11 Dicembre Dic 2012 1111 11 dicembre 2012

Da delfino a fallito, Alfano senza quid ha perso tutto

Da delfino a fallito, Alfano senza quid ha perso tutto

Angelino Alfano

C’avevano creduto in tanti che Angelino Alfano, colui che si innamorò di Berlusconi guardando la tv, il preferito dal Cavaliere, sarebbe stato il leader e il candidato premier «della nuova casa dei moderati» per le elezioni politiche del 2013. E c’aveva creduto anche lui, quando il primo luglio del 2011, in un Auditorium della Conciliazione gremito, venne acclamato come primo segretario politico nazionale del Pdl. Fu «il giorno dell’unità», si disse su tutti i giornali, fu il giorno «del partito degli onesti», delle «regole e delle sanzioni», fu il giorno del primo passo indietro di Berlusconi.

Il Cavaliere stava spianando la strada al “delfino” in vista delle politiche del 2013, con l’obiettivo di riagganciare l’Udc di Pierferdinando Casini, e «aggregare i moderati con una grande costituente popolare». «Da anni puntavo su di lui e da tempo pensavo di affidargli questo ruolo. Ma volevo che tutte le cose fossero a posto, prima di farlo. Ora il partito che avevo promesso c’è: è formato da una classe dirigente di nuova generazione, determinata», spiegava in quell’occasione.

Ed ecco allora l’Angelino Alfano segretario politico del Pdl, aspirante premier della “nuova casa dei moderati”. Casini gli strizza l’occhio: «È un primo passo verso la riunificazione dei moderati. Ma Berlusconi deve farsi da parte». Alfano non si dà pace, sa che l’ombra ingombrante del Cavaliere oscura la sua leadership, ma continua per la sua strada. Il 22 ottobre del 2011 ribadisce al Mattino l’obiettivo della sua segreteria: «Lavoriamo per la grande casa dei moderati e nel frattempo rafforziamo il Pdl». E poi: «Nel prossimo futuro i nostri militanti potranno eleggere i leader cittadini e provinciali, non ci saranno mai più nomine cadute dall’alto e sarà il singolo cittadino a decidere in base al principio una testa un voto». Chiaro. Il percorso intrapreso da “Angelino” piace anche al presidente della Camera Gianfranco Fini, il quale lascia intendere che con Alfano si può e si deve dialogare.

Sembra fatta. Si arriva ai giorni della nascita del governo Monti, che si reggerà sull’asse Alfano-Bersani-Casini, ribattezzato dai giornalisti “ABC”. «L’abbiamo fatto nascere, non gli toglieremo il sostegno alla prima manovra», diceva Alfano. Allo stesso tempo, continuava, «utilizzeremo il 2012 per lavorare alla costruzione di una casa dei moderati alternativa alla sinistra». Poco prima di Natale, intervistato dal giornale della famiglia Berlusconi, Alfano raccontava la roadmap del Pdl in vista delle politiche del 2013: «Siamo tutti consapevoli che servano sia la sensibilità della Lega che quella centrista». E poi ribadisce il sostegno al governo Monti: «È meglio sostenere questo governo che andare a elezioni subito».

Passano le settimane, si avvicinano le elezioni amministrative della primavera, e l’appuntamento clou è quello delle amministrative di Palermo, capoluogo del “berlusconismo” nella terra del “61 a zero”. Alfano trova la sintesi con Casini, e candida a sindaco di Palermo Massimo Costa, giovane rampollo palermitano, già Presidente del Coni Sicilia. Ma nel capoluogo siciliano, nonostante l’accordo con Casini, il modello Pdl-Udc non raggiunge il ballottaggio, e viene surclassato dalla sinistra e dall’eterno Leoluca Orlando. Per di più, Alfano perde anche nella sua Agrigento. È in difficoltà evidente: «non riesce a vincere neanche nella sua città» è il mantra che si sussegue nei corridoi di via dell’Umiltà. La sua segreteria è a pezzi. Il Pdl è diviso in mille rivoli: amazzoni, ex An, montiani, antimontiani, frondisti.

Regna il caos. Berlusconi è deluso: il suo delfino non sfonda, «non ha ancora il quid», avrebbe detto in un’intervista. I sondaggi della fidata Ghisleri danno Alfano sotto il Cavaliere. Ma “Angelino” prova a ripartire. C’è un altro appuntamento che potrebbe salvarlo: il ritorno alle urne in Sicilia per le regionali. Il Cavaliere vorrebbe puntare tutto su Micciché, ma il “delfino” non ci sta e decide di optare per il destro Nello Musumeci. Andrà male anche questa volta per il segretario politico del Pdl. Daniela Santanchè, amazzone e berlusconiana di ferro, chiede le dimissioni di Alfano. Ma lui, “Angelino” da Agrigento, insiste, vuole le primarie per la leadership del centrodestra in vista delle politiche del 2013. Ad Ugo Magri de La Stampa il 24 novembre scorso dichiara: «La prima volta delle primarie, perdoni il bisticcio, deve essere un evento assolutamente inattaccabile». Perché, continua Alfano, «dalle primarie verrà fuori una nuova generazione della destra italiana, giovani donne e giovani uomini che sono di certo stimati dallo stesso presidente Berlusconi». Fissa una data: il 16 dicembre «il popolo dei moderati potrà scegliere il leader».

Scendono in campo anche Giorgia Meloni, Daniela Santanché, Guido Crosetto, Giampiero Samorì. Ma sono tutti per “Angelino”: lo stato maggiore degli ex An, Frattini, Gelmini, Prestigiacomo. Tutti insieme per “Angelino leader del Pdl e candidato premier del centrodestra”. Ma con il Cavaliere “mai dire mai”.

Appena Berlusconi torna in campo, Alfano si rimangia la parola data in questi ultimi 17 mesi, fa saltare le primarie, e fa il tifo per Berlusconi premier. «Ha dimostrato di non possedere gli attributi, di essere inadeguato al ruolo di segretario», confida a Linkiesta un ex dirigente di Forza Italia a Palermo. D’altronde, «la sua mission era la seguente: riconquistare Casini e l’Udc, e riunire sotto una nuova casa il fronte dei moderati. Cosa resta di tutto ciò?». Per di più, «l’intervento alla Camera di tre giorni fa rappresenta la sua fine del suo rapporto con Mario Monti». Alfano, spiega un deputato nazionale del Pdl, «avrebbe dovuto puntare tutto sul Monti-bis, per poi accreditarsi come leader dei moderati». Non lo ha fatto, e «tornerà a fare il segretario di Berlusconi».

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