarto dei minori, in Catalogna, vive in condizioni di povertà. Il 40% delle persone che hanno richiesto assistenza alla Croce Rossa nel 2010 non ne aveva mai avuto bisogno prima. Addirittura, in luglio, tre ospedali catalani non hanno potuto pagare gli stipendi agli impiegati. Il Servizio Catalano di Sanità, ente dal quale dipendono economicamente gli ospedali pubblici, e che a sua volta dipende dalla Generalitat [il governo catalano] aveva un problema di liquidità pari a 345 milioni di euro.

Come se non bastasse, i risultati elettorali del 25–N renderanno molto difficile governare. «CiU rimane la maggior forza politica nel parlamento catalano: ha 50 deputati contro i 21 di Esquerra Republicana – sottolinea Eusebio Val, corrispondente italiano del quotidiano catalano La Vanguardia, parlando a Linkiesta. Eppure, secondo il giornalista, è difficile ipotizzare quale coalizione si formerà ora per governare la regione. Un’alleanza tra CiU ed Erc è improbabile, in primo luogo perché Erc è contraria alla politica di austerity e tagli. «Forse l’alleanza sarà possibile con il Partito Popolare catalano, che di CiU condivide l’ideologia economica, ma non le aspirazioni indipendentiste».

Sempre secondo Val, i catalani amano presentarsi come dei virtuosi. Come coloro, in Spagna, che danno molto senza ricevere nulla in cambio. A riguardo, è arcinota una dichiarazione del 2011 di Duran i Lleida, portavoce di CiU al Parlamento spagnolo. Secondo Duran, grazie al contributo economico che la Spagna riceve dalla produttiva Catalogna, nella rurale Andalusia molti ricevono i sussidi all’agricoltura solo «per passare la mattina o la giornata intera al bar del paese».

Paradossalmente però, da ottobre la Catalogna dipende proprio da Madrid: dopo aver chiesto un rescate (salvataggio) di oltre 5 miliardi di euro in agosto, la Generalitat riceve aiuti economici dallo Stato centrale. Aiuti che provengono dal fondo previsto appositamente da Madrid per le comunità autonome in maggior crisi. Fondi dei quali la Catalogna ha un disperato bisogno. «Barcellona è molto bella, moderna, pulita» spiega Val nel suo colto spagnolo dall’accento catalano «ma la situazione della regione è, in effetti, drammatica».

Naturalmente il dramma non riguarda solo la Catalogna. Basta sfogliare El Mundo o El País per leggere delle tragedie quotidiane provocate dalla crisi che ha messo in ginocchio il Paese. E sono tanti gli spagnoli a pensare che le misure di austerità varate da Rajoy abbiano solo peggiorato le cose. Ma mentre a Madrid, a Siviglia o a Santiago si incolpa di tutto Bruxelles (se non addirittura Berlino e la Merkel), molti catalani vedono Madrid un po’ come Bossi «Roma ladrona». La storica rivalità fra le due città, Madrid e Barcellona, è sempre più palpabile, per esempio, durante i «clásicos», le partite del campionato spagnolo fra il Real Madrid e il Barça.

«La Generalitat ha bisogno di essere salvata da Madrid, e Madrid ha bisogno del salvataggio di Bruxelles. È paradossale ma è così». spiega il professor Ortega. «Mas e CiU hanno fallito, nonostante la campagna mediatica sfacciatamente a loro favore da parte di molti media catalani negli ultimi mesi – afferma Val – I governi catalani commettono gli stessi errori di quello centrale. La Catalogna, proprio come la Spagna, ha vissuto per troppo tempo al di sopra delle sue possibilità. Troppe sovvenzioni inutili, troppe televisioni regionali, troppe spese superflue. Imbarcarsi in queste elezioni mirando a un referendum per l’indipendenza in un momento come l’attuale, in cui il governo catalano ha gravissimi problemi di liquidità, è stato semplicemente assurdo. Tuttavia bisogna anche dire che Madrid non ha saputo reagire in maniera efficace alla deriva indipendentista».

In effetti è opinione di molti, in Catalogna, che una delle maggiori cause della difficile situazione che la regione sta attraversando sia la mancanza di un patto fiscale bilaterale fra Madrid e Barcellona. Secondo CiU, Erc ed Icv (Iniziativa per la Catalogna Verdi), per esempio, se un tale patto esistesse la Generalitat non si vedrebbe obbligata ad applicare i tagli necessari a ridurre il proprio debito del 2,9% per rispettare l’obiettivo imposto dallo Stato centrale. In settembre Mas ha chiesto di negoziare il patto fiscale con il premier spagnolo Rajoy. La risposta, però, non è stata quella che sperava: secondo il presidente del governo un patto simile non sarebbe compatibile con la costituzione spagnola. È proprio dopo questo no di Rajoy che Mas ha deciso di indire le elezioni anticipate di domenica scorsa, il 25–N.

E a questo punto la domanda sorge spontanea. L’indipendenza (di cui tutti in Catalogna discutono, e che molti anelano) potrebbe essere la vera soluzione alle gravi difficoltà economiche della regione? Secondo Ortega, «l’indipendenza non garantisce niente. Non si sa come finirebbe l’avventura di uno stato catalano separato da quello spagnolo». Per Josep Lidon, imprenditore catalano trentenne, la risposta è molto chiara. «Sì. Allevierebbe i nostri problemi economici. Ma sarebbe anche importante che la classe politica catalana rinunciasse agli enormi privilegi di cui gode e smettesse di sperperare fondi pubblici in infrastrutture inutili come l’aeroporto di Lleida [una provincia catalana a nord ovest di Barcellona]».

Se si parla di una Catalunya Independent a Raul Palacios, giovane laureato in ingegneria delle telecomunicazioni all’Università Politecnica della Catalogna, nato e cresciuto in provincia di Barcellona, lui alza le spalle. «Personalmente non credo che si debba intraprendere il cammino dell’indipendenza. Oggi la Catalogna accoglie anche i figli di persone che sono emigrate in terra catalana da altri luoghi della Spagna, e sono rimaste a vivere lì. Ci sono molti che si sentono più catalani che spagnoli. Ma per tanti altri non è così». Quindi? Raul sorride. «Credo che nei momenti difficili, la cosa migliore da fare sia restare uniti». E non c’è dubbio che questo non sia un momento facile. 

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