3 Dicembre Dic 2012 1800 03 dicembre 2012

Berlino che scatenò la guerra, ora frena sulla Croazia nella Ue

Berlino che scatenò la guerra, ora frena sulla Croazia nella Ue

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Il primo luglio 2013 la Croazia dovrebbe diventare il ventottesimo Stato membro dell’Unione europea. Nonostante l’ottimismo iniziale, tuttavia, negli ultimi mesi le voci critiche su questa decisione si stanno facendo sempre più insistenti: i dubbi, oltre ai problemi legati alla corruzione e alle inefficienze della magistratura di Zagabria, riguardano specialmente la solidità del sistema economico croato. E mentre il consenso interno sull’adesione va sgretolandosi, nei circoli dei governi occidentali si moltiplicano con insistenza le voci che chiedono di mettere in stand-by l’integrazione croata.

Il volto del Generale Gotovina, recentemente rilasciato dal tribunale internazionale dell’Aia, campeggia nella metà sinistra dell’immagine, severo nella sua divisa da ufficiale. I manifesti, a centinaia, sono comparsi negli ultimi giorni in Croazia: per celebrare la liberazione di un ‘grande eroe’, ma non solo. La domanda retorica occupa tutta la metà destra del cartellone: ‘Gotovina ili EU’, ‘Gotovina o l’Unione europea’? ‘Uvjiek Gotovina’, sempre Gotovina. La retorica nazionalista sfrutta la cronaca per far passare il proprio messaggio: la Croazia non ha bisogno di Bruxelles.

L’ingresso nell’Ue potrebbe subire dei ritardi. Non solo i cittadini croati, infatti, cominciano a guardare con perplessità alla prospettiva di appartenere a un’Europa sempre più in crisi. Anche tra i Governi dei Paesi membri comincia a serpeggiare una certa inquietudine per il prossimo ingresso di una nazione che, nonostante l’ottimismo di Bruxelles, potrebbe non essere ancora pronta a costituire un anello affidabile nella catena dei 28.

“Non vogliamo una nuova Romania”

Affinché la Croazia possa divenire il ventottesimo Stato membro è necessario che i Parlamenti di tutti i Paesi dell’Unione ratifichino il trattato di adesione. Su 27, finora in 19 hanno dato il loro assenso a Zagabria. Al computo mancano ancora Slovenia, Gran Bretagna, Francia, Germania, Danimarca, Olanda, Finlandia e Belgio.

Ma non tutto sta andando per il verso giusto. Proprio le discussioni all’interno delle rispettive assemblee nazionali stanno svelando una crescente (e per molti versi, inedita) opposizione alla prospettiva di una Croazia europea. A inizio novembre sono stati alcuni deputati inglesi del Labour e del Partito Conservatore a manifestare la propria perplessità. La Croazia rischierebbe di diventare un comodo ingresso nell’Unione per clandestini e trafficanti. «Di fronte alla prospettiva che la Croazia sia una porta a disposizione delle mafie balcaniche», ha notato Michael Connarty, del Labour, «siamo sicuri che Zagabria disponga delle capacità di polizia necessarie?». È questa anche la preoccupazione del conservatore Jacob Rees-Mogg: è praticamente impossibile «riuscire a controllare gli oltre 3000 chilometri di confini croati, in molti riusciranno ad attraversare impunemente la frontiera, proprio come ora sta avvenendo per la Grecia. Il processo di allargamento ha indebolito di molto le nostre capacità di controllare il flusso di immigrati».

Se lo scetticismo d’Oltremanica è per certi versi prevedibile, una vera doccia fredda è stata per Zagabria il tentennamento di un governo storicamente amico, quello tedesco. Quando la Croazia si proclamò indipendente dalla Jugoslavia, nonostante l’invito dei capi di Stato della Cee a non procedere a un riconoscimento separato, la Germania, con Città del Vaticano, Austria e Islanda, procedettero a un riconoscimento unilaterale a tempo record, una scelta che finì per pesare sui destini della guerra. Berlino non è sembrata gradire molto l’ultimo rapporto dell’Ue sull’allargamento alla Croazia, nel complesso positivo, ma che evidenzia delle debolezze strutturali da affrontare al più presto, soprattutto per quanto concerne l’efficienza dello stato di diritto e la lotta alla corruzione. Doris Pack, deputata al Parlamento europeo della Cdu di Angela Merkel, ha messo in guardia Zagabria, dopo averla sostenuta in passato: «Il nostro scetticismo non dovrebbe cogliere di sorpresa il Governo Croato», ha chiosato allo Spiegel, «il Paese deve lavorare sodo per entrare nell’Unione, e non sprecare il proprio tempo». La Cdu ha molti motivi per dimostrarsi inflessibile nei confronti della Repubblica balcanica. Le elezioni politiche in Germania si avvicinano e l’opinione pubblica tedesca è già sufficientemente scettica nei confronti dell’Europa mediterranea e della sua debolezza economica. Occorre quindi rassicurare l’elettorato: non verranno prese decisioni troppo avventate. «C’è l’errata convinzione che problemi strutturali di un Paese candidato si possano risolvere più facilmente una volta entrati nella Ue», ha dichiarato, sempre allo Spiegel, Norbert Lammert, Presidente del Parlamento tedesco.

Bisogna evitare che accada nuovamente quello che è successo nella storia recente con le adesioni troppo affrettate di Bulgaria e Romania, questo è il mantra che va ripetendosi nei Governi dei Paesi membri già da qualche mese. Alcune precauzioni sono già state prese: Zagabria non adotterà l’euro e non comincerà le trattative per entrare in Schengen prima del 2015. Ciononostante, non si dissipano i dubbi su un possibile fallimento di una Croazia europea.

Un’economia fragile

A soli sette mesi dall’ingresso della Croazia nell’Unione, la sua economia è lungi dall’essere considerata in buono stato. Mai ripresosi dalla crisi che lo colpì nel 2009, il Paese è in recessione per il quarto anno di fila. Nel primo semestre del 2012, il Pil croato si è contratto dell’1,7%, a causa della brusca diminuzione dei consumi e della spesa per gli investimenti. L’inflazione, nello stesso periodo, è aumentata tra i 3,5 e i 4 punti percentuali. Lo comunica un rapporto pubblicato dal Fmi alla metà di novembre.

Nel secondo semestre del 2012, la disoccupazione in Croazia è stata del 14%, in aumento rispetto al 2011. Un dato che è superiore a quello delle altre economie del Sud-Est Europa e alla media dell’Unione (11,7% a ottobre 2012). E il 2013 non sembra portare miglioramenti significativi, con una crescita prevista dello 0,75%, sostenuta principalmente attraverso l’intervento statale.

Non sta meglio il settore bancario. Alla fine di settembre la quantità di “crediti non performanti”, cioè dei mutui diventati carta straccia, ha sorpassato il 14% del totale, con un incremento del 2,4% in un solo anno. Un dato che al momento non è ritenuto allarmante (il ‘coefficiente di adeguatezza patrimoniale’ delle banche croate è del 20,5%, quindi la liquidità non dovrebbe mancare), ma che è sufficiente a preoccupare i policymaker a Zagabria. Solo nel 2008, quattro anni fa, il livello dei crediti non performanti era appena del 5%. Una debolezza strutturale che si riflette nei giudizi delle principali agenzie di rating sulla solidità del debito pubblico croato: BAA3- per Moody’s; BBB- per Fitch e Standard & Poor’s, appena un gradino sopra il livello speculativo.

Finora il governo socialdemocratico di Zoran Milanović ha tentato di porre un rimedio alla congiuntura negativa dell’economia incrementando gli investimenti pubblici e, contemporaneamente, tagliando importanti voci di spesa nel bilancio, cercando di dar vita a una stagione di austerità inedita in Croazia. Abbastanza per limitare i danni, ma non per rilanciare l’economia. Perché la ripresa, nel Paese, è impedita soprattutto dalla crisi delle esportazioni, dalle quali l’economia dipende (hanno rappresentato il 17,2% del Pil nel 2011). Zagabria non è riuscita a mantenere la propria presenza sui mercati esteri, a causa soprattutto della scarsa competitività del proprio sistema: salari troppo elevati, assenza di flessibilità nel mercato del lavoro, “sussidi” che il Fmi giudica “eccessivi”, sono tutti elementi che la Croazia è chiamata a riformare nel minor tempo possibile.

Il problema della corruzione: essere o non essere il ventottesimo membro?

Non sono solo i problemi economici a far passare notti insonni a Zagabria. Indicati nell’ultimo ‘progress report’ dell’Ue sulla Croazia, pubblicato a inizio ottobre, ci sono anche altri capitoli importanti su cui il Paese candidato dovrà ancora fare passi avanti prima di introdursi alla corte dei 27. Tra questi, un’area d’intervento fondamentale è quella della corruzione, uno dei problemi più gravi del Paese e della regione. La Croazia ha dato a questo proposito segnali incoraggianti negli ultimi mesi, come nella recente condanna a dieci anni di prigione per corruzione dell’ex Primo ministro Ivo Sanader, o come per l’inchiesta che ha portato all’arresto di 76 operatori sanitari, accusati di essere stati corrotti dall’impresa farmaceutica Farmal.

Ma occorre lavorare di più. L’ingresso del Paese nell’Ue, a luglio, sembra verosimilmente non essere in discussione. Ma è possibile che, in mancanza di sostanziali miglioramenti, Zagabria venga penalizzata da un clima di sfiducia che sta contagiando gli ambienti europei, facendo venir meno quell’entusiasmo che in passato, per casi analoghi, fu decisivo nell’aiutare la causa di Paesi non in linea con gli standard richiesti.

A ciò si aggiunge, inoltre, il progressivo aumentare dello scetticismo dell’opinione pubblica croata. Da una parte, c’è la mancanza di attrattiva per un progetto politico che sta perdendo il proprio appeal. L’Europa, presa nelle proprie beghe interne e vittima della crisi economica, non fa più gola a molti. «Perché dovremmo entrare a far parte dell’Unione? Per essere i poveri dell’Europa?», è quello che in tanti cominciano a domandarsi non solo in Croazia, ma nell’intera ex Jugoslavia.

A ciò si aggiunge l’insoddisfazione verso le misure approvate dal governo per migliorare lo stato delle finanze pubbliche. L’esecutivo Milanović, per ridurre il deficit, ha voluto ricorrere a un aumento generalizzato dell’Iva, che si è abbattuto sul già ridotto potere d’acquisto della popolazione. Di più, le riduzioni della spesa pubblica si sono tradotte nella decurtazione dei salari di molti lavoratori pubblici, tra i quali infermieri, poliziotti, insegnanti e professori universitari, categorie che godevano tradizionalmente di trattamenti di riguardo nell’era della Jugoslavia socialista. Venerdì 30 novembre in 70.000 hanno scioperato contro il governo. Lo scorso mese, 5.000 persone erano scese in piazza nella capitale per protestare contro le misure di austerità.

Numeri capaci di ridimensionare il successo del referendum voluto in gennaio, quando il 66% dei votanti aveva espresso il proprio desiderio di entrare a far parte della Ue. «Il momento è complicato, i cittadini sono scettici», ha ammesso recentemente il Presidente croato, Ivo Josipović, «Ma diventare uno Stato membro è tuttora un obiettivo molto importante per la Croazia. Sono sicuro che il nostro Paese trarrà enormi vantaggi dall’ingresso in Europa. Abbiamo i mezzi per far fronte a questa sfida, e sono sicuro che anche l’Unione beneficerà di un nuovo membro come la Croazia. C’è bisogno di ottimismo: in un momento di profonda crisi come questo, l’Europa ha necessità di vedere che c’è ancora qualcuno che dimostra la volontà di compiere dei sacrifici, pur di partecipare al suo progetto». 

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