3 Gennaio Gen 2013 0730 03 gennaio 2013

60mila morti dopo, Assad il torturatore è ancora lì

60mila morti dopo, Assad il torturatore è ancora lì

Assad Assad

JERUSALEM POST Syria: Israeli planes attacked military research center

BBC Israeli 'air strike on convoy on Syria-Lebanon border'

YEDIOTH AHRONOTH Syria says Israel attacked military research center

In Siria, secondo l’Onu, i morti sono almeno 60mila. Assad è una promessa tramutata in un macellaio. In dodici anni ha spazzato via ogni speranza di riforma. Il vero erede del padre era suo fratello. Ce n’è poi anche un terzo, ma era troppo crudele perfino in un Paese dove si usano più di 30 metodi di tortura. 

Il timido giovane dottore al timone della Siria. Così un articolo del New York Times del 14 giugno 2000 descriveva il neo presidente siriano Bashar Al Assad: il nuovo padrone del Paese dopo la morte del padre Hafez, il “Leone di Damasco” spentosi solo quattro giorni prima.

Bashar, che, dodici anni dopo, un editoriale – sempre del Nyt – avrebbe invece definito “il macellaio”, veniva allora presentato come un oculista “dalla voce calma”, “uno scapolo allampanato entusiasta per i computer.” Ma un decennio come rais della Repubblica araba siriana sarebbe bastato a rivelare il suo vero volto. Quello di un dittatore brutale, pronto a stroncare senza pietà le proteste del suo stesso popolo, in un crescendo di violenza che dalla primavera del 2011 a oggi ha tolto la vita a oltre 60mila persone secondo i dati dell’Onu.

«La situazione dei diritti umani in Siria è disastrosa –  ci spiega  Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – C’è stata una prima fase, durata mesi interi, durante la quale abbiamo visto la repressione di pacifiche manifestazioni di massa da parte delle forze di sicurezza e delle milizie filo-governative, gli shabiha. Una repressione fatta di arresti, torture, uccisioni, l’imprigionamento di leader, attivisti per i diritti umani, ed esponenti di spicco del movimento di protesta. Successivamente, l’opposizione, seppur rimasta in parte anche pacifica, ha assunto un carattere armato, e questo naturalmente ha portato a un’ulteriore escalation di repressione da parte del governo siriano. Al momento siamo invece in una fase di conflitto armato interno – se vogliamo dare una definizione giuridica a questa situazione disastrosa – nel quale c’è un’ampia parte di crimini di guerra commessi dalle forze del presidente Bashar Al Assad, e un’escalation di crimini di guerra commessi da gruppi di opposizione armata».

A Noury preme molto sottolineare una cosa. «Sebbene stiamo assistendo a un aumento degli attacchi e crimini commessi dall’opposizione armata, le responsabilità principali, anche da un punto di vista di quantità e gravità, ricadono ancora sulle forze del governo».

La famiglia Assad

E dire che quando salì al potere, Bashar fu accolto da molti come un potenziale riformatore. La comunità internazionale era speranzosa. Alle esequie del padre, tra una condoglianza e l’altra, Bashar ebbe modo di incontrare in privato il segretario di stato americano Madeleine K. Albright e il presidente francese Jacques Chirac. Aveva dalla sua la giovinezza, Bashar: 34 anni. Per questo motivo, d’altra parte, il parlamento siriano dovette approvare in tutta fretta una modifica della Costituzione per abbassare l’età minima necessaria a rivestire la carica di presidente della Repubblica (da 40 anni a 34, appunto). Non a caso la Siria si sarebbe guadagnata nel mondo arabo il sarcastico nomignolo di “jumlukiya”, una parola che unisce le parole jumhuriya (repubblica) e malikiya (monarchia).

In realtà, l’erede di Hafez Al Assad non doveva essere Bashar, ma il figlio maggiore, Basil. Un militare atletico e un fantino provetto, strettissimo collaboratore del padre (che aveva fatto gran parte della sua carriera proprio nell’aeronautica militare). Un simbolo vivente del regime, rispettato dai vertici delle forze armate che, ancora oggi, sono il vero pilastro del sempre più traballante potere della famiglia Al Assad. Lo spiega a Linkiesta Valeria Talbot, ricercatrice e responsabile del programma Mediterraneo e Medio Oriente dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano. «Il principale sostegno alla famiglia è dato dall’esercito, sebbene in quest’ultimo anno ci siano state delle progressive defezioni: dalla business community, dalla minoranza alawita e da altre componenti etniche della composita società siriana».

Non sapremo mai quale sarebbe stato il futuro della Siria se ad Hafez fosse succeduto Basil. Sappiamo però che il destino della nazione fu deciso il 21 gennaio 1994, su una nebbiosa autostrada per l’aeroporto di Damasco, quando la Mercedes su cui sfrecciava il trentunenne Basil si schiantò, mandando in frantumi i piani paterni. Il letale incidente d’auto, che conserva tuttora profili poco chiari, non poteva avvenire in un momento più inopportuno per il regime.

Come il veterano del giornalismo mediorientale Robert Fisk scrisse il giorno seguente per il quotidiano britannico The Independent, «la morte di Basil è avvenuta solo cinque giorni dopo l’incontro del padre con il presidente Bill Clinton a Ginevra per un summit che ha portato la Siria proprio al centro del processo di pace in Medio Oriente, e che potrebbe aver spianato la strada a una pace tra Israele e Siria in cambio di un ritiro totale di Israele dalle Alture del Golan. E Basil Al Assad era noto per sostenere in pieno la politica del padre verso una pace tra arabi e israeliani».

Un possibile successo nell’arena internazionale cedeva così il passo al più nero degli smarrimenti. Incalzato dagli eventi (i vuoti di potere sono pericolosi, soprattutto nei regimi autoritari), Hafez richiamava in patria il figlio dottore. Caricandolo di un doppio, gravoso fardello: prepararsi a succedergli come presidente, e reggere il confronto con Basil, che intanto era stato trasformato in un’icona dalla propaganda statale. «Siamo tutti Basil», proclamavano i cartelloni per le strade di Damasco e Aleppo. I ritratti del giovane soldato si moltiplicarono come funghi in tutte le città della Siria, da Aleppo ad Homs.

In realtà Bashar non era l’unico figlio maschio disponibile. Il padre avrebbe potuto scegliere Maher o Majd. Di quest’ultimo però, morto nel 2009 di una malattia mai resa nota, si diceva che fosse affetto da una patologia mentale. Maher invece era un militare promettente, dotato di un’intelligenza manipolatrice come quella che aveva permesso ad Hafez di arrivare al potere in un turbinio di colpi di Stato. E tuttavia aveva un difetto: un temperamento instabile, incline a una violenza eccessiva pure per gli standard della famiglia Al Assad.

Meglio Bashar, dunque. Che diciassette anni dopo avrebbe affidato proprio al fratello Maher, a capo della Guardia Repubblicana e della temutissima Quarta Divisione dell’esercito, la brutale repressione delle proteste (salvo poi dichiarare in un’intervista concessa all’Abc: «Non sono le mie forze [quelle responsabili della repressione]. Sono forze militari che appartengono al governo. Io non possiedo il Paese. Nessun governo al mondo uccide il suo popolo, salvo che non sia guidato da un pazzo».)

Alla morte del fratello Basil, Bashar si ritrovò di colpo sotto i riflettori, dopo tanti anni vissuti nell’ombra. Il padre lo spedì quindi all’accademia militare, ad apprendere l’arte della guerra e ad accattivarsi i generali. Poi, lentamente, le prime missioni all’estero, per mostrare il nuovo volto della Siria a vicini e amici (e nemici): l’Arabia Saudita, la Giordania, l’Oman e persino la Francia, l’antica potenza coloniale.

L’apprendistato da rais durò sei anni. Il 10 giugno del 2000 Hafez, vecchio e malato, moriva d’infarto durante una telefonata al presidente libanese Emile Lahoud. A detta di quest’ultimo le sue ultime parole furono: «Il nostro destino è costruire un futuro migliore per i nostri Stati».

Con il beneplacito dei militari (soprattutto del potente Mustafa Tlass, ministro della difesa dal 1972 al 2002) giunse al potere Bashar. Che per molti siriani rappresentava la speranza di un futuro migliore, all’insegna delle riforme economiche e politiche. Nelle grandi città si respirava un clima diverso: le vetrine dei negozi esponevano i primi cellulari, internet era più tollerato, qualche ottimista sognava persino l’inizio della fine del regime di polizia che per decenni aveva isolato la Siria dal resto del mondo.

«Il periodo tra la morte del padre di Bashar, Hafez, e il consolidamento al potere di Bashar stesso è stato chiamato la “Primavera di Damasco” – spiega a Linkiesta James Gelvin, docente di storia del Medio Oriente alla University of California – Los Angeles – Si trattò di un periodo durante il quale gli intellettuali e i dissidenti politici fecero circolare petizioni chiedendo il rispetto dei diritti umani e democratici fondamentali. Tra le richieste c’era la sospensione dello stato d’emergenza (in vigore dal 1963), il rilascio dei prigionieri politici, la fine della tortura, e la libertà di parola, riunione ed espressione».

La moglie di Bashar al Assad

Ma il disgelo durò poco. «Quando la “Primavera di Damasco” si trasformò in un inverno, molti osservatori incolparono la “vecchia guardia” che Bashar aveva ereditato dal padre, e non Bashar stesso, a cui concessero il beneficio del dubbio. Poco dopo Bashar rivolse la sua attenzione all’introduzione di politiche neoliberiste in Siria. Egli dichiarò che le riforme economiche dovevano precedere quelle politiche. Sfortunatamente, la promessa di riforme economiche era fallita in partenza, e la Siria arrivò a unire i peggiori aspetti della pianificazione centralizzata e del capitalismo clientelare».

Anche Noury sottolinea come le speranze in Bashar fossero malriposte. Per quanto riguarda la pratica della tortura, ad esempio, c’è stata assoluta continuità tra padre e figlio. «Si sa di decine di metodi di tortura applicati con costanza, salvo un breve periodo che coincide con l’arrivo al potere di Bashar. Nel 1991 noi di Amnesty avevamo scritto un rapporto in cui elencavamo quasi 40 metodi di tortura. Ne abbiamo scritto un altro, nel 2012, in cui i metodi sono ben più di trenta e per molti versi quel rapporto coincide con il primo quanto alle tecniche usate. Tecniche direi rudimentali, fisiche, molto brutali, efferate, che producono enorme sofferenza fisica oltre che psicologica».

Poco prima di diventare presidente Bashar si era abbandonato a tiepidi proclami riformisti. Ribadendo però che il cambiamento sarebbe stato lento, perché la “stabilità” veniva prima di tutto. Le riforme, peraltro, sarebbero state soprattutto economiche. Nel solco spirituale delle misure varate dal padre a partire dagli anni Settanta per modernizzare l’agricoltura e il settore industriale. Senza dubbio l’economia siriana aveva bisogno di nuovo slancio: nel 1999 il suo Pil si era contratto del 3% e la disoccupazione aveva superato il 13%.

Come ci racconta lo storico James A. Reilly, docente al dipartimento di civiltà del Vicino e Medio Oriente dell’Università di Toronto, «Bashar accelerò la politica paterna di aprire l’economia siriana agli investimenti privati e incoraggiare la crescita di una classe imprenditoriale collegata al regime. In questo modo, per chi aveva soldi, la Siria di Bashar divenne una terra di opportunità e crescente opulenza consumista. Il problema era che molti siriani erano esclusi da tutto ciò. L’apparato di welfare “socialista” del governo soddisfaceva sempre meno i bisogni della popolazione; la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, era cronica e alta; la siccità spinse molta gente dalle campagne alle città; inoltre i siriani dovettero accogliere circa un milione di rifugiati iracheni, la cui presenza mise ulteriormente alla prova la debole rete di sicurezza sociale; e la crescente ricchezza della “nuova borghesia” alimentò le tensioni sociali. Aggiungendo la prassi del regime di soppressione e brutale repressione dei dissidenti, il risultato fu la miscela infiammabile esplosa poi nel marzo del 2011».

Le parole di Reilly trovano eco in un articolo del giornalista americano Adam Davidson, che sul magazine domenicale del New York Times del 22 maggio 2012 scriveva: «Prima di visitare la Siria nel 2003 e nel 2004, mi aspettavo una Corea del Nord con i suq. Ma rimasi sorpreso dallo scoprire che Damasco e Aleppo, i due maggiori centri commerciali, avevano dei quartieri davvero ricchi. Molti guidavano auto sportive, indossavano orologi di lusso, cenavano in ristoranti di pregio e in genere mi facevano sentire come un provinciale squattrinato».

In merito Linkiesta ha intervistato anche Raymond Hinnebusch, direttore del Centro per gli studi siriani e docente di relazioni internazionali e studi mediorientali all’Università di St. Andrews, nel Regno Unito. «Le riforme economiche di Bashar nascevano dal fatto che la Siria era al capolinea, dal punto di vista economico. Per compiacere gli investitori, e contrastare la perdita di entrate, il regime dovette però iniziare a venir meno al contratto sociale, spostando la sua base sociale dai villaggi alle élite urbane. E così gran parte della popolazione urbana divenne sostenitrice del regime, dato che per loro la vita era migliorata. Ora però temono che il regime non possa più proteggere nessuno, neanche se stesso».

Se Bashar tentò qualche esperimento economico “alla cinese”, bussando persino alle porte del Wto, non si avventurò mai nel campo minato delle riforme politiche. Il tempo trascorso a Londra, capitale del liberalismo occidentale, non aveva fatto breccia su di lui. «Bashar aveva ventisette anni quando viveva a Londra. Un adulto pienamente formato, che aveva speso la sua vita assorbendo le idee politiche del padre e osservandone lo stile di leadership, in particolare nell’affrontare i conflitti. – hanno scritto a questo proposito gli accademici statunitensi Jerrold M. Post e Ruthie Pertsis in un articolo della rivista Foreign Policy eloquentemente intitolato “Bashar Al Assad is every bit his father’s son”. Si sa, poi, come Hafiz risolveva i conflitti: con la violenza. “Dopo tutto il massacro di Hama tenne al potere Hafiz per quasi altri due decenni. Sembra probabile che Bashar […] continuerà nel solco distruttivo tracciato da suo padre fino alla fine […]».

Selim Assad, il predestinato

Come evidenzia il professor Gelvin, «Bashar iniziò a discutere di riforme politiche solo all’inizio della rivolta, e persino allora si trattava di misure cosmetiche, più con lo scopo di dividere o soddisfare l’opposizione che di generare vero cambiamento. Per esempio, revocò lo stato di emergenza, ma poi lo sostituì con una legge per “proteggere la sicurezza nazionale, sostenere la dignità dell’individuo e impedire il terrorismo”. Fece simboliche concessioni agli islamisti moderati (ad esempio consentendo alle maestre d’indossare il velo) e ai curdi (come dichiarare il Nawruz, l’Anno Nuovo curdo, festa nazionale). Promosse pure un referendum, nel febbraio del 2012, su una nuova costituzione che ponesse fine al monopolio del potere del Partito Ba’th e fissasse dei limiti temporali al prossimo presidente, e così via. Il potere però rimaneva ancora altamente centralizzato, e Bashar Al Assad non ha fatto vere concessioni politiche. Ha solo finto di farlo per prendere tempo per distruggere la rivolta».

È una nazione etnicamente e religiosamente eterogenea la Siria. I curdi, gli armeni e altre minoranze costituiscono circa il 10% della popolazione. L’arabo è la lingua ufficiale, ma all’interno dei suoi confini si parlano il curdo, l’armeno, il circasso, l’aramaico e anche il francese, retaggio del passato coloniale. Dal punto di vista religioso i sunniti costituiscono la maggior parte della popolazione, ma nel Paese vivono pure cristiani, ebrei, drusi. E soprattutto gli alawiti. Una setta sciita per secoli ai margini della vita siriana. Ma oggi potentissima: sono alawiti non solo gli Al Assad, ma ad esempio molti generali.

Questo non significa, però, che il regime sia confessionale. Al suo interno i sunniti occupano o hanno occupato posizioni di grande rilievo. Bashar ha cavalcato le riforme economiche per accattivarsi le simpatie dei ricchi mercanti (sunniti) di Aleppo. E altre minoranze religiose ed etniche hanno imparato a vedere negli Al Assad un’assicurazione contro i partiti islamisti sunniti. La roccaforte del regime è Damasco, ma come nella Cina di Mao anche in Siria il potere politico si basa sulla laica, laicissima canna del fucile. Ossia sull’esercito, controllato da uomini spietati come Maher Al Assad.

E sui mukhabarat, i temuti servizi segreti. Potenti e tentacolari come ai tempi di Al Assad padre, quando circolava una sinistra barzelletta: «Hafez è ormai vecchio, e Dio gli invia l’angelo della morte. Dopo un po’ l’angelo ritorna con un’ala rotta, malconcio e coperto di lividi: i mukhabarat lo hanno picchiato a sangue. “Ma come, non gli hai detto che ero io a mandarti ? – dice Dio, sgomento».

Come sottolinea a Linkiesta Noury, «Amnesty International ha pubblicato vari mesi fa, dopo l’inizio della rivolta, un rapporto nel quale si denunciava la longa manus dei mukhabarat siriani, capaci di arrivare sino a Paesi come gli Stati Uniti, la Spagna e altri. Anche in Italia ci sono state denunce di intimidazioni e minacce nei confronti di attivisti».

Se Bashar condivide un valore con il padre, è l’attaccamento alla famiglia. Il fratello Maher è sempre stato il secondo uomo più potente della Siria. C’è poi la madre, Anisa, una donna dal pugno di ferro famosa per la sua capacità di agire nell’ombra; essendo stata per decenni la moglie di Hafez, conosce a fondo le dinamiche di palazzo. Suo nipote Rami è forse l’uomo più ricco della Siria, arrivando a controllare oltre la metà dell’economia nazionale.

Anche Bushra, che con il fratello Bashar condivide la passione per le scienze della salute (è laureata in farmacia), ha per anni giocato un ruolo di primo piano nelle vicende siriane: astuta e determinata, suo marito è stato a capo dei servizi segreti militari e poi viceministro della difesa fino alla sua morte, il 18 luglio 2012, in un attentato a Damasco (lo stesso in cui, secondo i disertori e le forze antigovernative, sarebbe rimasto gravemente ferito anche Maher). Pare che dopo la morte del marito, Bushra, temendo per l’incolumità sua e dei suoi figli, si sia rifugiata a Dubai. Una prima crepa nella coesa famiglia Al Assad.

Non bisogna poi dimenticare la moglie di Bashar, Asma. Cittadina britannica di famiglia siriana (sunnita), dopo aver conquistato le copertine di molte riviste patinate (e non solo), ha diradato le sue apparizioni in pubblico dall’inizio del conflitto. Non è chiaro se la madre dei tre figli di Bashar rimanga nell’ombra perché appoggia le manovre sanguinarie del marito o perché l’ostilità del pubblico occidentale verso la famiglia Al Assad le ha reso complicato darsi allo shopping sfrenato nelle boutique londinesi.

Naturalmente lo scoppio della rivolta nel 2011 ha messo a durissima prova le capacità del regime, scatenando accuse reciproche e defezioni. Su tutte la fuga dell’ex primo ministro Riad Hajib, riparatosi con la famiglia nella confinante Giordania lo scorso agosto. O il caso del generale Abdel Aziz Jassem al-Shallal, che sembrerebbe essersi appena unito ai ribelli.

Secondo quanto detto a Linkiesta da Massimiliano Trentin, ricercatore in storia del Medio Oriente all’Università di Bologna, «l’esercito e l’intelligence non hanno mollato il regime in quanto la loro formazione e organizzazione è strutturalmente più legata al Partito Ba’th, o meglio alla presidenza Al Assad, che in Egitto e Tunisia. Oltre alla logica familiare delle nomine delle alte cariche dei servizi di sicurezza, vi è anche la formazione politica di intere generazioni di ufficiali, che non può essere dismessa come del tutto secondaria».

Ciò che il ricercatore sostiene è confermato dalla natura stessa del potere siriano. Che non è strutturato a piramide, ma piuttosto come una sorta di cerchio: al centro c’è il presidente (oggi Bashar, ieri Hafez), e all’estremità di ogni raggio c’è un generale, un ministro, uno spione-capo. Però pure i “cerchi magici” come questo sono destinati, prima o poi, a spezzarsi.

«I sostenitori del regime sono davvero una minoranza, e diminuiscono di giorno in giorno – ci spiega Salam Kawakibi, politologo siriano e vicedirettore dell’Arab Reform Initiative (ARI) – Tra loro possono esservi coloro che traggono profitto dal sistema, o che hanno avuto a che fare con esso in passato, e ora temono di dover risponderne di fronte alla giustizia nella fase di transizione. C’è poi, in misura minore, una parte della società siriana che non è mai stata convinta del progetto politico alternativo, e ora teme il cambiamento e l’instabilità». Nonostante l’effettiva presenza, in Siria, di persone che per un motivo o per l’altro sostengono il presidente, Kawakibi sottolinea che «il tessuto sociale resiste ancora, nonostante tutti i tentativi del regime di distruggerlo e di trasformare in guerra civile quella che è in realtà una guerra contro i civili».

La resa dei conti si avvicina, secondo Kawakibi. «Penso che la fine dei combattimenti sia vicina ma la parte più difficile, il processo di ricostruzione e transizione, deve ancora venire. I siriani sono chiamati ad affrontare questa ricostruzione dopo aver dimostrato la loro capacità di affrontare, da soli, due anni di distruzione e uccisioni senza che la comunità internazionale abbia mostrato niente di più che una solidarietà puramente retorica».

Eppure, secondo Trentin, non è ancora chiaro quando e come potrà terminare il conflitto. «Dal punto di vista militare il regime è in forte difficoltà in questi mesi. Potremmo dire in ritirata, o quantomeno in piena difensiva. Ciò per alcuni motivi. A cominciare da un certo grado di “usura” delle forze regolari e dei miliziani a favore del regime, che combattono incessantemente ormai da quasi due anni. Dall’autunno 2011 hanno iniziato a subire perdite ingenti e sistematiche, che si ripercuotono alla lunga anche sulla solidità politica delle comunità e dei territori fedeli al regime. Ciò riguarda le comunità a maggioranza alawita del nord-ovest del Paese. Ma anche quelle comunità cristiane e sunnite che sostengono il regime per vari motivi: politici, ideologici, economici».

La conquista della base militare di Al Sultan nei pressi di Aleppo rappresenterebbe «un colpo militare e simbolico notevole. E il fatto che sia stata conquistata da gruppi integralisti, peggiora la situazione». Tuttavia, sottolinea il ricercatore, se il regime «riuscisse a resistere militarmente nelle sue roccaforti fino a gennaio-febbraio, o comunque quest’inverno, allora forse potranno aprirsi delle prospettive di negoziato».

Negoziato. Una parola che, fino a poco tempo fa, Bashar avrebbe respinto con sdegno. Ancora nel gennaio del 2011 il giovane presidente ostentava una sicurezza che rasentava l’arroganza. In un’intervista al quotidiano statunitense Wall Street Journal, usava metafore da medico per spiegare le cause della Primavera araba. «Se si ha acqua stagnante, si avranno inquinamento e microbi […] quello che si sta vedendo nella regione [del Medio Oriente] è una specie di malattia […] Se si vuole parlare della Tunisia e dell’Egitto, noi siamo fuori da tutto ciò; alla fine noi non siamo tunisini o egiziani».

Ora, invece, anche per lui la fine potrebbe essere vicina, così come per il resto della famiglia Al Assad. Se non si arriva a una vittoria, o almeno a un compromesso con l’opposizione, molti di loro probabilmente conosceranno la morte. Quella morte che ha sempre scandito le tappe principali della vita di Bashar Al Assad: con la scomparsa del fratello è diventato l’erede designato, con quella del padre ha ottenuto la presidenza della Siria. Ora, rendendosi colpevole della morte di decine di migliaia di innocenti, sta inesorabilmente annientando anche il proprio potere.  

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