12 Dicembre Dic 2012 0702 12 dicembre 2012

Gli anni ’70, quel buco nero della storia che si mangia il futuro

Gli anni ’70, quel buco nero della storia che si mangia il futuro

Piazza Fontana

Come si raccontano gli anni ’70, ovvero gli anni che sono profondamente segnati da quell’evento che per comodità chiamiamo “Piazza Fontana”? Ci sono due modalità. La prima scava dentro quegli anni collocandosi dentro quell’esperienza politica e cercando di coglierne i molti elementi interni. La seconda privilegia la storia degli atti di terrorismo e ha il problema dei criteri da adottare rispetto a ciò che considera fonte.

L’attenzione pubblica si è in gran parte rivolta alla prima questione, spesso sovrapponendo analisi culturale e politica di una fase e di una società con lo sguardo “guardone” dentro una storia in cui il pettegolezzo, lo scandalo, le traiettorie di vita dei sessantottini hanno fatto aggio sulla voglia di comprendere per davvero. È uno dei tanti modi in cui dichiariamo – inconsapevolmente, ma significativamente – che non siamo mai usciti dagli anni ’70, e che abbiamo introiettato lo slogan “il privato è politico”, magari modificandone il senso (ma allora ci sarebbe da farsi degli interrogativi su come già allora si presentava ed era vissuto nell’opinione pubblica). Quello slogan infatti sembra riassumere non solo il senso di allora, ma anche il senso di ora, cioè che il privato è diventato il luogo essenziale della disputa pubblica.

La storia degli anni ’70 si è sovrapposta a quella di una generazione lunga (in politica, nei media, nel sistema delle professioni, nell’area degli opinionisti,…) da cui facciamo fatica ancora a liberarci o che con difficoltà è disposta a farsi da parte in nome del ricambio (qui non c’entra nessuna rottamazione) che ogni società sana, vitale, dinamica, dimostra di avere ed è capace di esprimere. Anche per questo forse farci i conti non è facile.

Io ritengo, invece, che se si vuole affrontare la questione degli anni ’70, come ciò che ancora segna e determina la nostra storia, oggi, 43 anni dopo Piazza Fontana, noi dobbiamo prendere seriamente in carico le questioni inerenti la seconda modalità per raccontarli. Ovvero: come si raccontano quegli anni se si adottano come evento fondamentale gli atti di terrorismo.

Propongo di considerare le domande che uno storico deve porre a chi voglia per davvero comprendere la realtà politica, culturale, sociale di un decennio, e che presuppongono che quel decennio non sia più solo raccontato dalle pratiche della memoria. Un decennio – gli anni ’70 – che prima ancora di essere raccontato in tempo reale, è stato raccontato dopo dai pentiti, dagli inquirenti, forse dalla televisione, in alcuni casi dal cinema, e in tempo reale da alcuni fotografi, ma non dagli storici, comunque non storiograficamente.

La domanda non è solo: perché è così difficile affrontare la storia degli anni del terrorismo, bensì che cosa implica proporsi di scriverla.

Preliminarmente occorre liberarsi dal fascino del ricorso agli arcana imperii, un richiamo che non è solo sullo specifico tema, ma che domanda allo storico o all’analista del passato di svolgere una funzione didattica, pedagogica anche per il dopo. Ovvero di lavorare per rimuovere le cause che periodicamente fanno tornare in auge la dimensione complottista della spiegazione storica, un dato in cui ancora oggi noi siamo profondamente immersi e che è anche l’effetto non solo della profondità dei luoghi comuni, ma anche del modo in cui si è discusso di storia, anche a sinistra, negli ultimi trenta anni, spesso affrontando la spiegazione della storia come narrazione “controstorica”, “indiziaria”, “ipotetica”.

Una procedura che spesso ha prodotto o confermato un canone complottista della spiegazione storica. All’origine di quella difficoltà stanno questioni di carattere generale. Ne elenco alcune.

(1) Per scrivere una storia in cui sono implicate non solo alcune parti politiche – dislocate sull’intero asse destra-sinistra – ma sono coinvolti anche segmenti rilevanti o comunque non secondari degli apparati dello Stato, lo Stato deve appunto dichiarare che rinuncia lui, in prima persona, a scrivere quella storia. Ovvero che abbandona la pretesa che sia lo Stato a raccontare lo Stato.

(2) Quanto enunciato al punto (1) vale anche per gli ex-terroristi. Essi sono “fonti”, ovvero sono oggetti e non soggetti della ricerca. Significa che ciò che affermano o scrivono, non è la storia, ma costituisce un documento per scriverla. Ancora oggi, invece, in nome di una narrazione sensazionalistica della storia, l’opinione comune è quella di aspettare dai responsabili della lotta armata la narrazione di come sono andati i fatti. Bisogna saperlo: da quelle bocche non uscirà ciò che è accaduto, ma solo una parte, e anche quella va confrontata con alte versioni. E, in ogni caso, quella parte raccontata sarà funzionale a confermare la propria centralità in quella vicenda. Insomma abbiamo avuto e avremo ancora ego-storie, ma non una storia.

(3) Occorre una politica della gestione dei documenti, della loro accessibilità e fruibilità. Significa una legge che ne consenta davvero la declassificazione. Soprattutto che la regoli in forma trasparente.

(4) Il vero non è deducibile solo dalle carte archivistiche o dagli archivi, ma intorno alle carte d’archivio è possibile definire il “certo”. Per quante ricerche verranno fatte, non avremo mai tutte le carte. Questo non deve indurci a dichiarare l’impossibilità di ricostruire tutto ciò che avvenne, ma ci deve far riflettere sul fatto che una soglia minima è raggiungibile.

(5) C’è un rapporto intrinseco tra “archivio” e segreto. Questo rapporto un tempo era appannaggio esclusivo del Principe o del suo segretario. Oggi il quadro è anche più complicato. Il limite all’accesso agli archivi ha una doppia motivazione: la tutela dei segreti di Stato – i quali, finché esisteranno gli Stati non è pensabile che scompaiano – e il rispetto della privacy dei cittadini. In breve i segreti che proteggono il principe dai cittadini e i segreti che proteggono i cittadini dal principe, nonché dagli altri cittadini.

(6) Occorre considerare la “geografia” del terrorismo in Italia. Ovvero la necessità di indagare il fenomeno non solo in relazione all’organizzazione, ma al suo radicamento e continuità sul territorio (il che spesso significa anche indagare gli atteggiamenti differenziati dell’opinione pubblica in quelle aree). Il terrorismo e la lotta armata non sono stati equamente distribuiti sul territorio nazionale, né le aree d’opinione delle forze politiche sono state omogenee in tutto il Paese. Complessivamente quel fenomeno ha riguardato specifiche aree del paese, come il Triveneto, Genova, Torino, parti dell’Emilia, Milano, Roma. Ricostruirne la storia è anche occuparsi non solo di una storia delle teorie politiche astratte, ma anche della storia sociale, mentale e culturale di aree specifiche del Paese. Una storia che ha il carattere di “lunga durata”.

(7) Lo stesso vale per le storie di vita delle vittime e dei loro famigliari. Da una parte è vero che essi sono stati attori passivi e “giocati” in una vicenda che spesso li ha visti poi esclusi nella scena della memoria pubblica successiva; dall’altra, va anche ricordato che essi non costituiscono una massa omogenea e compatta. Ciascuno è entrato ed è uscito da quella storia in relazione alla proprie convinzioni precedenti, alla storia famigliare, alle idealità politiche cui si sentiva legato, all’ambiente culturale in cui dopo ha avuto modo di tornare a riflettere io da cui si è allontanato.

Ma fare i conti con quegli anni implica anche considerare un dato ulteriore che non riguarda più solo i protagonisti diretti di quella vicenda, ma tutti noi, compresi coloro che allora non c’erano, semplicemente perché sono nati dopo. Anzi per certi aspetti riguarda soprattutto loro.

Nella stagione che succede al ’68 – la militanza politica ha un carattere diverso da quella che la precede. Se nel corso del ‘900 il militante politico risponde a una domanda di bisogno e la scelta della propria famiglia politica riguarda che cosa si investe in termini di adesione in relazione alle domande che si hanno, a partire dal ’68 la militanza politica – ma anche quella nel volontariato o nel sociale – corrisponde a un “desiderio”.

Non le questioni di vita materiale danno corpo a quella scelta, ma la proiezione del domani. È anche per questo che la sconfitta che passa con il terrorismo e dopo la sconfitta della lotta armata produce un esito diverso anche in chi quella scelta non ha condiviso – tanto a destra come a sinistra, e tuttavia non riesce a uscire da una condizione di orfanità della politica. Appunto perché quell’esperienza non corrispondeva a un bisogno e dunque non si misurava sulle cose ottenute, sui risultati mancati o sui compromessi, ma si fondava sul desiderio, sull’immaginario. Viveva dell’investimento emozionale.

Ne consegue che “il dopo”, dopo non è che banalità, rientro nella normalità. Una condizione in cui quella dimensione di vissuto “superomistico” deve fare i conti – laicamente – con la propria parzialità, anche con la presa d’atto dei propri limiti. Una dimensione con cui nei fatti solo una minoranza si è misurata per davvero. È anche il motivo per cui gran parte di quella generazione, ormai over 60, quando parla di sé, parla in termini di affermazione, di riscatto. Nella sua testa non ci sono mai i figli – o più estesamente la generazione – meglio le generazioni venute dopo – e raramente è attraversata da un senso di generosità o dalla percezione dei propri limiti. È ancora troppo protesa ad affermare sé per pensare di lasciare spazio di manovra a qualcun altro.

Anche per tutto questo, ma altre questioni si potrebbero individuare, quella domanda di storia è ancora molto lontana dalla nostra quotidianità e, probabilmente, non ha trovato la via, le risorse umane e intellettuali, e la chiarezza culturale per essere finalmente imboccata. E forse è destinata, a declinare e a spegnersi dopo “l’ultimo testimone” che nel nostro caso spesso è giocata su una dimensione diabolizzata delle figure che popolano le storie di terrorismo.

Un altro aspetto che anziché demistificare l’aura del potere – come probabilmente sarebbe auspicabile che contribuisse una seria e documentata indagine storica – ne amplia e ne enfatizza l’aspetto “luciferino”, perverso, “fascinatorio”. Con il risultato che invece di contribuire a una comprensione di un fenomeno se ne accentua la natura di religione politica, se ne enfatizzano gli aspetti rituali o “oscuri”, si incrementa la dimensione complottista o “controfattuale”, comunque non razionale del rapporto tra individuo e potere. Tutto il contrario di un rapporto democratico tra cittadino e cosa pubblica. 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook