1 Dicembre Dic 2012 1830 01 dicembre 2012

Così abbiamo fatto fallire la fabbrica degli euro

Così abbiamo fatto fallire la fabbrica degli euro

Verres Spa 0

Cartello all’ingresso della Verrès Spa (clicca qui per geolocalizzare l’azienda)

VERRÈS (AOSTA) – La fabbrica dei soldi chiude. Qui si produceva una ricchezza solida, pratica, facile da capire: monete. Gli spiccioli che tintinnano in tasca. Lire un tempo, euro adesso. Ma la Verrès Spa è in liquidazione. Continuerà, un po’ a singhiozzo, il suo lavoro a dicembre, per esaurire alcune commesse. Poi basta. Riaprirà, con tutt’altra compagine societaria, nel 2013. Ma con meno della metà dei lavoratori. Il licenziamento collettivo mette in fila 76 nomi (e fino a pochi anni fa gli addetti erano 200). Riotterranno un posto “al massimo” 35 persone.

Verrès ha 2.600 abitanti e un castello. Montagne di qua, montagne di là. In basso – in quella strettoia che è la Valle d’Aosta – la statale 26, l’autostrada A5, la ferrovia (diesel; non è mai stata elettrificata), poco sole e tante fabbriche. Molte chiuse. I macchinari indispensabili al rito della produzione, ormai fermi, le fanno assomigliare a tante chiese sconsacrate. L’imprenditoria è il regno dell’ottimismo, ma l’abitudine alla crisi sta diventando rassegnazione. Da cancello a cancello, la Olivetti I-Jet di Arnad – altro grande stabilimento aostano che muore a fine dicembre (leggi il reportage su Linkiesta) – dista da qui appena quattro chilometri.

I conti della Verrès Spa sono un campo di battaglia, così fotografato dal bilancio 2011:

PATRIMONIO NETTO -3.424.411
VARIAZIONE DEI RICAVI -28,2%
VARIAZIONE DEL PATRIMONIO NETTO -160,3%
PERDITA DI ESERCIZIO -8.471.719

In questa fabbrica non si facevano monete complete, con tanto di recto e verso, ma i tondelli (immagini sotto), la base su cui poi avviene la coniatura da parte delle zecche. Semilavorati, insomma, forniti a diversi gradi di finitura (tranciatura, laminazione a freddo, sbavatura, orlettatura, decapaggio; vedi schema produttivo), a seconda delle richieste dei committenti. Come dimostra il logo dell’azienda (e un grosso monetone monumentale piazzato al centro di una rotonda stradale all’ingresso di Verrès), qui erano anche specializzati in monete bimetalliche, quelle tipo le 500 lire o, adesso, i soldi da 1 e 2 euro. Un’invenzione italiana – che poi nei decenni si è diffusa nel mondo – con corona e pastiglia di due leghe diverse, assemblate alla pressa («a tutt’oggi l’unica progettata con un sistema di aggraffaggio coperto da brevetto internazionale per carichi di sfilamento elevati», proclama con orgoglio il sito della società).

L’inizio dell’attività a Verrès risale ai primi anni Settanta, quando fu trasferita qui (in vecchi stabilimenti del ’30) la parte della Cogne Acciai Speciali di Aosta specializzata nei semilavorati per monetazione. Una tradizione che risaliva almeno al 1939, quando proprio la Cogne aveva messo a punto l’Acmonital, un acciaio inossidabile ferritico; l’“Acciaio monetale italiano”, insomma, che ha riempito fin da prima della guerra i nostri portafogli. La società Verrès Spa, che muore adesso, è nata invece nel 1989, con lo scorporo e il successivo conferimento di un ramo d’azienda da parte dell’Ilva.

Nei primi anni Novanta la società era così costituita: pacchetto di maggioranza (60%) all’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, 20% a Finaosta, la finanziaria regionale, e 20% a Ilva. Negli anni Novanta quel 20% di Ilva passa di mano; entra, per esempio, per un po’ di tempo nell'azionariato la Sat di Catania. Infine, nel dicembre del 2001, l’allora assessore regionale all’Industria, Piero Ferraris, annuncia l’ingresso, con il 17,65%, dei tedeschi della Eurocoin (la stessa società a cui l’Italia decise di affidare, nel 1998, per quando quattro anni dopo sarebbe arrivato l’euro, la demolizione, il cosiddetto decoin, di 35 mila tonnellate di lire). «La finalità dell’operazione – spiegava allora Ferraris – è un partenariato industriale-commerciale su scala internazionale per divenire fornitori a livello mondiale di tondelli». La Verrès, ancora in grande spolvero, aveva allora oltre 200 dipendenti.

A fine 2012 la società muore con questo assetto: Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato 55%, Finaosta Spa 27,35%, Eu Coin Ltd 17,65%. Le cose, per quanto riguarda quel 17,65%, si sono infatti complicate, ed Eu Coin è oggi una società britannica. Perché? La tedesca Eurocoin AG, che acquistò la sua parte di Verrès Spa nel 2001, ha attraversato una fase di ristrutturazione del debito (qui uno schema tratto da uno studio di Matthew Prest di Close Brothers: Deutsche Nickel, A case study on German Restructuring). Come spiega uno studio di Ashurst (eccolo, dal numero del dicembre 2006 dell’European Restructuring and Distressed Investment Quarterly Briefing) il caso ha fatto scuola: «Uno dei temi scottanti continua a essere la “migrazione” di compagnie dalla Germania all’Inghilterra per godere dei vantaggi di leggi più favorevoli e flessibili in materia di diritto aziendale e fallimentare. L’innovativa procedura di trasformare la compagnia tedesca Deutsche Nickel AG in una società di diritto inglese ha creato un precedente in questo campo. I creditori della Deutsche Nickel AG e della sua controllata, Eurocoin AG, sono diventati creditori di Dnick Ltd e di Eu Coin Ltd, le holding britanniche entro cui le rispettive compagnie tedesche sono collassate».

Verrès Spa non viene citata nei report della capofila DNick Holding plc, laddove si parla della controllata Eu Coin Ltd, né nel 2009 né nel 2010. Nel 2011, invece (pagine 63-64),in seguito a un CVA (Company Voluntary Arrangement; un accordo volontario) si spiega che «la possibilità di Eu Coin Ltd di ripagare il credito di 500mila euro nei confronti della capofila, risalente al periodo della ristrutturazione del debito, è essenzialmente legato al valore di circa il 17% delle azioni detenute da Eu Coin Ltd in Verrès Spa e dalla possibilità di vendere tali azioni. Ma Verrès Spa ha presentato istanza di fallimento nel mese di novembre 2011. Non vi è quindi alcuna possibilità di rimborso del prestito con il ricavato della vendita delle azioni Verrès. Una perdita durevole di valore si è quindi realizzata, e il credito derivante dal prestito è stato scritto a zero dal 31/12/2011».

Ancora più scoraggiante la lettura del bilancio di Eu Coin Ltd (eccolo qua). A fine dicembre 2011 la società ha dichiarato attivi patrimoniali per 500.002 euro a fronte di debiti per 500.001 euro: la differenza, di un euro, è il patrimonio netto, evidentemente simbolico.

Il fatto è, spiegano in Valle, che questi della Eurocoin Ag, poi Eu Coin Ltd, sono spariti. Erano un vero socio fantasma. Nonostante avessero diritto a una sedia in cda, hanno disertato sempre, rallentando quasi sempre il processo decisionale e le scelte strategiche. E la loro presenza-assenza ha condizionato negativamente il destino della Verrès Spa anche sotto un altro significativo aspetto. «A un certo punto», spiega Enrico Monti, segretario della Fiom Valle d’Aosta, «a Roma si sono accorti che a Verrès non potevano più lavorare con commesse dirette della Zecca, perché quel 17 virgola qualcosa per cento del privato Eu Coin Ltd faceva sì che la società dovesse partecipare alle gare d’asta al ribasso sul battente del Poligrafico. È stato l’inizio della fine. Una rovina. Prima l’azienda viveva in condizione di monopolio. Dopo, si è trovata stretta tra l’impennata del prezzo del nichel e delle altre materie prime e la concorrenza dei Paesi emergenti: Corea, India, Cina, che producono tondelli semifiniti a pezzi vantaggiosissimi, ma anche della Finlandia, che sta facendo man bassa in Europa nel settore. Talora si è lavorato con margini risicatissimi, o addirittura in perdita. Alcuni processi produttivi sono stati subappaltati ad altri soggetti, non sempre di qualità. E sono iniziati i guai. La Verrès Spa ha sempre avuto buona parte del business (anche il 70%) verso l’estero (mercato molto insidioso), lavorando per la monetazione di Paesi asiatici, sudamericani… Molti lavori sono tornati indietro – con conseguenti perdite ingenti – perché non confacenti al capitolato. Alla Thailandia, per un lavoro mal fatto, si è dovuta addirittura pagare una penale aggiuntiva di un milione. Poi ci si è messo pure Hugo Chávez. I tondelli spediti in Venezuela andavano sostanzialmente bene, ma lui ha deciso di pagare la metà del pattuito: 4 milioni invece di 8. Un credito che ormai è inesigibile. E così, in pochi anni, si è completamente eroso il capitale sociale».

A quel punto, lo storico amministratore delegato, Ottavio Enrico Lecis (classe 1939, storica formazione nell’acciaio di Stato), ha fatto un passo indietro e nel novembre di un anno fa si è deciso per la liquidazione in bonis, senza portare i libri in tribunale. Con il dottor Carlo Pessina nel ruolo di liquidatore.

La produzione residua (poca, visto che tutte le commesse estere, sia in Oriente che in Occidente sono state perdute per il drastico abbassamento di qualità degli ultimi periodi) dovrebbe essere esaurita entro Natale, o al massimo entro il 31 dicembre. Poi ci sarà la chiusura e una riapertura ancora nebulosa, alle dirette dipendenze, stavolta, del Poligrafico e Zecca dello Stato. In questi giorni sono in corso i colloqui, e il clima è teso. I posti a disposizione sono pochi. I sindacati spingono perché siano 35, ma quel «al massimo 35» firmato alcuni mesi fa, fa tremare i polsi, perché potrebbero essere anche meno, e nell’accordo non è esplicitato un minimo.

Quello che è certo è che la quantità di tondelli da produrre, al momento, è bassissima: 2.500 tonnellate all’anno, tutte per la Zecca italiana. Nei tempi buoni se ne battevano qui 15-17 mila tonnellate. Senza considerare i periodi di superlavoro, all’inizio della vita dell’euro (i vari disegni nazionali che ci stampammo sopra furono scelti dagli italiani con un referendum televisivo promosso da Domenica In) o quando, grazie all’attività di lobby in Parlamento del deputato valdostano Luciano Caveri (già nel 1991 era tra i sostenitori della lira pesante che, togliendo tre zeri alla valuta, avrebbe reso necessario ristampare tutto il circolante e la reintroduzione dei centesimi avrebbe portato «grandi vantaggi occupazionali e produttivi allo stabilimento verrezziese»), si decise di far diventare moneta le mille lire (era il 1997 e all’inizio facemmo pure un brutto errore, una specie di Gronchi Rosa della numismatica: ci raffigurammo sopra la Germania ancora divisa).

Comunque, con questi livelli produttivi, gli addetti che servono sono molti meno degli attuali 76, forse meno anche del “massimo” fissato a 35. Di sicuro, essendo in gestione diretta da parte del Poligrafico, la mannaia si abbatterà sugli impiegati – una dozzina – poiché diventano inutili sia l’ufficio acquisiti che l’ufficio vendite. E poi verrà chiuso il reparto artistico (faceva soprattutto medaglie per casinò e Comuni, ma non solo), che ora dà lavoro a quattro persone. E sarà sfoltito il numero degli operai.

Ci sono diversi casi preoccupanti di mariti e mogli che lavorano entrambi in Verrès Spa. Se nessuno della coppia dovesse essere confermato alcune famiglie si troverebbero di colpo senza più entrate, con solo un anno di paracadute (forse prorogabile a due) della cassa integrazione straordinaria.

«Dopo la riunione del 30 novembre», racconta Edy Paganin, responsabile industria del Savt, Syndicat Autonome Valdôtain des Travailleurs, «siamo ancora in attesa di firmare un accordo di programma. I nodi da sciogliere restano molti, tra cui i criteri di riassunzione dalla lista con i 76 nomi. Sappiamo che due/tre persone saranno prese a inizio gennaio per la manutenzione del sito produttivo. Si arriverà a 16 assunti entro febbraio 2013, per cercare di far ripartire la produzione a marzo. Gli altri 19, fino al massimo di 35, troveranno posto più tardi».

«Salvare i vecchi livelli occupazionali con queste quantità di produzione era impossibile», ammette sconsolato Monti della Fiom. «Siamo a Stalingrado, ogni unità di lavoro che si salva, va salvata. Combattiamo lavoratore per lavoratore, posto per posto. Non ne posso più di fare licenziamenti».

Ma il clima in azienda è pesante, penoso. La decimazione non va giù. Tra i lavoratori ci sono slanci di ribellione (come quando sono andati in massa al Consiglio regionale); il risentimento prevale sulle rivendicazioni, le rassicurazioni dei sindacalisti sono vissute come una propaganda artificiale e l’inquietudine alimenta un odio imparziale nei confronti di padroni e sindacati.

Non tutti, in paese, parlano dei lavoratori della Verrès Spa in toni elogiativi. Era un’azienda parapubblica, e qualcuno ricorda brutte storie vecchie e recenti. Furti di tondelli, soprattutto (anche se non coniate, le monete funzionano benissimo nelle macchinette automatiche, e non sono mancate, in zona, grandi ruberie di sigarette e preservativi). L’ultima condanna, un uomo e una donna che poi se li giocavano alle slot machines, è di un paio di mesi fa. Si ricordano lanci di interi sacchetti fuori dai recinti. La necessità di sempre più sofisticati metal detector per evitare uno stillicidio di spiccioli nelle tasche. Si cita la «mentalità un po’ da Iri», o  il fatto che «non si ammazzavano certo di lavoro» o che anni fa «volevano il sabato pagato come straordinario, nonostante debbano farlo di turno normale, per contratto». (Nel settembre 2011 fu addirittura rapinato in autostrada un intero camion della Verrès Spa – poi  per fortuna ritrovato – con 2.950.000 tondelli grezzi da 1 euro e 700.000 tondelli da 20 centesimi).

Eppure l’azienda, a lungo, è andata bene. Non ha mai fatto cassa ordinaria, e dopo gli utili del 2006 e del 2007 (prima dei quattro consecutivi bilanci in deficit con cui si è mangiata oltre 20 milioni di capitale sociale) ha pagato un premio di produzione, seppur non dovuto (perché uno dei criteri non era stato raggiunto). Ancora nel 2007 stabilizzava un lavoratore precario al mese. Poi, proprio i tempi determinati (anche quelli “storici”), sono stati i primi a pagare la crisi; i primi 80 a rimanere a casa, e senza nessun ammortizzatore sociale, quando nel 2009 i volumi produttivi sono scesi del 19% con un calo di 2.064 tonnellate e con un contemporaneo calo dei prezzi di vendita».

Dopo la scelta di liquidare la Verrès Spa, si è a lungo accarezzato il sogno della prima società in house europea. Una compartecipazione al 50% tra la Zecca italiana e quella francese, Monnaie de Paris (che ora si rifornisce massicciamente nel Far East). Una joint venture che, non avendo privati nell’azionariato, potrebbe ottenere commesse dirette, bypassando le aste, e garantendo un battente molto più alto di quello che Verrès può ottenere come semplice succursale del Poligrafico. Il 18 aprile scorso il presidente del Monnaie de Paris era addirittura arrivato in delegazione. Con l’esercitata cordialità dei grandi manager aveva parlato ai lavoratori, e sembrava cosa fatta. Ma la cosa (alcune trattative, in realtà, sarebbero ancora in corso) si è arenata, soprattutto per i nuovi vincoli imposti dalla spending review.

Spendere di più, infatti, non si può. E già il microsalvataggio attuale è tutto a carico dei contribuenti. Il Poligrafico ha acquistato i macchinari della Verrès Spa per 6 milioni di euro. La Regione Valle d’Aosta ha invece acquisito (per 4,5 milioni) la parte di immobili aziendali che non erano già di sua proprietà. Con quei dieci milioni e mezzo sono stati soddisfatti i creditori e dovrebbero essere pagati i tfr.

In questo modo la petite patrie valdostana, che fin dai primi anni Ottanta ha un pesante ruolo di investitore pubblico (tanto che l’economista Massimo Lévêque ha parlato, in passato, di «modello di sviluppo economico “regionecentrico”»), ha ulteriormente aumentato il tesoretto di immobili industriali in suo possesso, che gestisce attraverso la Srl Vallée d’Aoste Structure (controllata da Finaosta).
Ma con questa crisi, nel 2011, la Srl ha avuto una perdita d’esercizio di 3.258.951 euro. E sta soffrendo sempre più per lo svuotamento continuo (causa chiusura) degli immobili produttivi e per il mancato pagamento delle locazioni da parte delle aziende a corto di liquidità.

Quanto alla Verrès Spa, non poteva finire in malora in un periodo peggiore: proprio mentre tutto, attorno, è in crisi. Gli ingredienti ormai li sapete: gestione discutibile (con capitolati non rispettati e perdita progressiva dei clienti), un socio fantasma con un euro di capitale, rapporti non chiari tra pubblico e privato; infine un salvataggio costoso per il contribuente, ma che lascia disoccupata la gran parte dei lavoratori… Non si sa se questa piccola storia di provincia abbia una morale. Ma l’Italia aveva una fabbrica dei soldi, che ci ha riempito, per anni, le tasche di lire e di euro. Trovateci o meno, il valore simbolico. Resta il fatto che adesso è chiusa.

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