17 Dicembre Dic 2012 1211 17 dicembre 2012

Silvio fa il padrone in casa sua: e allora, cosa c’è da indignarsi?

Silvio fa il padrone in casa sua: e allora, cosa c’è da indignarsi?

Ve li ricordate – teneri – Sandra e Raimondo che in una delle loro trasmissioni, era il secolo scorso ormai, raccontano di un imprenditore che ha dato lavoro a tanta gente, che ha sempre mantenuto gli impegni, che ha sempre lasciato liberi gli artisti di lavorare al meglio, ve li ricordate - teneri e politici – indicare nel loro amico Silvio la persona più adatta per governare un Paese difficile come il nostro e affiancare dunque i volti di due tra le persone più amate d’Italia a quello, terribile, dell’uomo che per i vent’anni successivi ha diviso l’Italia? Era il 1994, una vita fa, e come Sandra e Raimondo altri artisti Fininvest in quei mesi elettorali scesero in campo per il Capo e proprio nel cuore dei loro programmi televisivi, producendo lo scandalo che viene sempre immancabilmente ricordato come il motivo dominante e decisivo nella prima vittoria politica del patròn di Canale 5, Italia 1 e Retequattro. Da cui l’imperitura domanda: quanto pesarono le sue televisioni (inclusi i tg) in quel successo?

Se si risponde zero o quasi zero, oggi si rischia d’esser presi a male parole, ma certo è una conclusione a cui si può anche arrivare, adesso che molta acqua è passata sotto i ponti e qualche conclusione sincera la si può tirare. E la si può tirare anche alla luce di una versione 2.0 di quella preistoria, protagonista, ieri, una dipendente-presentatrice che mette a disposizione il suo contenitore «live» alle confessioni neppure un filo hard del Capo innamorato, dove l’occhio lucidamente triglia di Silvio declina la sua passione giovanilista per la «fidanzata» come la chiama lui, dovendo matematicamente ammettere che ben quarantanove anni di differenza scorrono tra uno e l’altra, e che se c’è uno che non li sente è lui, il Silvio innamorato, nuovamente nella parte del tenero leoncino dopo gli sgavazzi osceni dei festini di Arcore. 

«Monologo elettorale di Berlusconi in tv, è bufera», questo il sommario di prima pagina che campeggia su Repubblica, dove si grida allo scandalo perché il padrone ha usato casa sua come casa sua (dov’è la notizia), dove ha sparato senza vergogna le sue fole elettoralistiche come l’abolizione dell’Imu (dov’è la notizia/2), dove non si è proprio notata l’indipendenza di chi lo intervistava, a cui il web attribuisce il titolo primario di “conduttrice zerbino” (dov’è la notizia/3).

Personalmente mi ha fatto sorridere questa riedizione di «Casa Berlusconi» a quasi vent’anni di distanza e non pretendo che anche altri abbiano provato medesimo sentimento. Né mi ha fatto pena, né rabbia, innescandomi piuttosto quel filo di nostalgia professionale per tutte le cose complesse e affascinanti che la vita politica ti mette davanti e che sono lì, a pochi centimetri da te, basta allungare la mano e le puoi cogliere.

Credo di essere stato un italiano assolutamente medio in tutti questi anni ma, rispetto agli italiani medi, ho avuto la fortuna di frequentare il Cavaliere quotidianamente per sette-otto d’anni. Per mestiere, ovviamente. E come dipendente di un giornale, al quale «dovevo» la massima serenità di giudizio. Oggi che lo rivedo in tv non mi indigno né mi inquieto, rimango insospettabilmente sereno anche a dispetto di tutti quelli che (ri)strillano per la sua visione proprietaria della vita. E naturalmente evito di rivelarvi come ho votato in tutti questi anni. Non vi interessa, ma per chi interessa è facile intuirlo anche da piccole sfumature. 

Filippo Ceccarelli, penna sempre molto fina, ha scritto per Repubblica che il suo show è sempre più stanco e come dargli torto, «circonfuso di luce in volto, opalescente nel doppiopettone su quel fondale azzurro elettrico, forse un po’ scomodo su quel morbido trono». È l’eterno ritorno di un registro quasi sempre uguale a se stesso, cambiano nomi, situazioni, date, ma il canovaccio è scolpito nella pietra e ha la sacralità (anche ridicola) che il tempo porta con sé. È il miglior cinepanettone che l’Italia abbia mai prodotto e sappiamo bene quanti spettatori convinti hanno affollato le nostre sale per questi lunghissimi vent’anni. 

Ora si pretenderebbe una Nuova Indignazione 2012. Evitiamocela, per quel senso del ridicolo che dovrebbe sovrintendere alle nostre povere interpretazioni politiche. Con il solo frutto dell’indignazione, il risultato è stato quello che sappiamo. E per carità, lasciamo chiuso quel cassetto ormai ammuffito del conflitto di interessi a cui la sinistra, quando ha avuto buoni numeri per governare, non ha mai messo ordine (perché?). 

Cerchiamo, piuttosto, di guardare proprio a lui, a Berlusconi, sforzandoci di capire ciò che magari ci è sfuggito colpevolmente nel ’94. In quel tempo, tutto era già splendidamente chiaro e visibile a occhi non turbati dal pregiudizio. Come mai, nel corso di un tempo (politicamente) infinito, grande parte dell’opinione pubblica non ha mai trovato la chiave per mettere in sicurezza la propria indignazione con le armi, più efficaci, dell’ironia, della bontà di programmi alternativi, della tranquillità di comportamenti «diversi» e più dignitosi, della consapevolezza che una certa alternativa di mondo potesse davvero costituire la chiave per sconfiggere un uomo così?

Se non abbiamo colto l’occasione allora - e non ci voleva un grande sforzo, credete - è davvero poco serio pretendere di sbarcare oggi nel grande mondo degli arrabbiati per un’ospitata a casa sua di fronte a sua dipendente-compiacente. Tutto già visto, ragazzi.

Ps. Piuttosto, ciò che i nostri occhi (ancora) ingenui non riescono proprio a sostenere, è l'immagine assassina di tutti quelli che hanno condiviso con lui quasi cinque lustri di vita politica con annessi e connessi e adesso vorrebbero ripulirsi pro-Monti o anti-Monti. Quelli sì, che pena.
 

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