22 Gennaio Gen 2013 1622 22 gennaio 2013

La cacciata di Cosentino è la vera fine del berlusconismo

La cacciata di Cosentino è la vera fine del berlusconismo

La cacciata di Cosentino è la vera fine del berlusconismo

Ma davvero Berlusconi pensa che con l’operazione “liste pulite” conquisterà fette di elettorato legalitario? Ma davvero pensa che, con qualche colpo di maquillage, una serie di purghe e la testa rotolata di Nicola Cosentino migliorino le sue prospettive elettorali?

La domanda sorge spontanea ripensando ai vent’anni di berlusconismo e ai tanti, tantissimi elettori che ne hanno tributato la vittoria quando in lista c’erano Cosentino, Dell’Utri e tanti altri, e le campagne per le liste senza indagati venivano bollate come cedimenti al giustizialismo e alle smanie politiche di certi pubblici ministeri. Le liste zeppe di indagati, sempre difesi come perseguitati e in ogni caso innocenti fino a sentenza definitiva, non sono peraltro mai state un ostacolo alla conquista del voto delle masse. Perché invece stavolta dovrebbero esserlo? Davvero Berlusconi crede – opportunisticamente, certo, ma convintamente – che sia cambiato il vento e la questione morale sia diventata così importante per gli elettori delusi che ancora non è riuscito a riconquistare?

La domanda – le domande – sorgono spontanee perché sbattono contro la memoria dell’unico punto di solida coerenza (almeno verbale) del Cavaliere. Che sulla giustizia, sulle storture del suo esercizio e nella difesa del garantismo ha sempre avuto una parola sola: per i suoi interessi, si dirà, e per quelli di improbabili amici. Tutto vero, ma sempre provvisto di un’indubbia coerenza. E infatti, fino a qualche mese fa, sarebbe stato semplicemente impensabile vedere il Cavaliere che si metteva a depennare gli indagati, pur continuando a proclamare innocenza degli imputati amici e persecuzione da parte dei giudici.

La sensazione di chi scrive è che la plateale rottura del Cavaliere rispetto a Cosentino (e di fatto rispetto a tutte le sue battaglie passate) non sia semplicemente una scelta tattica, ma proprio invece la sanzione definitiva della fine di un’era: quella berlusconiana. Un’era fatta di contraddizioni e fallimenti politici, di riforme non fatte e di speranze deluse, ma anche di parole d’ordine ripetute con costanza, soprattutto sulla giustizia, e di uno spirito di fondo che sembrava inesauribile: i dotti, i perbenisti e i comunisti potevano pensare e dire quel che volevano; Berlusconi candidava gli impresentabili con sicumera, e poi alla fine vinceva quasi sempre. Berlusconi – perdonino gli ortodossi cultori del pensiero e delle parole di Gramsci – esercitava di fatto quel che un tempo si chiamava “egemonia culturale”. Ignorava le critiche che facevano leva sulle questioni morali, forte del consenso che quella linea aveva sempre garantito. Di più, poteva perfino attaccare i giudici nel nome del “perseguitato” Dell’Utri perché sapeva che – con buona pace delle élite e dei loro giornali, dei moralisti e dei loro giornali, degli intellettuali e dei loro giornali – il rapporto degli italiani con lo stato è sempre stato difficile, e l’esperienza del rapporto con la giustizia resta per molti italiani assai difficile, e questo vale non solo per i delinquenti.

Di colpo, quella provocazione, quella strafottenza che diventava un dito mosso strumentalmente in una piaga tutta politica che però era vera, svaniscono. Improvvisamente quel politico incurante dei “perbenisti” (e dei princìpi da loro agitati), cede. Ed è un cedimento culturale vero e proprio, perch-è non è più capace di replicare con principi eguali e contrari (il garantismo, appunto), per quanto usati strumentalmente. È ina resa tattica di fronte alle pressioni e anche un segno, evidentemente e definitivo, di invecchiamento del suo mito di uomo potente, impunito e capace di fregarsene di quel che diceva l’intellighenzia. Insomma, siamo al termine del Berlusconismo.

È vero: farete notare che però lui, Berlusconi, plurindagato invece resta in lista, eccome. Perché il Pdl senza di lui ha dimostrato di essere il niente che sospettavamo, certo, ma anche perché solo in questo modo può provare a pesare negli equilibri futuri, facendo pesare i propri interessi politici e non. Già. Questo è Berlusconi, questi sono i suoi interessi, e questo non è finito. Ma vederlo che cede alle campagna di opinioni dei suoi avversari e nemici, dei suoi critici e storici censori, e spinge fuori gli imputati dalle liste, fa certo impressione. Perché finisce un’epoca, mentre le storture che l’hanno generata stanno ancora tutte bene, e lottano contro di noi.  

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