7 Gennaio Gen 2013 0706 07 gennaio 2013

Il bluff della fuga delle aziende italiane in Carinzia

Il bluff della fuga delle aziende italiane in Carinzia

Villach

KLAGENFURT - Ammettiamolo, cI siamo cascati tutti, compreso la sottoscritta. Attratta dalle fanfare suonate durante i numerosi seminari organizzati in Veneto e in Lombardia dalle principali società di investimenti che operano in Carinzia, ho scritto (e sottoscritto) che gli imprenditori, soprattutto quelli del Nordest, scappano, armi e bagagli, in Carinzia per usufruire delle agevolazioni fiscali, della snellezza burocratica, dei costi minori dei terreni per costruire i capannoni e soprattutto degli enormi contributi dati a fondo perso ai coraggiosi pionieri del made in Italy. In fuga dal fragile sistema Italia, giunto sull’orlo dell’abisso, pare, o forse solo di una crisi di nervi.

Verosimile, in teoria, improbabile in realtà. La verifica empirica dello sbandamento delle imprese italiane non ha prodotto, per ora, alcun esodo verso la terra promessa oltre le Alpi Carniche. Dietro le brochure patinate, che vengono distribuite ai seminari, si cela una realtà diversa. Sicuramente piú complessa. E sfaccettata. Basta oltrepassare il Passo del Tarvisio, seppur sconsigliata e scoraggiata dai protagonisti dell’Eldorado nella patria che fu del governatore Jorg Haider, per sentire il suono delle fanfare affievolirsi. Interpellati, gli imprenditori che, dal Veneto, dalla Lombardia, e persino dal Lazio, hanno trasferito o insediato nuovi stabilimenti, hanno ritirato la propria disponibilità a mostrare i loro gioielli carinziani.

All’inizio pensavo che fosse per via dell’imbarazzo, quello che si prova a sostenere il ruolo dei traditori in fuga dalla propria terra. E in parte era vero. Solo che si trattava di un imbarazzo fiscale. Mentre in Italia sui giornali giravano generose stime sugli investimenti italiani in Austria, che si erano diretti verso il mercato mitteleuropeo, al contempo mi veniva detto che era meglio non andare a verificare di persona, perché c’era troppa attenzione verso questa emigrazione imprenditoriale, che troppi giornalisti erano andati a ficcare il naso nella sempreverde Carinzia, dove, fra montagne e laghi sono cresciuti diversi parchi industriali.

E così, appena arrivata a Villach, prima cittadina a 20 km dal Tarvisio, cellulari silenziati ed email da decriptare, i nomi delle aziende italiane che si sono trasferite erano sempre gli stessi ( «Cerchi di capire, gli altri clienti non hanno piacere di parlare con i giornalisti», mi hanno detto e ribadito nelle ultime settimane, prima della partenza. «Cerchi di capire, lei non può partire e bussare alle porte delle aziende, deve prima prendere un appuntamento», «Sia comprensiva, non ho clienti utili da consigliarle, ma le posso dare qualche indirizzo se vuole» ).

Così mi sono infilata nel primo parco tecnologico di Villach. Simile a un simpatico villaggio vacanze per famiglie in cerca di posti anonimi e accoglienti, più che a una Silicon Valley carnica. Certo, ho trovato una ventina di prefabbricati e un edificio di 5 piani, percorsi in modo ansioso per giungere al quartiere generale del parco prima della pausa pranzo. Per poi scoprire, grazie all’indole cortese dei carinziani, che il centro logistico era stato trasferito nella capitale della regione, a Klagenfurt, e che non c’era una sola azienda italiana, alacremente impegnata nella agognata ricerca ed innovazione, tanto mortificata in patria. Oibò.

Mi chiedo se sono finita dentro una bolla creata da una sistematica e incalzante strategia di marketing. E poi, bussola alla mano, entro nel piccolo, ma operoso centro di Villach. Dove trovo per caso un grande centro commerciale con diversi negozi di abbigliamento ed enogastronomie italiane. Si chiama Atrium e mentre mi avvicino per chiedere informazioni, irritata, cerco di ricordare a tutte quelle cose terrificanti che Thomas Bernhard ha scritto sugli austriaci.

Nel frattempo scopro che a Villach è pieno di italiani, che si sono trasferiti per mettere in piedi piccole attività, ma che come ditte individuali pagano molte tasse senza molta differenza sostanziale sulla mano d’opera o sul costo del lavoro rispetto all’Italia. Che però hanno potuto usufruire di una linea di credito dalle banche locali e tempi brevi per avere licenze commerciali. Come Bruno Stendardo, per esempio, 39enne napoletano trasferito in Veneto, dove aveva un banchetto da venditore ambulante. Nell’arco di due anni qui ha messo in piedi 7 negozi di abbigliamento low cost, Segreto, e, grazie al modello flessibile del mercato del lavoro carinziano, sostenuto da un paracadute di ammortizzatori sociali pagati dal governo, ė riuscito a salire sull’ascensore sociale e scendere ai piani più alti, quelli riservati ai piccoli imprenditori.

Lo trovo sulla strada statale che dal Tarvisio porta a Klagenfurt, dove ha appena comprato un terreno al prezzo di 100 euro al metro quadro per costruire un capannone di logistica per i suoi punti vendita, che vendono abbigliamento prodotto a Prato dai cinesi e rivolto solo al mercato della Carinzia. «Messo in piedi nel giro di due settimane», sottolinea lui per farmi capire che qui è tutto più facile. «Anche perché qui non esiste l’articolo 18», spiega a Linkiesta. «Posso licenziare con due sole settimane di preavviso e nel giro di poco tempo vengono riqualificati e ricollocati dal governo regionale. Io qui pago le tasse volentieri perché in cambio ho molti servizi». Compresi quelli per le mamme, che possono usufruire di due anni di maternità e assegni familiari per i figli fino a 18 anni.

Con un contributo anche per studiare, mi dice un’impiegata della Cantina Tavagnacco, un’azienda agricola friulana, che ha aperto un piccolo locale nel centro commerciale di Villach. «Senza dimenticare che il credito Iva viene saldato puntualmente al 15 di ogni mese», aggiunge ancora il titolare di Segreto. «Però non mi faccia fare una brutta figura. Io amo l ’Italia, la mia mamma vive in Italia, sono un patriota, ci mancherebbe altro, non voglio apparire come uno che ha voltato le spalle al suo paese, mi raccomando», eccetera eccetera. D’accordo, ma io voglio vedere le imprese che hanno delocalizzato la propria produzione, e non mi interessa che un negozio alimentare su dieci sia italiano, né dei pizzaioli, dei ristoranti, e dei piccoli esercizi commerciali. Voglio vedere il miracolo mitteleuropeo avviato da Haider, scopro, che dopo un periodo di stallo, è ricominciato grazie a un’incessante lavorio ai fianchi dei nostri imprenditori, disillusi dal governo Berlusconi, che aveva promesso e poi tradito la rivoluzione liberista.

Aguzzo la vista, ma non vedo l’esodo italiano. Perciò scrivo, telefono, mi sposto, faccio una pianificazione di visite e blitz alle imprese italiane, ma chi gestisce medie e grandi imprese mi volta le spalle senza darmi spiegazioni. Ed è solo facendo la posta a un avvocato, esperto di diritto societario, con sede a Klagenfurt, che voleva farmi da guida, ma poi no, ha cambiato idea. Ma poi no, i clienti non parlano. «Entri, che le spiego», che capisco come funziona il giro del fumo. E infatti alla fine mi spiega che i suoi clienti preferiscono non mostrarsi per timore delle ispezioni fiscali nelle loro sedi italiane. «Perché qui esiste un segreto bancario che li mette al riparo dagli occhi del fisco, che può ficcare il naso nei conti correnti solo in caso di indagini giudiziarie e di successione in caso di morte del titolare. Le aziende italiane ci sono, e le Srl hanno la possibilità di fare molte detrazioni dalla denuncia dei redditi. Perciò se la tassa Ires è piú o meno uguale a quella che c’è in Italia, in realtà hanno dei vantaggi sull’imponibile e non pagano l’Irap», sostiene. «In ogni caso non si affanni a cercare le centinaia di aziende sbandierate dalle società di investimenti perché non le troverà: qui vengono soprattutto italiani per insediare piccole società per commercializzare prodotti più che produrli, e diminuire il carico fiscale che hanno in Italia perché in Austria esiste il segreto bancario. In effetti l’Unione Europea fa molta pressione per ottenere maggiore trasparenza, ma per ora il segreto bancario viene mantenuto». 

Insomma l’Eden carinziano si trova solo nei conti correnti? «Abbastanza». Abbastanza quanto? «Non lo so. Ora ho un appuntamento». Fine della conversazione. Eppure le aziende italiane ci sono, e siccome non ho una tesi precostituita da sostenere vado avanti.

E visito il silenzioso parco tecnologico di Klagenfurt, dove finalmente trovo un’azienda italiana: la Cps, che appartiene al gruppo Tbs di Trieste, che ha una vocazione internazionale ed è presente in tredici paesi, dall’Arabia Saudita all’India, dalla Cina alla Germania, fino in Serbia, ed opera nel campo della ricerca dell’ingegneria clinica, e ha rilevato un piccolo laboratorio anche in Carinzia nel 2001 per fare ricerca nell’informatica medica. Gestito dai carinziani, che si rifiutano di parlarmi, il direttore dello stabilimento è «in vacanza» e i manager non hanno tempo. Un esempio edificante, mi pare, ma si tratta di una sola azienda. «Produciamo software nel campo sanitario, siamo in 60 dipendenti», mi spiega una gentile impiegata, dispiaciuta che io abbia fatto tanta strada per nulla.

Non mi arrendo. Cosa scriveva Bernhard dei carinziani? Vado nelle campagne, dove sono situate quelle dieci, venti, cento, nessuno lo sa precisamente, aziende di cui tutti parlano. La più grande è la Danieli Engineering and Service, una multinazionale con sede a Buttrio, in provincia di Udine, attiva nel campo degli impianti di siderurgia, che ha stabilimenti in tutto il mondo, dalla Cina alla Thailandia, e ora sta guardando verso la Serbia. Circondata da verdi praterie e da un cancello con una rete metallica, tipo fortezza inespugnabile da difendere, riesco ad accedervi pronunciando la parola magica, che mi ha aiutato in questo difficile reportage: «I’m italian, Ich bin ein italianer». Le porte del cancello si aprono perché i carinziani sono ospitali. E soprattutto grati agli italiani, che danno loro lavoro (e infatti parlano tutti un ottimo italiano).

Peccato che dopo avermi offerto un succo di frutta, arrivi il direttore dello stabilimento, che mi accompagna alla porta, dicendomi con gelido distacco che il signor Danieli è molto riservato. (Non si offenda signor Bergamasco, questo è il suo nome, ma lei aveva l’aria di un body guard che malcelava la sua ira). «Mi dica almeno perché il parco industriale di Volkermarkt viene chiamato Little Italy», insisto tanto per vedere se ne cavo fuori qualcosa. «Non saprei, ma ci sono molte aziende di nicchia», risponde categorico. Già, così di nicchia, che non si vedono a occhio nudo. Infatti torno all’ingresso del parco e leggo tutte le targhe delle imprese presenti. Di italiane ce n’è una sola: la Danieli.

Più avanti però sulla strada provinciale verso la piccola cittadina di Haimburg si trova la Sky Plastic recycling and commerce, la cui sede centrale si trova a Treviso: ricicla la plastica. Qui, non sapendo che la mia presenza non era stata considerata gradita quando avevo chiamato la sede italiana, mi fanno entrare, e mi mostrano un sacchetto di riso nero di plastica, ricavato dal riciclaggio della plastica, ammassata e stoccata nei magazzini, che però si trova in Carinzia da molti anni. «Qui si lavora bene, ma deve tornare domani perché il direttore dello stabilimento non c’è», mi dicono con cortesia, anche se mi guardano come fossi una marziana sbarcata da un pianeta alieno. «Più avanti può trovare un altro stabilimento, acquistato da un italiano», mi informano. 

Procedo su una stradina di campagna, immersa in uno skyline che qualcuno oserebbe definire pittoresco, se non fosse che io sto cercando da due giorni un eldorado industriale, con territori felicemente sventrati da miriadi di capannoni italiani, introvabili, e ancora non ricordo le invettive di Bernhard. Ovviamente alla segheria dipinta di verde, la Mak Holz, tutti parlano italiano, ma non vengo ricevuta perché non si può arrivare in un’azienda senza avere appuntamento. Faccio un ultimo tentativo e ritorno verso il parco industriale di St. Veit, destinato esclusivamente alle energie rinnovabili. E appena entro con l’aria di Mafalda quando nel fumetto urla «Ora mordo» con i capelli in piedi, della serie ho appena messo un dito in una banale presa elettrica, trovo una spianata di 474mila metri quadrati, con una ventina di compagnie, che mi dà una rinnovabile alternativa speranza.

Qui mi prende in consegna una manager del GREENoneTEC, il cui motto è “Reliable like the Sun”, Claudia Konig, che si limita a darmi il volume del fatturato del gruppo, 130 milioni di euro, 1.620 pannelli solari al giorno. «Siamo la compagnia che ne produce di più al mondo, esportiamo in 40 paesi», afferma, e mi guarda strano quando le chiedo se hanno ricevuto contributi per la ricerca perché, in teoria, secondo la campagna di marketing fatta dalle signore dello shopping in Italia, i fondi per la ricerca sono ingenti, arrivano fino al 60%, ma non importa. Poi mi porta verso lo stabilimento Petroglas, l’azienda italiana, che appartiene al gruppo dell’Ilvaglass di Pesaro. Unica azienda dove mi riesce finalmente un blitz.

Mi riceve il direttore dello stabilimento, Andrea Ceccorulli, 35 anni, che si vanta dell’età media dei dipendenti, tutti sotto i trent’anni, e mi spiega che la Petraglas si è insediata all’interno di questo parco rinnovabile per fornire pannelli solari al GREENoneTEC. E che il vero vantaggio di aver costruito qui un’azienda che fornisce pannelli solari di vetro di alta qualità è la flessibilità del mercato del lavoro, più che le tasse. Ma è solo successivamente al mio ritorno in Italia, che capirò dal titolare della marchigiana Ilvaglass, il senso della loro presenza in Carinzia.

Giorgio Molinelli, forse venuto a conoscenza del blitz, ci tiene a fare un bilancio del loro investimento. Avvenuto nel 2008. «Abbiamo deciso di aprire uno stabilimento in Carinzia perché ci sembrava il luogo adatto per fornire il mercato mitteleuropeo, soprattutto tedesco, che aveva bisogno di pannelli solari ed era alll’avanguardia nel settore fotovoltaico». Ci sono molte luci, ma anche alcune ombre. «È vero, da un punto di vista fiscale conviene, stando in Italia, e lo dico con rammarico. Non ci hanno offerto la possibilità di rimanere, arriviamo a pagare tasse fino all’80% e siamo stati costretti a smantellare i nostri stabilimenti, ma in Carinzia manca una cultura industriale, agile, e una filiera di servizi, che per un’azienda di grandi dimensioni è ancora troppo artigianale. Certo, abbiamo ricevuto un contributo del 15% quando ci siamo insediati, ma i vincoli molto rigorosi, comprensibile perché loro danno sostegno agli investimenti ma pretendono anche una stabilità a lungo termine, sono forse troppo rigidi. Il costo del lavoro e del denaro sono simili a quelli italiani, anche se quelli dell’energia rappresentano un terzo rispetto a quanto si paga in Italia, ma non abbiamo mai valutato di fare ricerca in Carinzia perché in Cina la ricerca ci costa il 3%. Sarò sincero», conclude Molinelli: «Se tornassimo indietro, non ci stabiliremmo piu in Carinzia, semmai in Slovenia», spiega il dirigente di una società che ha un volume di fatturato di 120 milioni di euro, di cui 10-12 prodotti in Carinzia.

Anche se poi, davanti alla mia ossessiva richiesta sulla ricerca e sull’innovazione, mi concede un poco convinto «Pare che a St. Veit vogliano aprire una sede universitaria con laboratori di ricerca, valuteremo l’ipotesi di partecipare».

E così, dopo aver parlato sulla via del ritorno con una funzionaria della Bank Austria, che appartiene al gruppo Unicredit, Rosemarie Schwarz, la quale si limita a dire che esiste un trend di crescita dei conti correnti aperti da imprenditori italiani, «di più non si può dire perché la privacy dei nostri clienti è inviolabile», mi spiega, tento l’ultimo colpo di ala. A Villach entro in una banca, l’Ipobank, dove vengo accolta con sorrisi a 32 denti e una domanda diretta: «Vuole aprire un conto?», e alla mia risposta negativa, si ammutoliscono e ricominciamo a parlare in tedesco. «Non posso parlare», «Ich Kannt nicht sprechen». E allora, tramortita dalla vana ricerca del piccolo eldorado carnico, torno verso il passo del Tarvisio.

Chiedendomi come si possa spiegare il dato della Banca Centrale dell’Austria, che ha registrato un vertiginoso aumento degli investimenti italiani – 267 milioni di euro nel 2010 – mentre nel 2011 sono saliti a quota 10,44 miliardi di euro. Un dato complessivo, aggregato che comprende ogni tipo di investimento, comprese filiali di banche e di assicurazioni, partecipazioni societarie, piccoli medi e grandi esercizi commerciali. E suppongo molti conti esteri, visto che secondo il rapporto dell’ABA-Invest in Austria, la società di investimenti del ministero federale dell’economia, nel 2011 sono state assistite solo 16 nuove imprese. Con 6,6 milioni di euro investiti. E 117 nuovi posti di lavoro. (138 progetti tedeschi, 8 aziende giapponesi, 5 cinesi, 13 ungheresi e 8 slovene).

E infatti contando col pallottoliere il numero di aziende nell’elenco compilato dall’Ice, l’istituto del commercio europeo, le aziende italiane in Austria, non sono 1.000 come affermato in un recente rapporto dell’Aba (l’agenzia di attrazione degli investimenti austriaca, ndr), ma non superano le 200 (fra loro ci sono anche la Benetton e la Fiat a Vienna, la Barilla a Innsbruck e la Luxottica a Klostereuburn, a nord-est di Vienna) di cui circa 20 in Carinzia. E non 500 come ha detto urlando ai microfoni della radio Oscar Giannino, in preda all’ira funesta contro il gravoso sistema economico italiano che penalizza ogni impresa.

E infine ricevo la telefonata allarmata di Natascha Zmerlikar, dell’Eak, che fa la spola fra la Carinzia e l’Italia, per promuovere gli investimenti italiani nei parchi industriali della regione meridionale dell’Austria, per avere garanzie rispetto a un suo cliente che non «ha chiuso la sua sede di Vicenza come invece divulgato dalla stampa». (e dalla stessa Eak, per amor di precisione) messa alle strette, ammette che sono poche le aziende italiane che chiedono contributi per l’innovazione e la ricerca. Sui numeri però insiste. «In Carinzia - dice - ci sono 80 aziende italiane e ogni anno valutiamo circa 150 progetti, ma si tratta di tante partecipazioni societarie e società per commercializzare».

Finalmente mi è venuto in mente cosa scriveva Thomas Bernhard, che ha sempre irriso, corrisposto, la sua patria austriaca: «Nel lavoro è importantissimo essere in un paese di cui non si capisce la lingua perché si ha la sensazione che la gente dica solo cose piacevoli, parli di cose importanti, mentre se si capisce la lingua si ha la sensazione che si dicano sciocchezze». La Carinzia offre molti vantaggi, ma attualmente non esiste alcun esodo degli imprenditori col passaporto in mano. Pare stiano andando tutti in Slovenia. 

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