13 Dicembre Dic 2012 1200 13 dicembre 2012

Al gigante tedesco delle assicurazioni non piace la Germania

Al gigante tedesco delle assicurazioni non piace la Germania

Allianzlogo

Ad Allianz non piace il debito sovrano europeo, Germania inclusa. Trova invece interessanti le azioni delle società comunitarie. È questa, in estrema sintesi, la strategia del colosso assicurativo tedesco, spiegata da Neil Dwane, responsabile degli investimenti per l’Europa di Allianz Global Investors, la divisione dedicata all’asset management. Una visione che va in controtendenza rispetto a quanto ci si aspetta dagli investitori di lunghissimo periodo come le assicurazioni, almeno a guardare la composizione del loro portafoglio. Ad esempio dei 329 miliardi impiegati da Generali al 30 settembre scorso, i titoli di Stato pesano per il 54,7%, mentre la componente azionaria rappresenta il 4,8% del totale. Dei 497,5 miliardi di euro investiti da Allianz, invece, gli strumenti di debito contano addirittura per il 90%, mentre le azioni solo il 6 per cento. All’interno degli strumenti di debito i titoli di Stato – l’esposizione sull’Italia è di 38 miliardi, ovvero il 19% del totale, seconda solo alla Francia con il 20%, la Germania è al 16% – occupano il 37% del portafoglio, mentre il debito corporate il 30 per cento.

Per Dwane, dunque, è su quel 6% di capitale di rischio che bisogna puntare le proprie fiches in tempi di “financial repression”. Un termine con cui Scott Mather, gestore del portafoglio global di Pimco, il maggiore fondo obbligazionario al mondo controllato proprio da Allianz, indica: «Qualsiasi azione politica sovrana che ostacola l’attività del libero mercato nella determinazione del prezzo del debito o di una valuta». Proprio sui bond, dice Dwane, si consuma l’equivoco del «rischio zero». Non soltanto nel caso di un default sovrano come quello ellenico, ma soprattutto in termini di “distruzione della ricchezza” (vedi tabella).

Fonte: Allianz

Un aumento dell’1% del rendimento del bund decennale, causato dalle tensioni macroeconomiche, implica una “distruzione di ricchezza” dell’8,7 per cento. Significa che, qualora l’investitore volesse liberarsene anzitempo, vendendolo sul mercato secondario, su mille euro di capitale investito, se ne ritroverebbe in tasca 870. Stesso discorso su una scadenza più lunga: a ottobre 2012 (data a cui sono riferiti i calcoli di Allianz, ndr), il bund trentennale rendeva il 2,17 per cento. Se il suo rendimento salisse di 200 punti base, ovvero a quota 4,17%, la distruzione di ricchezza sarebbe nell’ordine del 34,2 per cento. Non solo. Fra il 1971 e l’81 il rendimento dei Gilt inglesi, al netto dell’inflazione, è stato con il segno meno nell’ordine del 5,6 per cento.

E l’Italia? «Le sfide di Roma sono più affrontabili di quelle di Madrid o di Londra», dice Dwane, che osserva: «voi non dovete affrontare lo scoppio di una bolla immobiliare come la Spagna». Se è vero che il debito pubblico nazionale è al 126% del Pil, è altrettanto vero che, calcolando le passività nette totali – la spesa programmata, che include quella pensionistica, per le infrastrutture, per la sanità, etc. – dentro e fuori bilancio, in percentuale alla ricchezza prodotta, si scopre che l’Italia (dati 2005) il rapporto sale al 300%, meno dell’Inghilterra, al 450% del Pil, della Francia, al 500% del Pil, degli Stati Uniti, 600% del Pil. 

Il discorso vale anche per le obbligazioni bancarie, dalle quali Dwane preferisce tenersi lontano per evitare il rischio “bail-in”, cioè la loro eventuale conversione in azioni per rafforzare il patrimonio di vigilanza ed evitare così il fallimento senza ricorrere a un aiuto esterno. A onor del vero, neanche le azioni sono troppo convenienti in questo periodo: per Barclays soltanto un istituto di credito su tre staccherà un dividendo alla fine di quest’anno.

Percentuale delle banche europee che non pagano dividendi

Al contrario, ammette Dwane a margine della presentazione, «oggi l’Europa continua a essere a sconto». L’Msci Europe, paniere composto dagli indici azionari di 16 Paesi Europei (dove le banche hanno un peso del 30%), nel 2012 è salito del 4,1%, mentre l’S&P 500, che raggruppa le 500 società a più elevata capitalizzazione degli Usa, ha reso il 2,4% nello stesso lasso di tempo. Ergo «l’Europa dovrebbe pagare maggiori dividendi nel 2012». 

Andamento indici mondiali 2012

Negli ultimi 130 anni il rapporto prezzo/utili del mercato azionario americano è stato di 15 volte. Brutalmente, si potrebbe interpretare così: gli investitori sono disposti a spendere 15 dollari per avere un dollaro di utile. Attualmente – dati riferiti a novembre 2012 – il rapporto è di 20 volte: soltanto Messico, Indonesia e Filippine sono saliti di più. In fondo alla classifica Italia, Spagna e Portogallo, con un rapporto intorno a 8 volte.

Prezzo/Utili degli indici globali a novembre 2012. Fonte: Allianz

Significa che l’Italia è sottovalutata. Da un anno a questa parte il Ftse Mib, il paniere dei 40 titoli italiani a maggiore capitalizzazione, ha guadagnato il 10,8 per cento. Negli ultimi cinque anni, però, ha perso il 59,2 per cento. E i market maker sono sempre le banche, che hanno in pancia i titoli del Tesoro. Investire sul listino italiano equivale dunque fidarsi di Mario Draghi.  

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook