29 Novembre Nov 2012 1240 29 novembre 2012

Oltre al danno la beffa, ora la Catalunya rischia il commissariamento

Oltre al danno la beffa, ora la Catalunya rischia il commissariamento

Catalunya Libera Mas

BARCELLONA – Solo una luce si intravede nel buio calato dopo le elezioni in Catalogna. È quella del cerino rimasto nelle mani di Artur Mas. Il leader di Convergencia y Union (CiU), attuale governatore, sta vivendo il momento più difficile della sua carriera politica. Nelle ore seguite al voto, tra musi lunghi e sorrisi tirati, Mas ha tentato di tenere fede, alle dichiarazioni rilasciate durante la notte elettorale dell’Hotel Majestic: «La Catalogna non può essere governata senza di noi, noi non possiamo governare la Catalogna da soli».

«Hanno scelto l’originale al posto della copia!», è stato il controcoro dei fedelissimi di Esquerra Republicana – storico partito della sinistra catalana, per la prima volta seconda forza parlamentare – con ancora negli occhi la sbornia dell’inno catalano cantato a migliaia, a squarciagola, e a pugno chiuso. «Però un accordo lo troveremo».

Facile scommettere sull’alleanza tra CiU ed Erc a quel punto perché, come spiega Francesco Fasani, affiliate professor alla Barcelona Graduate School of Economics. «la politica catalana si svolge lungo due assi ortogonali: il primo asse è determinato dall’adesione o meno alla causa indipendentista. Il secondo si muove lungo le linee tradizionali di destra e sinistra». L’enfasi sugli uni o sugli altri temi può determinare convergenze che altrove sarebbero improbabili.

O viceversa: due giorni dopo le elezioni il leader di Erc, Oriol Junqueras tira il freno e, pur sostenendo di continuare a lottare per il referendum indipendentista, dichiara di non voler entrare in un governo che abbia come priorità i tagli alla spesa sociale. Junqueras è consapevole che formare una coalizione di governo improntata sull’austerità lo esporrebbe al rischio di essere cannibalizzato dai partiti alla sua sinistra, in grande crescita rispetto al 2010. Allo stesso tempo, la situazione fiscale catalana impone forti razionalizzazioni della spesa, come quelle che Mas ha attuato negli ultimi due anni tentando, invano, di scaricarne la responsabilità su Madrid.

Ed è proprio il rapporto tra Barcellona e Madrid a rappresentare la chiave delle elezioni del 25 novembre. «Si tratta di una partita a poker, un gioco di bluff», ha raccontato a Linkiesta poco prima del voto Elsa Artadi, advisor del ministro delle finanze catalano Mas-Colell. Da un lato del tavolo c’è Mas. Dall’altro il premier spagnolo, Mariano Rajoy. Sul piatto, tantissimi soldi. Non solamente i 16 miliardi di euro che ogni anno la Catalogna paga al governo centrale, ricevendo indietro 57 centesimi per ogni euro trasferito, ma anche i 18 miliardi che Rajoy ha messo a disposizione delle regioni con finanze in dissesto, delle quali la ricca Catalogna, con i suoi 42 miliardi di debiti, è, paradossalmente, capofila.

«I politici catalani hanno a lungo utilizzato la governance fiscale interna come un’arma politica impropria, scontando nella spesa pubblica corrente le maggiori entrate future, che si sarebbero dovute ottenere una volta sancita l’autonomia fiscale della regione», spiega Alberto Olle Sole, docente in scienza delle finanze all’Università di Barcellona e sottoscrittore dell’appello di «The Wilson Cat», blog di autorevolissimi economisti catalani che sostengono le ragioni economiche dell’indipendenza. «Quando, nel 2010, la Corte Costituzionale ha accettato il ricorso del Partito Popolare, rigettando l’estatut catalano, il gioco si è spezzato e la Catalogna si è trovata piena di debiti. La crisi ha fatto precipitare la situazione». A questo punto Mas ha alzato il tiro, puntando forte sulla carta dell’indipendenza. Un chiaro mandato gli avrebbe permesso di sedersi al tavolo di Madrid giocando l’ipotesi del referendum, e ottenere, nel peggiore dei casi, una maggiore autonomia fiscale.

Oggi Mas è un leader dimezzato. Rajoy, al contrario, è il vincitore silenzioso di questo braccio di ferro. Pur consapevole che, senza le entrate fiscali provenienti dalla Catalogna, i problemi di bilancio di Madrid non potrebbero che aggravarsi, si può sedere al tavolo con un potere negoziale che nessuno si attendeva alla vigilia delle elezioni.

Fatto paradossale per un presidente in costante discesa nei sondaggi e impegnato in una situazione simile nei confronti dell’Europa. Di fronte a un parlamento catalano incapace di accordarsi, il premier spagnolo potrebbe usare gli aiuti per forzare la mano e istituire una sorta di commissariamento ufficioso alla regione, riducendo così l’autonomia tanto agognata. Nella giornata di martedì, Rajoy ha fatto trapelare dichiarazioni caustiche verso la »Patacada» di Mas, accompagnate da frasi sibillinamente politiche: «Il Governo tenterà al meglio delle sue possibilità di portare sicurezza e stabilità in Catalogna, aiutando la regione nell’impresa di ridurre il deficit pubblico».

È anche per scongiurare questa ipotesi che il leader di Uniò, la parte più moderata della coalizione di centrodestra guidata da Mas, ha ipotizzato un rapido ritorno alle urne. La tensione assume nuove forme: molti hanno scritto o titolato che la causa sovranista sia stata abbandonata. «Così non è», suggerisce Emanuele Felice, docente di Storia Economica all’Università Autonoma di Barcellona, «L’indipendenza catalana è destinata a rimanere sottotraccia nel breve periodo e alla fine riemergerà».

A causa di un meccanismo spiegato brillantemente da Massimo Bordignon, docente di Scienze delle Finanze alla Università Cattolica di Milano e redattore de lavoce.info: «L’Unione Europea sta vivendo un processo di integrazione accelerato e la necessità di governarlo è forte perché genera esternalità, inefficienze, rischi e bisogna devolvere funzioni e competenze al centro riducendo il peso degli stati nazionali, spingendo verso processi di segmentazione locale».

Questi processi non riguardano solo la Catalogna, ma anche la Scozia, il Belgio e, forse, l’Italia: sono più intensi laddove vi è un’identità culturale e linguistica e sono rafforzati dalla crisi economica. Tocca all’Unione Europea comprenderli e governarli, per evitare a sua volta di implodere. 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook