29 Novembre Nov 2012 1102 29 novembre 2012

Sviluppo Italia, nome nuovo ma disastri vecchi

Sviluppo Italia, nome nuovo ma disastri vecchi

Domenicoarcuri

Un dossier elaborato qualche mese fa dal centro studi della Camera dei Deputati descriveva così Invitalia (già Sviluppo Italia), società in house del ministero dello Sviluppo Economico: «[…] agisce su mandato del Governo per accrescere la competitività del Paese, in particolare del Mezzogiorno, e per sostenere i settori strategici per lo sviluppo» con l’obiettivo prioritario di «favorire l'attrazione di investimenti esteri, sostenere l'innovazione e la crescita del sistema produttivo, valorizzare le potenzialità dei territori».

La fotografia che emerge dopo aver letto centinaia di pagine relative ai bilanci di Invitalia e delle sue partecipate è ben diversa dal quadro descritto sinteticamente dal centro studi. Perché è pur vero che Invitalia sta conducendo da 4 anni un difficile percorso di riorganizzazione e razionalizzazione di Sviluppo Italia, ossia di quella che è probabilmente una delle più imponenti macchine clientelari mai concepite dalla politica italiana, capace di bruciare centinaia di milioni di euro in pochi anni di vita. Così come non si può disconoscere che la liquidazione del mostruoso carrozzone ereditato da Sviluppo Italia, fatto di ben 216 partecipazioni, rivelatesi in moltissimi casi fallimentari, è in via di dismissione. Nella moltitudine di attività messe in campo da Invitalia e dalla sue partecipate – che continuano a produrre debiti e perdite ingenti – è impossibile distinguere il filo rosso che le tiene assieme in modo coerente, capace di indicare con chiarezza il perseguimento dell’obiettivo, per il quale Invitalia dovrebbe avere ancora ragione di esistere: accrescere la competitività del paese.

Dai contratti di programma e di sviluppo, agli incentivi all'autoimprenditorialità o all'autoimpiego, alle agevolazioni finanziarie per le aree di crisi, ad altre azioni a favore dello sviluppo previste dal legislatore, l'agenzia ha svolto, attraverso la stipula di apposite convenzioni con altrettanti ministeri, essenzialmente un ruolo consulenziale, di raccolta delle domande/proposte e di valutazione delle stesse. Compiti che peraltro già svolgono operatori privati, associazioni di categoria, agenzie in house delle camere di commercio, società di scopo delle regioni, enti locali. In tanti altri casi, poi, Invitalia è stata chiamata a prestare la propria opera per ragioni che sfuggono.

Ad esempio non è chiaro il motivo per il quale, nell'ambito del piano straordinario per la digitalizzazione della giustizia, proprio Invitalia, dietro un corrispettivo di un milione di euro, sia stata chiamata a realizzare un sistema di digitalizzazione degli atti e di notifiche telematiche. Allo stesso tempo la coerenza con la mission dell'agenzia è quantomeno dubbia riguardo al supporto dato al Cncu – comitato consultivo nazionale dei consumatori e degli utenti del Ministero dello Sviluppo Economico (Mise) – per rafforzare «le capacità di comunicare attività, risultati e informazioni sulla tutela dei diritti del consumatore [...]».

Viene inoltre da chiedersi cosa abbia a che fare con la crescita economica la realizzazione della diagnosi energetica di almeno 16 siti indicati dal ministero dei Beni culturali e la progettazione degli interventi di efficientamento energetico per almeno 6 di essi, o il supporto tecnico dato al Mise «per garantire l'uniformità della procedura di brevettazione ai regolamenti comunitari», nonché la gestione di un bando «denominato “Giovani pratagonisti”, volto a sostenere il protagonismo giovanile e la cultura del merito». Ma soprattutto e come si vedrà in seguito, non si comprende perché Invitalia, attraverso le sue partecipate Italia Turismo e Italia Navigando, debba gestire villaggi e porticcioli turistici, peraltro conseguendo risultati tutt’altro che positivi.

Gli esiti delle attività, che, analizzando il bilancio 2011, appaiono invece indirizzate ad incrementare la capacità competitiva dell'economia italiana, e a favorire o attrarre investimenti, non appaiono brillantissimi. Rispetto ai 770 milioni di euro stanziati per i contratti di sviluppo, Invitalia sta facendo le istruttorie su 20 contratti di sviluppo industriale e 5 contratti di sviluppo turistici che, se portati a compimento, potrebbero portare con sé 1,3 miliardi di investimenti e 2mila nuovi posti di lavoro. Nella gran parte dei casi, però, si tratta di progetti datati, presentati nel 2008 sul capitolo dei contratti di programma, sospesi dal Mise per assenza di fondi e poi dirottati sulla misura dei contratti di programma. È andato meglio il supporto alle aziende che vogliono investire in Italia, visto che nel solo 2011 sono avvenuti 12 insediamenti, il cui valore però non viene specificato. Visto l’attuale quadro normativo in evoluzione, è improbabile che Invitalia abbia affiancato le amministrazioni regionali del Sud per attuare interventi tesi a liberalizzare i servizi pubblici locali presenti. È poi ignoto il risultato del programma Brevetti+, che prevedeva incentivi per la brevettazione e la valorizzazione economica dei brevetti.

Sono invece sufficientemente chiari i numeri esposti nel bilancio 2011 della capogruppo, chiuso con un utile pari a 550mila euro. Si tratta di un utile “relativo” viste le enormi perdite pregresse portate a nuovo, che sono scese dai 50 milioni dei 2007 ai 35,2 milioni di euro del 2011. L'utile è comunque in calo di circa 800mila euro rispetto al 2010. Ciò anche in conseguenza delle perdite, pari a 3,3 milioni di euro, registrate dai gruppi di attività partecipate e/o in via di dismissione (su tutti la partecipazione nella decotta Nuovi Cantieri Apuana, ormai prossima alla liquidazione), così come del saldo netto negativo (per 1,5 milioni di euro) derivato dall'attività di negoziazione per la quale Invitalia ha avuto a disposizione 58 milioni di euro (contro i 103 milioni di euro del 2010). Se il risultato delle operazioni finanziarie realizzate è stato deludente, non è andata meglio sul fronte della gestione di fondi di private equity. Tra le mission di Invitalia rientrava infatti anche quella di promuovere e gestire – attraverso la Strategia Italia Sgr Spa, ora in via di chiusura – fondi di private equitiy regionali, con cui acquisire partecipazioni in società non quotate: le partecipazioni del Fondo Nord Ovest (l'unico avviato) che ha in portafoglio investimenti effettuati per un importo di 20,9 milioni di euro, sono state svalutate per 7,1 milioni di euro.

Rispetto ai crediti, che sono aumentati fino a raggiungere la cifra di 873 milioni di euro, contro i 786 nel 2010, fa impressione la quota di quelli deteriorati, che potrebbero cioè andare perduti. Dei 483 milioni di euro di crediti vantati nei confronti di società del gruppo o imprese che ne sono uscite in tempi recenti, ben 61 milioni di euro sono iscritti a bilancio come deteriorati.

Un altro ambito particolarmente problematico concerne i costi del personale. Nel 2011 è continuata l'azione di dimagrimento intrapresa negli anni scorsi, in conseguenza della dismissione o liquidazione della gran parte delle 17 società regionali partorite da Sviluppo Italia. Ciò ha portato Invitalia e le sue partecipate ad avere nel 2011 un organico complessivo pari a 1.020 unità (erano 1.719 nel 2007). Preme però rilevare due aspetti. Da un lato nel 2011 i costi per dipendenti, consulenti, atipici, pari 73 milioni di euro, sono cresciuti di 6 milioni di euro sul 2010. Dall'altro appare molto alta l'incidenza di dirigenti (72) e quadri (220) sul totale dei dipendenti con contratto tipico (917).

Tra le partecipate di Invitalia, Italia Turismo riveste un ruolo di primo piano. La società, che si occupa di gestione e trasformazione di villaggi turistici, avrebbe dovuto realizzare «il più grande programma di turismo integrato» nel Sud Italia. Una nota stampa del 2003 parlava di un «investimento complessivo di 770 milioni di euro, che consentiranno la creazione di 7.700 camere e 9 campi da golf, con un impatto occupazionale di 11,700 addetti e l'attivazione di flussi turistici per 2.370.000 unità all'anno». Di tutto ciò, purtroppo c'è ben poca traccia nel curriculum di Italia Turismo.

Rimangono le ingenti perdite, i debiti, i progetti al palo, i contenziosi giudiziari. Nonché la fuoriuscita dalla società, nel 2010, del partner privato Turismo & Immobiliare, pariteticamente partecipato da Gruppo Marcegaglia, Gabetti Property Solutions e Pirelli Re. A questi ultimi, in assenza di soci privati pronti a investire, è subentrata Fintecna Immobiliare, ora proprietaria del 42% del capitale di Italia Turismo, i cui conti traballano da anni. Il bilancio 2011 è stato chiuso con l'ennesimo buco, pari a poco meno di 2 milioni di euro, in lieve “miglioramento” rispetto alla perdita registrata nell'esercizio precedente (2,8 milioni di euro). Su Italia Turismo pesa la gestione folle degli anni precedenti, testimoniata dalle perdite portate a nuovo, salite a quota 10,7 milioni di euro. Ma fanno impressione anche le esposizioni debitorie verso le banche, che nel complesso hanno raggiunto la cifra di 54,5 milioni di euro.

Denaro che, come si legge nei documenti ufficiali, «è destinato a finanziare il realizzando progetto di investimenti in insediamenti turistici-alberghieri». È però proprio la realizzazione dei nuovi poli turistici, verso cui l'azione di Italia Turismo dovrebbe essere dispiegata, ad arrancare. Nel comprensorio di Simeri Crichi in provincia di Catanzaro sarebbe dovuto nascere già nel 2010 un lussuoso golf resort. La data di apertura della struttura è slittata di anno in anno ed a giugno è giunta la notizia che il Cipe, dopo aver messo sul piatto 74 milioni di euro a favore di Italia Turismo, ha rescisso tutti i contratti con il general contractor e la società che avrebbe dovuto attuare l'investimento. Anche la gestione di strutture già esistenti all'interno dell'area calabrese e di proprietà di Italia Turismo, è incorsa in “incidenti di percorso”. L'affidamento di un villaggio a Valtur, ora in amministrazione controllata, si è concluso con un bagno di sangue e il conseguente passaggio di tutti i lavoratori stagionali di Valtur stessa in capo a Italia Turismo dal primo novembre scorso fino a quando verrà trovato un nuovo gestore. Non è stata particolarmente fortunata nemmeno la gestione, in capo ad Alpitour Wordl Hotels e Resort, di un'altra struttura – il villaggio Floriana – visto che il rapporto con il noto tour operator si è chiuso con la richiesta di danni per presunti inadempimenti contrattuali di Italia Turismo.

Ad Agropoli (provincia di Salerno), dove Italia Turismo ha la proprietà di una vasta area, sarebbe dovuto nascere un altro polo turistico. Anche in questo caso non se ne farà nulla. Da un lato a causa delle «condizioni di sopravvenuta inedificabilità pressoché totale derivante dai vincoli imposti dall'Ente Parco del Cilento»; dall'altro per il fatto che Italia Turismo, a seguito di sentenza definitiva, ha perduto la proprietà di una parte dell'area. Il cui costo di acquisto, pari a circa 83 milioni di euro, si sta cercando faticosamente di recuperare attraverso un’azione legale.

Un altro investimento sulla probabile via del fallimento è quello ipotizzato per Sciacca, in Sicilia. Qui, su un'area acquisita da Italia Turismo, avrebbe dovuto sorgere negli scorsi anni un resort con 209 camere e 123 unità abitative. Ad oggi è tutto bloccato in attesa dell'esito di una causa promossa da un creditore della società venditrice dei terreni, in fallimento. É andata meglio a Sibari (CS), dove è stato realizzato un nuovo villaggio, gestito dal Gruppo Maresca, ma del campo da golf a 18 buche, che avrebbe dovuto rappresentare un forte elemento di connotazione qualitativa del villaggio cosentino, non si hanno più notizie.

Le cose non paiono essere filate per il verso giusto nemmeno in Basilicata. Qui Italia Turismo è proprietaria di alcuni terreni contigui siti nel Comune di Pisticci, che ricadono nel “Piano dei Lidi” approvato nel 2004, con cui la Regione voleva favorire lo sviluppo turistico del territorio. Dalla relazione sulla gestione 2011 emerge però che «la progettazione a suo tempo avviata per la redazione del Piano di lottizzazione […] è stata sospesa». Nello stesso tempo sta richiedendo più tempo del previsto la ristrutturazione di un villaggio da 1.300 posti letto, fermo dal 2010 dopo la prematura uscita di scena di Club Med, detenuto da Italia Turismo attraverso la partecipata Sviluppo Turistico per Metaponto Spa, che forse riaprirà i battenti la prossima estate.

Un altro esempio degli sprechi di Invitalia è Italia Navigando, società che«opera per creare una rete nazionale di porti turistici» in attuazione del Programma “Rete portuale turistica nazionale”, promosso quasi 10 anni fa per realizzare, in tre piani triennali, una rete portuale turistica interregionale capace di connettere circa 50 porti e complessivamente 25mila posti barca. L'ambizioso progetto, per il quale nel 2003 il Cipe stanziò un primo contributo di 50 milioni di euro, è in realtà lontanissimo dal compimento, mentre in questi anni Italia Navigando ha continuato ad accumulare perdite. Basti pensare che l'ultimo esercizio si è chiuso con una perdita (668 mila euro) e che al 31 dicembre 2011 i disavanzi portati a nuovo hanno raggiunto gli 8,4 milioni di euro. L’aumento dei debiti è notevole: dai 18,2 milioni del 2010 a 21,4 milioni di euro del 2011, a fronte di un capitale sociale pari a 20 milioni di euro.

Nel frattempo Italia Navigando non ha smesso di allargare il proprio spettro di partecipazioni in altrettante società, che, salvo poche eccezioni, hanno chiuso sempre in rosso. Con il risultato che, nonostante l'avvio di un piano di riorganizzazione e dismissione di partecipazioni non strategiche, negli ultimi due anni ha dovuto rettificare il valore delle partecipazioni – passato, nel periodo 2010-2011 da 23,4 a 17,4 milioni di euro – rispettivamente di 509 mila euro nel 2010 e di 841 mila euro nel 2011.

Alla fine dell'esercizio 2011, Italia Navigando aveva in portafoglio 16 società controllate (di cui 2 indirettamente) e 10 società collegate. Quelle che gestiscono altrettanti porti turistici sono solo 7. Anche nel 2011 gli utili generati dai porti di Teulada (35 mila euro), Portisco in Costa Smeralda (14 mila euro), Brindisi (126 mila euro), Porto Acquasanta a Palermo (361 mila euro) sono stati di gran lunga inferiori alle previsioni e tali da con compensare le perdite accusate dal porto a secco di Palermo (72 mila euro), dai porti dell'Isola di Procida (724 mila euro) e di Policoro in Basilicata (2,6 milioni di euro).

Oltre ai problemi di quadratura di bilancio, persiste una situazione di stallo rispetto a numerosi progetti di riqualificazione infrastrutturale. A Gallipoli, in provincia di Lecce, l'iter per la costruzione del nuovo porto è bloccato a seguito di un ricorso dinnanzi al Tar della Puglia, e anche per questo è stata avviata la procedura di definanziamento. Stessa sorte è toccata al piano di ammodernamento del porto di Brindisi. Non si sa se e quando verrà rilasciata la necessaria concessione demaniale marittima a Margherita di Savoia, in provincia di Foggia, mentre a Siculiana, in provincia di Agrigento, come si legge nella nota integrativa al bilancio, «l'immobilismo della Regione impedisce l'approvazione del progetto». Infine il piano per la realizzazione e gestione del porto turistico di Reggio Calabria «è fermo alle risultanze della conferenza dei servizi del 2007, che ha bocciato il progetto stesso».

Il quadro economico-finanziario di Italia Navigando potrebbe peggiorare ancora. Perché, come si evince dalla relazione sulla gestione 2011, è ancora aperto un contenzioso in atto da anni con il socio di minoranza – la Mare 2 di Renato Marconi, ex numero uno di Italia Navigando – che ha chiesto un risarcimento di 16 milioni di euro per il danno subito a causa della lamentata scarsa professionalità nella gestione societaria ed imprenditoriale.

A proposito di mare, quello nel quale naviga Invitalia Attività Produttive - altra partecipata di Invitalia, che offre servizi di ingegneria e di consulenza nel settore delle infrastrutture e dell’ingegneria ambientale - è davvero tempestoso. Per l'ennesimo anno consecutivo la società ha riportato una perdita pari a 3,6 milioni di euro, mentre i debiti, che nel 2010 erano pari a 49,6 milioni di euro, sono quasi raddoppiati, a quota 82,5 milioni di euro.

Nella relazione sulla gestione firmata dal presidente di Invitalia Giancarlo Innocenzi Botti – ex dirigente Mediaset e parlamentare di Forza Italia, già sottosegretario nel governo Berlusconi II – si parla di un avvenuto passaggio «alla concentrazione di strategie ed azioni verso il perseguimento di obiettivi di sviluppo». È un punto di vista non aderente alla realtà dei fatti, ma che è stato sostenuto più volte pubblicamente anche dal ben pagato (800mila euro annui) amministratore delegato Domenico Arcuri, rampante manager cresciuto all’Iri, maturato in Deloitte Consulting e scelto nel 2007 da Bersani, allora ministro, per salvare il salvabile.

Il prossimo anno scadrà l’attuale cda – che nel 2011 ha percepito 1,1 milione di euro – e, visti i risultati, sarebbe naturale avviare un radicale cambio di rotta. Vedremo se la maggioranza che uscirà dalle prossime elezioni si accontenterà invece solo di spartirsi i posti di comando e di continuare a piazzare uomini di fiducia nei ruoli chiave.  

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