23 Gennaio Gen 2013 0720 23 gennaio 2013

Fermare il Declino: “Il vero voto utile è per il cambiamento”

Fermare il Declino: “Il vero voto utile è per il cambiamento”

Caro Direttore,

Ci rivolgiamo ai lettori al suo giornale - che leggiamo e apprezziamo – perché crediamo che in questa campagna elettorale si trovino di fronte a una scelta difficile. Ci riferiamo a quella borghesia colta e illuminata che, dopo un ventennio di Berlusconismo, trascorso tra mal di pancia e mugugni, si era illusa di poter voltare pagina per intraprendere un nuovo percorso di ricostruzione civile e crescita. A loro vogliamo spiegare i nostri principi nella convinzione che nel nostro programma e nella nostra coerenza risieda il vero voto utile. E non quello che tradizionalmente è espressione del compromesso.

I dodici mesi del governo Monti non hanno realizzato molte delle attese: dal tecnocrate che diceva di non avere ambizioni politiche ci si aspettavano riforme più efficaci (in particolare del lavoro), la fine del tradizionale e ormai superato metodo di concertazione, l’avvio di un piano di dismissioni del patrimonio pubblico, l’adozione del piano di Francesco Giavazzi sull’abolizione dei sussidi quasi assistenziali alle imprese e un primo taglio deciso ai costi della politica.

Riconosciamo certamente a Monti l’essere riuscito a ridare credibilità al nostro Paese sulla scena internazionale e a ricondurre il dibattito politico sui contenuti concreti, ma non basta più. E purtroppo il rinnovamento della classe politica intanto si è inceppato.

Molti avevano confidato in un successo di Matteo Renzi alle primarie del Pd che avrebbe svecchiato la classe dirigente e rivisitato in chiave più moderna e liberale le tradizionali politiche di sinistra. Altri speravano che un candidato credibile potesse prendere la guida del centro-destra e ricostruire un partito di stampo europeo. Ma il risveglio è stato brusco.

Da un lato la vecchia guardia del Partito democratico non solo ha sbaragliato Renzi ma anche messo fuori gioco, nelle primarie per le candidature, la maggior parte dei suoi sostenitori. Dall’altro, contrariamente a tutte le previsioni, l’intramontabile Berlusconi è ritornato in campo, ha aggregato Lega, Comunione e Liberazione e altri improbabili alleati, ed è riuscito a dimezzare in poche settimane la forbice che lo separava da Bersani.

In questo scenario preoccupante, qualcuno aveva visto nella “salita” in politica di Monti una possibile ancora di salvezza. Il neonato raggruppamento montiano, però, ha subito mostrato i suoi limiti, rivelando un lato inedito del premier e attirandogli più che condivisibili critiche per gli alleati della vecchia politica che compongono lo schieramento. L’aplomb da statista sobrio, con una visione internazionale, ha lasciato il passo al consumato politico che fa promesse generiche, troppo spesso cambia posizione (dall’Imu al redditometro, dalla patrimoniale ai diritti civili dei gay) e si muove alla ricerca della benedizione del Vaticano.

Certo Monti continua giustamente a godere di una stima diffusa, ma le truppe che si è scelto, per tradizione e storia personale, sono tutt’altro che inclini ai cambiamenti di passo che la situazione richiede. Che succederà se poi Monti sarà eletto Presidente della Repubblica o nel 2014 sarà chiamato a succedere a Van Rompuy alla Presidenza del Consiglio dell’Ue? Che ne sarà a quel punto di Scelta Civica? La leadership, anche di diritto, resterà in mano a Casini, Fini e Montezemolo con i quali certamente non si potranno fare le incisive riforme di cui l’Italia necessita. Per questo il nuovo raggruppamento non convince. E l’ancora elevato numero degli indecisi a poche settimane dal voto lo dimostra. 

E allora? Quale alternativa per chi è consapevole di quanto sia pericolosa l’alleanza Berlusconi-Lega (che ha già portato l’Italia sull’orlo del baratro) e, al tempo stesso, non è convinto dal Pd di Bersani (perché pensa che il paese non abbia bisogno di un usato sicuro, ma di un nuovo motore per far partire la crescita)?

Una risposta, che noi crediamo convincente e credibile è offerta dalla lista Fare per Fermare il Declino, guidata da Oscar Giannino. C’è un programma concreto, pubblicato da mesi con tanto di schede di approfondimento e proposte da attuare nei 100 giorni, e di cui molti poi si sono appropriati: la riduzione del debito pubblico, la vendita del patrimonio dello Stato (a partire dai beni immobili) e la parallela riduzione del cuneo fiscale e dell’Irap, la riforma della macchina della giustizia cominciando dagli interventi per accorciarne i tempi, specializzare i giudici, modificare le norme sulla prescrizione e intervenire sulla indecorosa situazione delle carceri, la disciplina dei conflitti di interesse, ecc. 

L’elenco è molto dettagliato. Puntuale. Ma quello che conta è che c’è un’idea di base di rinnovamento della classe politica e amministrativa (anche i grand commis di Stato devono lasciare il campo a nuovi volti). C’è la credibilità intellettuale e il rigore morale delle persone che hanno elaborato il progetto e che lo stanno propagandando in Italia. C’è soprattutto un’idea per porre fine alla stagnazione in cui versa il paese da troppo tempo: concorrenza, meritocrazia, liberalizzazioni non sono mere parole d’ordine di un iperliberismo accademico, ma strumenti per promuovere in Italia quella mobilità sociale che sola può portare a superare il crescente stato di emarginazione in cui vivono giovani, donne, precari. 

Insomma, perché arrendersi ancora una volta e votare controvoglia in nome del cosiddetto “voto utile”? I sondaggi ci dicono che Fare agli inizi dell’anno era già circa al 2,5 per cento. Nonostante la grande stampa lo ignori, il passaparola si estende contagiosamente perché Giannino parla alla gente, non ai soliti noti. E alla gente piace l’idea di un partito “libero”, senza azionisti di riferimento. E’ una grande opportunità per dare una vera svolta a questo paese. Basta un po’ di coraggio per renderlo possibile. Se non lo facciamo ora, poi non potremo ancora una volta lamentarci e recriminare. In fin dei conti il vero voto utile è quello che da un segnale di cambiamento. 

*Alberto Saravalle è presidente dello studio Bonelli Erede Pappalardo e professore di Diritto dell’Ue a Padova

**Luigi Zingales è professore di Entrepreneurship and Finance alla Booth School of Business dell’Università di Chicago

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