30 Novembre Nov 2012 0730 30 novembre 2012

Lo spread ai minimi, ma c’è qualcosa che non torna

Lo spread ai minimi, ma c’è qualcosa che non torna

Monti E Draghi

Rendimento del Btp decennale sotto quota 4,5%, spread fra Btp e Bund intorno quota 310 punti base, aste di titoli di Stato con i tassi d’interesse più bassi degli ultimi due anni. L’emergenza italiana, nell’arco di un anno, sembra essere passata. Eppure, c’è qualcosa che non torna in questo clima di calma apparente che ha invaso i mercati finanziari. In Italia è incrementato il tasso di sofferenze bancarie, è aumentata la disoccupazione, è diminuito il risparmio delle famiglie, sono crollati i consumi e la crescita prevista per il 2013 è già ora un ricordo. Inoltre, i capitali continuano a fuggire dal Paese, complice l’incertezza politica.

I problemi dell’Italia sono svaniti di colpo? No. Anzi. La recessione è ben più pesante delle previsioni di Governo e Tesoro, che sono ancora sicuri che nel corso del 2013 arriverà la ripresa economica. Stime che sono già state smentite sia dal Fondo monetario internazionale sia dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che vedono uno spiraglio per l’Italia solo nel 2014. L’istituzione guidata da Christine Lagarde, inoltre, ha specificato nei mesi scorsi che il pareggio di bilancio in Italia si potrà vedere nel 2017, non nel prossimo biennio come invece detto dal ministro delle Finanze Vittorio Grilli. Ancora, il calo della produzione industriale, argomentato su queste pagine due giorni fa, è destinato ad aumentare, se si guardano le stime delle banche d’investimento per il 2013.

A fronte di un compito ben preciso, ovvero quello di mettere in sicurezza l’Italia, Mario Monti ha fatto quanto poteva, non senza qualche rimpianto. Dato il carattere emergenziale del suo esecutivo e dell’intrinseca paura che incuteva uno spread fra Btp e Bund a quota 575 punti base, nelle mani di Monti c’era un potere immenso, tale da superare le barriere della classe politica per andare a colpire il cuore malato dell’Italia per ripristinare il battito corretto, smarrito da oltre vent’anni. Invece no. Monti è sceso a compromessi sulla riforma delle pensioni, sulla riforma del lavoro, sulle liberalizzazioni, sulle privatizzazioni, sulla dismissione del patrimonio pubblico. E poi ha dovuto fare diversi road-show, prima in Asia, poi nel resto del mondo, con un duplice scopo: rassicurare gli investitori e attrarre investimenti. Dopo una prolungata reticenza, durata fino a settembre, qualcosa è cambiato.

Il doppio lavoro di Monti e Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea (Bce), ha dato i suoi frutti. La Bce ha introdotto le Outright monetary transaction (Omt), nuovo programma di acquisto di bond governativi sul mercato secondario sotto strette condizioni, e garantito che «farà di tutto per salvare l’euro». Parole che forse, fra vent’anni, saranno ricordate fra le più importanti del decennio. Di contro, Monti ha ricostruito, grazie al suo network, la credibilità del Paese all’esterno. Hedge fund manager, asset manager, tesorieri, commissari europei, economisti, banchieri: per loro basta sapere che Monti c’è. Ed è anche per questo, forse, che sono arrivate nuovi accordi commerciali, l’ultimo con la Cina per 1,27 miliardi di euro, e diverse raccomandazioni di acquisto sui titoli di Stato italiani nelle ultime settimane. Da Pimco a BlackRock, due fra i maggiori investitori internazionali, passando per Goldman Sachs, J.P. Morgan e Morgan Stanley, la finanza che conta è tornata a guardare l’Italia. Di qui, il movimento al ribasso su tutta la curva dei rendimenti dei bond italiani, sia nelle maturity più basse sia in quelle più elevate. La fiducia è tornata, complici i due Mario, ma qualcosa sfugge ancora.

Di fronte a un Movimento 5 Stelle in costante aumento, ormai dato a ridosso del 20% su base nazionale e consolidatosi come seconda forza politica dietro al Partito democratico, e un Silvio Berlusconi schizofrenico, perché gli investitori non prezzano questa incertezza? Due le possibili spiegazioni. Potrebbe esserci la convinzione che dalle urne, qualunque cosa accada, Monti rimarrà in una posizione di potere. O come ministro delle Finanze, nel caso vincesse un singolo partito con la maggioranza assoluta, o come presidente della Repubblica, nel caso non volesse l’incarico al ministero. Nel caso di stallo politico, invece, la soluzione più facile: Monti come presidente del Consiglio per altri cinque anni. Una soluzione che sarebbe l’ideale per gli investitori istituzionali, che vedrebbero nell’ex commissario Ue una garanzia sull’acquisto di bond italiani. In altre parole, se fosse vera questa tesi, i mercati avrebbero fatto una scommessa cruciale su Monti, sull’Italia e sull’eurozona. 

Di contro, dietro alle mosse di banche e fondi d’investimento potrebbe essere una mera presa di posizione rialzista. Compro ora che i prezzi sono bassi e sfrutto l’onda positiva che potrebbe aumentare una volta che la Spagna avrà chiesto gli aiuti sovrani a Bce e fondo salva-Stati European stability mechanism (Esm). Poi, non appena si avvicinano le elezioni (o un evento di tale portata), vendita senza scrupoli dei titoli in portafoglio. Uno scenario, questo, già osservato diversi mesi fa. Per l’ultima volta, si spera.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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