3 Gennaio Gen 2013 1216 03 gennaio 2013

Ma sull’uguaglianza il centro sinistra è più diviso ora che mai

Ma sull’uguaglianza il centro sinistra è più diviso ora che mai

(Il testo è originariamente stato pubblicato come commento all'articolo «Se non lavora per l'uguaglianza, a cosa serve la politica» di Pietro Modiano pubblicato ieri) 

Analisi interessante. Risponde a un disagio che avverto da un po' di tempo di un dibattito di tipo solo macroeeconomico sulle rispettive agende. C'è in effetti un problema che è molto più microeconomico sull'efficacia della spesa pubblica, piuttosto che gli aggregati.

I dati presentati sollevano a mio avviso due domande di approfondimento di cui sarebbe utile conoscere le risposte per conoscere il nostro sistema e intervenire. La prima è la ricerca di altri indicatori di mobilità sociale che riguardino anche gli aspetti qualitativi piuttosto che quantitativi della mobilità sociale: ad esempio, un figlio di operaio che diventa docente di scuola superiore. Da una matrice di transizione tra tipologia del lavoro dei padri e dei figli mi aspetterei una differenza più marcata rispetto ai paesi anglosassoni. La seconda domanda riguarda ovviamente l'evoluzione di questi indicatori nel tempo. Mi aspetterei che eventuali indicatori di mobilità "qualitativa" siano migliorati per la mia generazione (quella che ha fatto le superiori nel 1970).

Questi indicatori ci consentirebbero di mettere ulteriormente a frutto l'analisi proposta nel pezzo. L'analisi ci porta infatti a individuare tre campi di intervento, dove è naturale trovare la spiegazione della scarsa mobilità sociale: istruzione, mercato del lavoro e intermediazione finanziaria (start-up). Qui l'elemento di preoccupazione è che sui primi due campi (che poi sono quelli che rilevano di più per la mobilità sociale, soprattutto se misurata in termini qualitativi) il neo-centrosinistra che ci aspetta sembra più diviso del centrosinistra degli anni settanta. In particolare, ricordiamo la questione della liberalizzazione delle rette universitarie sul primo tema e al passaggio dal concetto di concertazione a quello di consultazione, proposto nell'agenda Monti. Sulla base di queste riflessioni sembra quindi probabile concludere che neppure la prossima legislatura sarà una legislatura di riforme.

Infine, una menzione riguarda il caso danese, che andrebbe studiato nel dettaglio. Recentemente, la coordinatrice amministrativa del mio corso di laurea ha partecipato a un corso di specializzazione internazionale ed è venuta a contatto con i suoi corrispettivi danesi che hanno riportato che non solo per loro è inconcepibile la retta universitaria, ma che loro pagano addirittura uno stipendio (mi dicono di 1100 euro) agli studenti. E la cosa buffa è che la motivazione è stata: "noi possiamo farlo, perché paghiamo tasse per il 50% del GDP". Ora, questa informazione è assolutamente concorde con la misura di mobilità proposta nell'analisi, e ci dicono che anche il dibattito sulle rette è forse troppo settoriale e mal posto. E ci suggerisce che effettivamente il problema è di tutta la ridirezione riqualificazione della spesa pubblica, con un lavoro "ventre a terra" sulle singole funzioni. Il problema è che non vediamo chi possa materialmente farlo (al di là di con chi sostenerlo, che sembra essere il fulcro del dibattito).

Se intanto il dibattito sulle "agende" si apre con contributi di questo tipo mi sembra un buon modo di iniziare il 2013, anche se sugli sviluppi dell'anno resto pessimista.

*docente di finanza matematica a Bologna e collaboratore de Linkiesta

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