2 Dicembre Dic 2012 1330 02 dicembre 2012

Donne al potere e autonomia, così l’Islanda è uscita dalla crisi

Donne al potere e autonomia, così l’Islanda è uscita dalla crisi

Reykjavik

Nell’Europa messa in ginocchio dalla crisi, bisogna andare a nord per trovare un barlume di speranza. Nell’estremo nord, quasi nel circolo polare artico. In Islanda. Perché il popolo di quell’isola remota ha dimostrato che un’economia moribonda può risorgere, se si è pronti alla lotta e al sacrificio tutti insieme. Per il bene comune.

Nel 2007 l’Islanda viveva in una bolla. Un’immensa bolla finanziaria, per la precisione, gonfiata dagli alti tassi d’interesse che la Banca centrale d’Islanda fissava, attirando capitali da ogni angolo del pianeta. Tutto quel denaro, naturalmente, non restava inerte: le tre grandi banche locali, privatizzate all’inizio del millennio, lo usavano per ogni tipo di speculazione; “vichinghi del business” come il miliardario Björgólfur Gudmundsson (allora proprietario pure del West Ham, prestigioso club inglese di calcio) se ne servivano per le loro rischiose scorrerie nei mercati internazionali. 

Era un’economia drogata, ma nessuno sembrava preoccuparsene: il Pil cresceva di quasi il 6%, la disoccupazione era intorno all’1%, e il Ministero delle Finanze poteva assicurare, nei suoi rapporti, che “l’economia si sta muovendo verso l’equilibrio, e lo sviluppo rimarrà stabile.” Abbagliati dai miraggi di un consumismo sfrenato, e dalle sirene di media compiacenti che dipingevano banchieri e tycoon come i nuovi eroi d’Islanda, i cittadini vivevano al di sopra dei loro mezzi. Spendevano e spandevano in beni di lusso, viaggi all’estero e case sempre più grandi. La corona islandese era forte, e comprare vini italiani o Suv giapponesi andava di moda. Erano in pochi a chiedersi cosa sarebbe successo se per qualche motivo (una crisi finanziaria globale, per esempio?) il fiume di capitali stranieri si fosse prosciugato.

Altro che pesca, storico pilastro dell’economia nazionale: i giovani sognavano di laurearsi in ingegneria finanziaria, gli anziani giocavano in borsa. Dopo secoli di povertà insulare, per l’Islanda era infine giunta l’età del latte e del miele. «Mi trovavo in Islanda prima, durante e dopo la crisi. – spiega a Linkiesta il professor Giorgio Baruchello. Genovese, 38 anni, Baruchello insegna all’Università di Akureyri, nel nord del Paese. «Prima della crisi, quale accademico e studioso di fenomeni socio-politici, fui critico nei confronti del modello di “sviluppo” lanciato dal governo dell’epoca, dato che aveva privatizzato le più grosse banche islandesi e liberalizzato il sistema finanziario, onde trasformare l’isola in un nuovo Lussemburgo (così sostenevano alcuni membri della classe politica al comando dell’isola): in cinque anni ci trovammo in bancarotta». 

Nel settembre del 2008 falliva Lehman Brothers, scatenando il panico globale. Poco dopo arrivava il turno delle tre grandi banche islandesi. Con loro affondava anche l’intero sistema finanziario dell’isola. È facile capire perché: gli asset totali del trio di banche valevano quasi dieci volte il Pil islandese, un rapporto senza paragoni nel resto dell’Occidente. La corona colava a picco. Idem la borsa di Reykjavík. Per citare la missione in Islanda del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), era arrivata “la tempesta perfetta”.
Nel 2009 il Pil calava di quasi il 7%, la disoccupazione superava l’8%. Una catastrofe. Il sogno dell’Islanda, “l’isola che volle farsi hedge fund”, svaniva. Restavano solo le scorie velenose di un enorme fallimento economico, politico, sociale e morale.

«Dall’inizio del collasso finanziario c’è stata una discussione, inevitabile, su chi sia stato il responsabile della crisi: i leader politici, i banchieri, le autorità di supervisione finanziaria, il pubblico. La risposta, entro un certo limite, è: tutti quanti. In una democrazia, quantomeno, il pubblico ha un certo grado di responsabilità». A dirlo a Linkiesta è Jón Trausti Reynisson, editor del DV, quotidiano indipendente a metà strada tra il tabloid e il giornale investigativo: «I valori e le decisioni che condussero alla crisi erano un riflesso dei valori generali della popolazione islandese in quel periodo. L’enfasi era tutta sull’immagine, piuttosto che sulla verità». L’immagine, solo questo contava nell’Islanda della bolla finanziaria. Dietro di essa non c’era altro.

Oggi Reynisson è giornalista, ma in passato ha fatto il pescatore, e all’università ha studiato filosofia. Questo retroterra culturale e biografico traspare dalle sue parole, amare ma lucide. Prima della crisi, spiega, «le critiche, o qualsiasi forma di pessimismo sui prezzi degli immobili, sulle banche o sul valore futuro della moneta, erano spesso accolte in base ai loro effetti sui mercati, invece che come constatazioni oggettive. L’iper-realtà della finanza e la fiducia erano considerate più importanti del vero stato delle cose». Ancora: «Gli stranieri critici venivano accusati di essere “invidiosi”, di avere scarse competenze o semplicemente di attaccare l’Islanda. In qualche modo divenne sbagliato criticare. E poiché gran parte dei media erano posseduti dai proprietari dei grandi istituti finanziari, tutti interconnessi tra loro, ogni discussione critica sulle banche o sull’economia subiva una costante pressione. La società islandese era diventata un tipico esempio di ciò che i sociologi chiamano “pensiero di gruppo”».

Con il crollo delle banche, però, la verità venne finalmente a galla. Di colpo le mense per i poveri si riempirono, i ristoranti si svuotarono. «Durante la crisi, soprattutto nel 2009 e nel 2010, era agghiacciante andare nei negozi, ad esempio in quelli di elettrodomestici, e vedere gli scaffali vuoti, o pieni di modelli di cartone, giusto per rendere la vista meno deprimente al cliente – racconta a Linkiesta la romana Pamela De Sensi, musicista nonché presidente dell’Associazione Italiana d’Islanda. Oggi la bancarotta sembra un incubo da cui ci si è appena svegliati, e gli islandesi nutrono un cauto ottimismo. Quest’anno il Pil dovrebbe crescere di oltre il 2,8%. Le stime del Fmi per Portogallo (-3%), Irlanda (+0,3%), Grecia (-6%), Spagna (-1,5%) e Italia (-2,3%) sono ben diverse. Ancora la De Sensi: «Durante la crisi c’era pochissima scelta nei supermercati. Quasi tutti i prodotti disponibili provenivano dal Nord Europa. Adesso però la situazione è tornata alla piena normalità, stanno aprendo tanti negozi e molte marche estere hanno fatto ritorno».

Per gli islandesi, naturalmente, gli anni della crisi sono stati traumatici. Abituati a un tenore di vita elevatissimo, e a primeggiare in graduatorie internazionali come l’Indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, si sono trovati di colpo a fronteggiare la bestia della povertà. «La crisi ha scioccato tutti quanti qui. E il crollo delle banche ha intaccato molto l’orgoglio nazionale», rimarca la De Sensi. «Per fortuna gli islandesi hanno un carattere molto forte e sono grandissimi lavoratori. In più con la crisi sono cambiate molte cose: in primo luogo i rapporti familiari, che la folle corsa economica aveva messo in secondo piano».

Quanto detto dalla musicista romana è confermato dal 23enne Hrafn Eiríksson, studente di scienze informatiche all’Università di Reykjavík, è originario di un villaggetto di pescatori chiamato Höfn.
«La crisi finanziaria, ovviamente, ha lasciato un sacco di gente in preda alla disperazione. Gente che ha perso il lavoro. O la casa, a causa dell’esplosione dei tassi d’interesse sui prestiti. O i risparmi di una vita. È stata un’esperienza orribile da vivere, questo è chiaro. – ricorda Eiríksson – Quando la crisi è scoppiata avevo 19 anni, e avevo appena iniziato i miei studi universitari. Non avevo un lavoro, mutui o risparmi da perdere. La crisi non mi ha colpito direttamente. Ha colpito i miei genitori, comunque, che hanno perso gran parte dei loro risparmi».

Secondo Eiríksson i suoi connazionali hanno reagito nel modo giusto alla crisi. «Non c’è stata una paralisi della società. Piuttosto c’è stata una reazione quasi immediata del tipo “noi supereremo tutto questo, a qualsiasi costo”. Naturalmente molta gente ha lottato per arrivare alla fine del mese, e lo sta facendo ancora. Ma la società islandese è forte. E a mio parere sta diventando ancora più forte.»

Come molti islandesi sentiti da Linkiesta, anche Eiríksson si diffonde sulla combattività dei suoi concittadini. Racconta, ad esempio, di un compaesano di Höfn, «che per tutta la vita era stato capitano di una barca, ma negli anni Novanta aveva deciso di vendere la barca e la sua quota di pescato. Allora aveva circa cinquant’anni, e faceva molti soldi (milioni di euro), ma smise di lavorare e decise di investire il denaro in una delle banche islandesi. Nel 2008 la banca crollò, e le sue azioni persero di colpo ogni valore. A quel punto lui andò al centro medico locale chiedendo una visita oculistica, perché aveva bisogno di rinnovare il suo patentino nautico. Pochi giorni dopo era di nuovo in mare, e continua ancora oggi ad andarci».

Se la società islandese ha retto, è stato anche grazie a un forte senso di identità nazionale. «L’Islanda è un Paese giovane, sia in termini assoluti (iniziò ad avere una popolazione in pianta stabile solo nel IX secolo d.C.), sia in termini relativi (ottenne l’indipendenza dalla Danimarca nel 1944) – chiarisce Baruchello – Perdura pertanto uno spirito patriottico che in Italia manca da alcuni decenni almeno. Questo spirito trovo uno sbocco nell’orgoglio quasi ossessivo per l’unicità e la bellezza della lingua islandese, un idioma vichingo che nel periodo romantico venne epurato degli elementi internazionali assorbiti nei secoli di dominazione norvegese e danese, in modo da riportarlo a una mitica origine, al tempo delle saghe medievali. Un po’ come se in Italia fossimo tornati a parlare la lingua di Dante Alighieri.»

L’amor di patria traspare pure dalle parole di Helga Guðmundsdóttir, 27 anni, studentessa di scienze informatiche sempre all’Università di Reykjavik. «Noi islandesi siamo una nazione molto orgogliosa, e possiamo finire nei guai quando diventiamo troppo sicuri di noi stessi (come dimostrano gli eventi precedenti alla crisi bancaria). Però sappiamo anche sostenerci l’un l’altro, e i successi di uno sono i successi di tutti: basta vedere quale è stata la reazione della nazione quando la nostra squadra di pallamano ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Pechino».

Vittoria della squadra di pallamano a parte, gli ultimi quattro anni, in Islanda, sono stati anni interessanti. È successo di tutto: la crisi ha scatenato un’ondata di proteste, la cosiddetta Rivoluzione delle pentole; è andato al potere un capo di governo donna e apertamente gay; Reykjavík, la capitale, ha eletto come suo sindaco un comico; chi era primo ministro all’inizio della crisi è finito sotto processo; si è tenuto un referendum (consultivo) su una nuova costituzione. Mica poco per una repubblica con meno abitanti del Trentino. 

Tutto ciò ha alimentato il mito di un’isola ribelle, indomabile. Pronta a sfidare i diktat dei mercati internazionali, delle banche e dei governi stranieri. Un’idea che ha affascinato il pubblico europeo. Soprattutto quando l’isola in questione è la terra del fuoco e del ghiaccio, una landa estrema circondata dall’oceano Atlantico e da un alone di nordico esotismo. Ma forse non è tutto oro quel che luccica. Certo, la Rivoluzione delle pentole ha costituito un momento di risveglio collettivo. Dopo anni di sbornia consumistica, segnati dal sogno di arricchirsi subito e quasi senza sforzo, si è tornati infine alla lucidità. Ogni autoinganno, alla fine, deve finire.
A dare il via alla Rivoluzione è stato un personaggio assai noto in Islanda, Hörður Torfason. Artista di successo, difensore dei diritti umani (specie quelli degli omosessuali), nell’ottobre del 2008 Torfason inscenava le prime, solitarie proteste nella piazza di fronte al Parlamento. A lui si univano presto artisti e intellettuali, nonché un gran numero di cittadini indignati. La rabbia contro il governo montava, echeggiando nella piazza come il ruggito di una tempesta: i dimostranti, infatti, percuotevano furiosamente pentole e padelle. 

Alla fine, nel gennaio del 2009, il contestato primo ministro conservatore Geir Haarde, del potente Partito dell’Indipendenza, cedeva alle proteste, e si dimetteva. Al suo posto arrivava la pugnace Jóhanna Sigurðardóttir, leader dell’Alleanza socialdemocratica. Sposata con una drammaturga, ex hostess con un passato da sindacalista (e da ministro degli affari sociali), la Sigurðardóttir non è certo la classica politica islandese. «Negli anni Jóhanna è stata un importante modello di politico donna, pronta a sostenere fermamente i propri valori» dice a Linkiesta Margrét Tryggvadóttir, parlamentare del piccolo Hreyfingin (il Movimento), «nuovo partito né di sinistra né di destra, che lotta per la democrazia e contro la corruzione». Secondo la Tryggvadóttir, «è un destino cinico che Jóhanna sia diventata primo ministro proprio quando voleva lasciare la politica, ma nessun altro era, per così dire, all’altezza del compito in un momento così difficile».

Tra gli islandesi sentiti da Linkiesta la Rivoluzione raccoglie giudizi diversi. «Penso che la Rivoluzione delle pentole del gennaio 2009 fosse inevitabile – osserva Torfi H. Tulinius, docente di studi islandesi medioevali all’Università d’Islanda – La responsabilità per quanto accaduto del Partito dell’Indipendenza, al governo del Paese dal 1991 al 2009, era troppo evidente. Il partito doveva essere rimosso dal potere per assicurare un’onesta verifica delle cause della crisi, e una risposta credibile a essa». Secondo Eiríksson la Rivoluzione è stata «un fenomeno interessante, e la sua genesi lo è ancora di più, perché essa sorse spontaneamente, nel giro di ore. E non si concluse finché non ci furono alcuni importanti cambiamenti. Perciò sono fiero di essa, così come sono fiero di avervi in qualche modo preso parte (anche se il mio contributo fu piccolo)».

Per Baruchello, che è anche un neo-cittadino islandese, «sebbene non furono sparati colpi di cannone, si trattò di una rivoluzione vera e propria: la gente scese per strada, vi furono proteste ininterrotte davanti al Parlamento per settimane intere, e il governo guidato dai conservatori di Geir Haarde (braccio destro dello storico leader Davíð Oddsson), si dovette dimettere». Un po’ diversa l’opinione di Maurizio Tani, originario della profonda provincia pisana. Sposato con un’islandese, da undici anni insegna nell’isola lingua, storia e cultura italiana, principalmente presso l’Università d’Islanda. «Mi sembra un po’ troppo parlare di rivoluzione, considerando quanto ho potuto capire sulle rivoluzioni del 1989 nell’Europa centrale e orientale (o su quella informatica, neolitica, industriale, francese o russa)» dice a Linkiesta. «È anche vero che le rivoluzioni durature sono quelle silenziose. La rivoluzione islandese, ai miei occhi, è simboleggiata dai pullman di seconda mano pieni di pendolari; dall’arrivo massiccio degli scooter; dalle file alle mense dei poveri; dal turismo come nuova priorità economica; dal sempre più frequente uso della parola “thjod”, che significa allo stesso tempo “popolo” e “nazione”. Insomma, una rivoluzione culturale, che forse porterà anche a una rivoluzione politica, ma senza urla, lentamente, senza capri espiatori o messe alla berlina. All’islandese. Per dare un giudizio, aspetterei ancora un po’». 

Interessante, in merito, pure l’opinione di Kristín Arnórsdóttir. Venticinque anni, nativa di Reykjavík, studia scienze politiche presso l’Università dell’Islanda. «Non sono sicura che si sia trattata di una rivoluzione. Mi trovavo a Firenze quando tutto questo è successo. Sentivo più che altro che la gente era arrabbiata, e che non sapeva quali sarebbero state le conseguenze del crollo. Le persone provavano anche frustrazione verso il primo ministro di allora, e il suo governo: il suo piano per una maggiore crescita economica aveva fatto fiasco, e non aveva reagito al fallimento imminente se non quando era diventato troppo tardi. Sono fiera che l’Islanda sia stata la prima (o forse l’unica) nazione al mondo ad aver chiesto a un politico di rendere conto delle sue azioni contro la crisi».

In effetti l’ex primo ministro Geir Haarde è comparso di fronte a un tribunale ad hoc. La corte però lo ha assolto da ben tre dei quattro capi di accusa, impedendo una condanna per negligenza che avrebbe potuto farlo finire persino in prigione. E se il proscioglimento di Haarde ha senza dubbio scontentato un po’ d’islandesi, è anche vero che una rivoluzione (o presunta tale) che non riempie patrie galere o cimiteri è senz’altro degna di ammirazione. “Una rivoluzione nordica: le eroine di Reykjavík”. Così titolava lo scorso 21 aprile il quotidiano britannico The Independent. L’articolo, scritto dal noto giornalista John Carlin, aveva un’interessante catenaccio: «L’Islanda è stato il primo posto a patire le conseguenze del fanatismo dei banchieri (maschi). Ora il Paese è di nuovo in piedi. Perché? Perché le donne hanno preso il controllo».

Carlin può avere ragione o no (un suo articolo del maggio 2008 aveva come titolo “Nessuna meraviglia che l’Islanda ha il popolo più felice della Terra”). Ma in effetti da quando la Sigurðardóttir è al potere, l’Islanda è diventata forse la nazione più femminista del pianeta. Secondo il Global Gender Gap Index del World Economic Forum, che misura il divario tra uomini e donne, l’Islanda è la nazione meno diseguale in assoluto. E in base al Gender Inequality Index dell’UNDP, è nona (su 187 Paesi analizzati). «L’Islanda mi piace davvero. La cosa più importante per me è che mi sento sempre al sicuro qui, anche se sono una giovane donna e cammino molto. Posso andare da sola, nel cuore della notte, in un vicolo buio e sentirmi comunque al sicuro», racconta la Arnórsdóttir. Che aggiunge: «Avendo vissuto negli Stati Uniti e in Italia, apprezzo pure che le persone non mi sottovalutano solo perché sono una giovane donna. Qui uomini più grandi vengono da me per fare una bella chiacchierata di politica, ascoltano quello che ho da dire e non cercano di flirtare». Altrettanto positivo il giudizio della De Sensi: «Gli islandesi, per mia esperienza, non distinguono tra uomini e donne, sono tutti perfettamente uguali, e se vali è per quello che fai e non per quello che sei, e ancor meno per come ti presenti. Essere donna in Islanda ti fa capire come poter vivere senza discriminazioni, e nel pieno rispetto della tua persona».

Che l’isola nordica sia amica delle donne lo dice anche Maria Carmelo Marino, romana di Napoli che in Islanda sta conseguendo un master in Energie sostenibili (l’Islanda, ci tiene a precisare, «è l'unico paese al mondo che produce oltre il 99% dell'elettricità utilizzando fonti rinnovabili»). A parere della Marino la maggiore differenza tra l’Italia e l’Islanda è proprio «la parità tra i sessi. Nei colloqui che ho fatto qui, prima per la borsa di studio e poi per ottenere una tesi sponsorizzata, non mi sono sentita discriminata neanche per un secondo. In Italia invece non mi sono mai sentita non-discriminata, perché gli intervistatori mi hanno sempre chiesto se ero fidanzata o sposata, e se avevo intenzione di avere bambini ancor prima di esaminare i miei titoli accademici e le mie esperienze lavorative».

Tali testimonianze non devono stupire. L’Islanda post-crisi sembra davvero tenere alle sue donne. Nel 2009, per esempio, ha vietato la prostituzione, e nel 2010 pure i locali di strip-tease. Un sociologo straniero che conosce bene l’isola, e preferisce non rendere nota la sua identità, spiega a Linkiesta: «Vietare la prostituzione è stata una scelta condivisibile, anche se contraria allo spirito dei tempi. Nel 2009 l’economia stava affondando a causa della crisi, la gente aveva pochi soldi e non si voleva correre il rischio che l’Islanda diventasse una meta del turismo sessuale». 

A detta di molti, però, la miglior dimostrazione della minor “testosteronicità” dell’Islanda è stata offerta dalla gestione “tranquilla” della fase di emergenza economica. Infatti il governo della Sigurðardóttir ha dato prova di una buona dose di pragmatismo, polso e buonsenso. Le dure riforme chieste dal Fmi sono state portate avanti con determinazione, e i prestiti da esso erogati sono già stati in parte restituiti. Tuttavia bisogna anche riconoscere che il Fmi ha adottato, con l’Islanda, un approccio innovativo, meno dogmatico che nel passato: per esempio nel novembre del 2008 sono state introdotte rigide misure di controllo sui capitali (decisione impensabile nella Ue); e inizialmente il welfare e i sussidi di disoccupazione non hanno subito tagli, proprio per evitare di peggiorare la crisi. Insomma, ricette in parte diverse da quelle portate avanti in Grecia. 

Gli islandesi, poi, hanno dimostrato di non voler pagare per gli errori dei loro banchieri. Chiamati alle urne per ben due volte, si sono opposti ai piani del governo per ripagare il debito dell’Islanda nei confronti del Regno Unito e dei Paesi Bassi. Debito, è noto, creato dal fallimento della banca online Icesave, attiva nelle due nazioni e appartenente a una delle banche collassate nel 2008.
«In un certo senso l’economia reale è stata rafforzata dal collasso finanziario – evidenzia Reynisson – Prima di tutto, un’economia basata sul debito non era sostenibile. In secondo luogo, l’afflusso di prestiti [dall’estero] aveva rafforzato la valuta, indebolendo importanti settori votati all’esportazione, come la pesca. Il crollo della valuta invece è stato negativo per le attività imprenditoriali insostenibili, come l’importazione di beni di lusso, che avevano contribuito a far crescere il debito nazionale».

Qualche mese fa il quotidiano statunitense Wall Street Journal, che pure non è mai tenero con gli europei, ha descritto l’Islanda come “un’isola di ripresa”. Tuttavia Reykjavík ha potuto “beneficiare” di qualcosa che membri dell’eurozona come la Grecia o la Spagna possono solo sognare: il deprezzamento della corona; deprezzamento che ha molto ridotto il potere d’acquisto dei cittadini impoveriti, ma allo stesso tempo ha consentito all’Islanda di tornare a registrare un attivo commerciale. In altre parole, si è trattato di una ripresa guidata dalle esportazioni. Esportazioni basate, a loro volta, soprattutto sulla pesca, che vale più del 40% dell’export totale.
Non a caso la maggioranza degli islandesi è contraria a un’adesione alla Ue, e ancora meno a entrare nell’eurozona. Ci sono però delle eccezioni: come il ministro delle finanze Oddny Hardardottir, favorevole a entrambe i traguardi, seppure non in tempi immediati. Infatti i maggiori partner commerciali dell’isola sono le nazioni della Ue.

«Noi islandesi non abbiamo una vera strategia monetaria – spiega a Linkiesta il professor Thorolfur Matthíasson, docente di economia all’Università dell’Islanda – Abbiamo una valuta controllata attraverso il controllo dei capitali. Perciò stiamo violando le regole dello Spazio Economico Europeo (See), e le quattro libertà della Ue e dello See, perché non siamo liberi di muovere i capitali fuori dal Paese! I politici islandesi non sembrano capire la gravità della situazione, e pensano di poter continuare a usare, in futuro, la corona come valuta. Sbagliano. Se cercheranno di usare la corona come valuta internazionalmente convertibile in futuro, avremo un nuovo ciclo di boom e crolli».

Peraltro il crollo delle banche ha spinto molti giovani capaci a tornare all’economia reale (o a emigrare). E dato che l’Islanda è una delle nazioni più tecnologiche del pianeta, alcuni di loro hanno deciso di scommettere sulle loro capacità di innovatori, creando una startup nel settore Ict. «Da quello che ho visto finora, l’Islanda scommette sui giovani – sottolinea a Linkiesta Paolo Rovelli, ventiquattrenne di Monza che all’Università di Reykjavík studia ingegneria del software – O, quantomeno, l'università ci scommette. Ho dei compagni di corso che insegnano in università e, quando mi sono iscritto qui, mi è stato chiesto se ero interessato a insegnare. Un collega ha fondato una startup che è stata di recente nominata “Best Enterprise Startup” alla conferenza Artic15. E non è l'unico esempio. Qui l’università incoraggia e aiuta gli studenti a iniziare progetti di ricerca che possono poi sfociare in attività lavorative fuori dall'ambiente universitario. Forse l'esempio più importante è rappresentato dalla Videntifier, fondata proprio da due studenti della mia università.»

Sembra che in Islanda abbiano capito che i giovani sono un asset, non una commodity. E questa è l’opinione anche di Francisco Rojas, studente di 26 anni che non trovando lavoro in Spagna, è tornato a studiare. In Islanda. «Credo che puntare sui giovani sia parte integrante della loro cultura. Nonostante sia una nazione sviluppata, il tasso di fecondità femminile è molto alto [2,2 contro 1,4 italiano] e ci sono molte politiche per favorire la parità tra i sessi e i giovani. L’istruzione è quasi completamente coperta dallo Stato, e ci sono università di prestigio. Questo dimostra che vedono i giovani come il futuro della loro nazione, e non hanno paura di investire su di loro. In Europa dovremmo imparare da loro, su questo».

Il peggio sembra ormai alle spalle, nell’isola nordica. Come racconta il pescarese Luca Aceto, ordinario alla Scuola di scienze informatiche all’Università di Reykjavík, «negli anni immediatamente prima della crisi, l’Islanda sembrava un po’ Disneyland, una specie di paese del Bengodi. Adesso non è più così, ma il tenore di vita di molti islandesi è ancora molto alto». 
Sempre a detta di Aceto «l’Islanda è quasi come una grande famiglia, o meglio un grosso borgo, in cui tutti conoscono tutti da sempre. Anche per questo motivo gli islandesi sono rimasti molto colpiti dalla corruzione e dalle connivenze tra politica e finanza “rapace” venute alla luce dopo la crisi del 2008. Non si aspettavano affatto che i loro politici potessero essere corrotti, oppure così ignoranti su quello che stava succedendo».

Per placare lo sdegno popolare non sono bastate le dimissioni del primo ministro Haarde, o l’ascesa della Sigurðardóttir. Tutt’altro. Nel 2010 Reykjavík, capitale nonché principale centro urbano della nazione, ha eletto sindaco il comico Jón Gnarr, fondatore di un partito politico opportunamente chiamato Miglior Partito. «Nessuno deve temere il Miglior Partito, perché è il miglior partito. Se così non fosse, si chiamerebbe il Peggior Partito o il Cattivo Partito. E noi non lavoreremmo mai per un partito così» ha dichiarato il comico dopo la vittoria, figlia di un chiaro voto di protesta.

Di recente, poi, gli islandesi hanno approvato, con un referendum consultivo, le proposte per la bozza di una nuova costituzione che deve ora essere valutata dal Parlamento. Stese da un Consiglio costituzionale di venticinque membri, le proposte hanno la particolarità di essere basate pure sulle migliaia di commenti e spunti giunti attraverso internet al Consiglio stesso. Il testo, che i media globali hanno definito la prima “costituzione in crowdsourcing” della storia, non incontra le simpatie dell’opposizione di centrodestra. Tuttavia è un segno della forte volontà del popolo islandese di rendere più responsabile e trasparente il potere politico, nella speranza di poter impedire altre catastrofi economiche.

«Ci sono pro e contro nella bozza di costituzione – dichiara a Linkiesta il professor Gunnar Harðarson, docente di storia e filosofia all’Università d’Islanda – Sembra che la richiesta di questa nuova costituzione esprima il desiderio, da parte di una larga fetta della popolazione, di un nuovo inizio morale, di un nuovo “contratto sociale”. Se però era questo l’obiettivo, esso è stato mancato, perché questa costituzione non gode dell’unanimità».

A tratti sembrano schizofrenici, gli islandesi. Parlano di una nuova costituzione, ma allo stesso tempo sognano il ritorno ai bei vecchi tempi pre-crisi, quando ci si arricchiva senza difficoltà. E paradossalmente è il Partito dell’Indipendenza, la forza politica con le maggiori responsabilità storiche nella genesi della crisi, a beneficiare di questo sentimento di nostalgia. A spiegare a Linkiesta le ragioni di ciò è Alda Sigmundsdottir, giornalista e creatrice del celebre blog Icelandweatherreport.com. «Il governo di sinistra eletto dopo la Rivoluzione è stato molto impopolare (qualcosa che si poteva facilmente prevedere, dato che doveva prendere decisioni molto difficili). Intanto, i conservatori che erano stati al potere nei diciotto anni precedenti alla crisi stanno riguadagnando la loro popolarità. È qualcosa che mi fa inorridire, e posso spiegarlo solo dicendo che gli islandesi, come gruppo collettivo, hanno grossomodo la memoria di un pesce rosso. Vogliono di nuovo al potere la stessa gente che ha rovinato tutto. Ci sono le elezioni il prossimo anno, e vedremo che succede, ma le cose non si mettono bene per i socialisti». 

Insomma, gli islandesi hanno fatto tanto per rimettersi in piedi, lottando e tirando la cinghia, ma non sembrano avere le idee chiare sul loro futuro. «La situazione politica rimane molto dura – spiega a Linkiesta la parlamentare Tryggvadóttir – Penso che nei prossimi due anni vedremo se siamo davvero riusciti a cambiare la società islandese. Dipende tutto dalla nuova costituzione, se sarà confermata o meno. Se lo sarà avremo avuto successo.»

Di sicuro c’è una cosa: quello islandese è un popolo che ama decidere per conto suo, senza farsi condizionare dall’esterno. E infatti uno dei capolavori della loro moderna letteratura si chiama Sjálfstætt Fólk, ovvero “Gente indipendente”. «Leggendo il romanzo di Halldór Laxness ci si accorge che l’autore era piuttosto ironico su quest’ideologia dell’“indipendenza” così come presentata nel romanzo, che fu scritto negli anni Trenta. Un’indipendenza illusoria, in realtà funzionale agli interessi delle persone con in mano gran parte delle ricchezze e delle risorse – commenta a Linkiesta il professor Tulinius – Forse la critica di Laxness al credo nell’indipendenza di ogni islandese, non importa quanto piccola sia la sua ricchezza o limitato il suo potere, merita ancora una riflessione».

A essere ottimisti sul futuro dell’Islanda sono, soprattutto, i più giovani. Uno di questi è Eiríksson, lo studente di informatica. «Se impareremo qualcosa da questa crisi finanziaria, penso che ciò sarà sufficiente per assicurare all’Islanda un futuro luminoso. Penso che gli islandesi abbiano la grande opportunità di rendere questa nazione un posto fantastico in cui vivere». A parere di Reynisson, «la bellezza di una democrazia è che le nazioni possono imparare dai loro errori, quando ne hanno l’opportunità, o no. La ricerca ha dimostrato che c’è stato un cambiamento di valori dai tempi del collasso economico. Di colpo l’onestà è diventata di nuovo il valore più importante». 

Nel 2008 il popolo islandese ha avuto il coraggio di prendere in mano il proprio destino prima che fosse troppo tardi. Ora bisognerebbe continuare così. Perché come ha dichiarato in un’intervista Hörður Torfason, l’attivista che nel 2008 ha dato il via alla Rivoluzione delle pentole «se molliamo e lasciamo fare ai politici, non cambierà nulla». 

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