27 Gennaio Gen 2013 0030 27 gennaio 2013

Amato e Bassanini, il tandem che reggeva Mps

Amato e Bassanini, il tandem che reggeva Mps

Due amici, due professori universitari che inframezzano l'attività accademica a frequenti incursioni politiche e istituzionali, due socialisti anomali approdati successivamente in area Pd con relazioni a tutto tondo, due uomini di potere inscalfibile, intelligenti, con la passione per Siena e la Toscana.

Giuliano Amato e Franco Bassanini sono i convitati di pietra in questo pasticciaccio Mps ma nessuno li tira in mezzo più di tanto. Sfiorati negli articoli come lord protettori di Giuseppe Mussari e dell'autonomia del Monte, chiamati obliquamente in causa (Bassanini) dai “compagni” Vincenzo Visco e Luigi Berlinguer su Corriere e Repubblica, val la pena raccontare il loro legame con Siena per capire meglio la vicenda più scottante di questa campagna elettorale. C'entra la politica, c'entra il Pd e i suoi antenati Pci-Pds-Ds-Margherita, c'entra il sistema di potere locale ma c'entra anche il mondo della finanza in una città come Siena ad alto tasso di massoneria.

Nel 1976 Bassanini e Amato sono due giovani e brillanti professori universitari. Insegnano entrambi a Firenze. Il primo Diritto costituzionale, il secondo Diritto pubblico. Per risparmiare avevano in comune un appartamento in piazza Beccaria che gli subaffittava Roberto Zaccaria, il futuro presidente della Rai, allora assistente di Paolo Barile. Partivano in macchina da Roma insieme tutte le settimane. Ad unirli la passione per il diritto, la politica, l'ambizione professionale e il socialismo.

Sulla leadership di Bettino Craxi però il tandem si rompe. “Dottor Amato e Mister Hyde” titola l'Espresso una succosa intervista uscita il 31 maggio 1992 a firma Antonio Padellaro in cui “l'amico Franco” affossa la giravolta del dottor Sottile, prima fiero avversario di Bettino Craxi e poi consigliere del Principe. «Mettendo a posto delle carte ho trovato una lettera di Giuliano. Mi scriveva da Ansedonia nell’estate del 1976, due mesi dopo l’ascesa di Craxi alla segreteria del Psi, con queste parole: “Caro Franco, piuttosto che fare politica con questi cravattari sarebbe meglio ritirarsi a vita privata. Ma noi non ci ritireremo”...». A quel tempo il lombardiano Bassanini e Amato erano per l’alternativa di sinistra. Il primo lo rimarrà e nel 1981 verrà espulso dal Psi con Tristano Codignola e altri compagni che denunciano la corruzione nel partito (continuerà a sedersi a Montecitorio da indipendente del Pci), Amato diventerà nientemeno che sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Il freddo su Craxi per qualcuno è una sorta di gioco delle parti, i ponti tra i due non si sarebbero mai chiusi, ma per un periodo i rapporti si guastano. Gli amici Giulio & Franco si riuniranno solo dopo Tangentopoli. Le ambizioni impongono la pietra sopra. Bassanini resta deputato ininterrottamente fino al 1996 prima di cominciare il decennio da senatore (96-2006) eletto a Siena, Amato fa in tempo a diventare premier nel terribile 1992 anche lui eletto nella città del Palio e, due anni prima, a varare da ministro del Tesoro la legge sulle fondazioni che farà da gong alla riassetto e alla privatizzazione del sistema bancario italiano. A partire dal 1996, con i governi dell'Ulivo, si troveranno entrambi in posizioni di comando: il senatore Bassanini ministro alla Funzione pubblica dove darà il via al cantiere della riforma amministrativa, il tecnico-politico Amato prima alla guida dell'Antitrust, poi ministro dell'Interno, del Tesoro, e ancora premier.

Nel 2001, insieme all'ex rettore comunista dell'università di Siena, Luigi Berlinguer, sono i due grandi sponsor della nomina al vertice della Fondazione Mps del giovane avvocato calabrese Giuseppe Mussari, un passato da leader degli studenti rossi iscritto da sempre al Pci-Pds. Arrivato a Siena per fare l'università, in pochi anni diventato un autentico potere forte cittadino. Va detto che la senesità è una specie di categoria dello spirito, un paravento consociativo dietro cui si mescolano interessi politici locali, il peso secolare della curia, gli affari dei notabili, la massoneria e le ambizioni della sinistra nazionale. L'intero territorio vive dei denari distribuiti dalla Fondazione e dalla banca, controllate con pugno ferreo dalla politica.

Un arrocco sempre meno sostenibile in un sistema del credito in pieno riassetto. Da Roma il governatore di Bankitalia Antonio Fazio dirige con piglio sicuro il valzer di fusioni e acquisizioni. Nel 2002, quando tocca al Monte fare la mossa, le ambizioni del giovane Mussari e della sua cordata si posano sulla Bnl allora controllata dal Tesoro. Fazio, considerato a Siena un nemico, chiede però alla Fondazione di scendere sotto il 50% nel controllo della banca. Il Monte rifiuta, la città si ribella, e a quel punto via Nazionale nega l'autorizzazione.

Ma il fronte a sinistra comincia a sgretolarsi. Si allarga il fossato con quel pezzo di Pd «che pensa di dover avere un rapporto diretto con Montepaschi attraverso le istituzioni locali, comune e provincia...». Lo ha ricordato perfidamente, su Repubblica, Luigi Berlinguer. Il riferimento è proprio al ruolo di Bassanini. Ad un certo punto a livello locale s'impone il dogma della senesità e dell'autonomia sacrale del Monte. Su queste pressioni a fine anni Novanta viene cambiato lo statuto. Anche presidente e direttore generale, prima indicati dal Tesoro, diventano espressione del territorio.

Nel 2005 questa fragile pax tra le due sinistre deflagra. Mps rifiuta di entrare nella cordata di Unipol lanciata alla conquista di Bnl. «Consorte e D'Alema fecero un pressing su Siena perché si alleasse con Unipol. Chi difese l'autonomia di Mps, come me e Amato, venne emarginato...», vomita fiele Bassanini dalle pagine di Panorama. «La Fondazione e banca Mps hanno fatto
 bene a non appoggiare ed entrare in società prima con gli immobiliaristi 
poi con Unipol. Del resto il Montepaschi poteva acquistare Bnl due anni fa a meno della metà del prezzo e
l'operazione fu stoppata dal Governatore...», raddoppia in quel giugno rovente, sul Sole 24Ore.

Pochi giorni dopo, sull'Espresso, Bassanini attacca direttamente i compagni di viaggio dei cooperatori bolognesi, i Ricucci and Co. sdoganati da Piero Fassino e Massimo D'Alema. «Oggi i soli che dispongono di capitali tanto ingenti da poter partecipare a tre o quattro scalate contemporaneamente sono dei giovinotti che hanno accumulato miliardi in pochi anni facendo i raiders. E allora mi domando: siamo sicuri che il nostro sistema non favorisca sfacciatamente attività di pura intermediazione finanziaria o immobiliare e non penalizzi invece i settori produttivi esposti alla concorrenza internazionale?». Di più. «Ricucci, Coppola e Statuto, grazie a una legge Tremonti, non pagheranno tasse sulle plusvalenze miliardarie realizzate con la vendita a Unipol delle loro azioni Bnl, solo perché le hanno acquistate più di un anno fa...».

Se riandiamo alle cronache di quella estate, i grandi giornali restituiscono plasticamente la guerra dei mondi nel centrosinistra, schieramenti politici e salotti buoni collegati. Da un lato i Rutelli, i Montezemolo, i Della Valle, gli Enrico Letta, i Bassanini e i prodiani in armi contro l'assalto dei cooperatori rossi a braccetto degli immobiliaristi che marciano sul salotto buono, difesi unicamente dai vertici Ds. Lo stesso Amato non nasconde la propria contrarietà alle scalate. Per Bassanini è su questa battaglia che il suo amico “Giuliano” perde il biglietto per il Colle nel 2006.
I dalemiani messi all'indice passano al contrattacco. Vincenzo Visco, che da ministro del Tesoro (nel 2000) aveva più volte criticato l'eccessiva autoreferenzialità del Monte, invoca chiarezza. Il senatore Nicola Latorre parlerà della fondazione Mps come di un “simbolo della conservazione”. Più maliziosamente, c'è chi legge la serrata anti Unipol come il ritorno di fiamma di quell'ala ex socialista massonica forte in città, che si salda intorno all'asse emergente veltroniano. Lo stesso Mussari l'anno dopo guadagnerà il passaggio dalla testa della fondazione a quella strategica della banca Mps.

C'è poi un secondo episodio che in quei mesi rivela il legame di Bassanini con Siena e Giuliano Amato, papà delle fondazione bancarie. Dopo i crack Cirio e Parmalat in Parlamento si discute la Legge sul risparmio. All'insegna di una maggior trasparenza e di una diversificazione del rischio, nel dispositivo viene inserito l'obbligo per le fondazioni di cedere il controllo delle banche scendendo entro il 2006 sotto la soglia del 30%. La nuova legge tocca in pratica solo tre banche (Mps, Cr Firenze e Banca Carige) e scatena la reazione di Bassanini, autore di un emendamento affossa norma e strenuo difensore insieme ad Amato del ruolo delle fondazioni, «che garantiscono contro la finanza d'assalto una gestione trasparente, democratica e comunitaria di una quota non prevalente, ma spesso determinante dell'azionariato delle banche. In attesa di forti fondi pensione, sono i soli grandi investitori legati al territorio e interessati a sostenere piani industriali di ampio respiro».

Quando la legislatura finisce e l'Unione prodiana nel 2006 vince le elezioni, uno delle prime mosse del governo sarà proprio il decreto Pinza, che permette alle fondazioni di continuare ad avere in pancia partecipazioni sopra al 30% nel capitale delle banche. Siena (in apparenza) è salva. Unico ad opporsi, a sinistra, il dalemiano Latorre. C'è chi dice per rappresaglia sulla vicenda Unipol dell'anno prima.

In chiave locale tutta la partita è una vittoria della linea Bassanini-Amato che in città continuano a contare moltissimo. Il legame con l'università è stretto da tempo e molti docenti passano dalla collaborazione con Astrid, il centro studi di cui il senatore è presidente e l'ex premier presidente del comitato scientifico, alla docenza senese a ruoli in banca. Un ex dirigente sindacale legato a Bassanini come Silvano Andriani dal 1993 al 2001 siede nel cda di Mps e poi diventa presidente di Mps assicurazioni Vita. Nel 1994 il sistema è così forte che un decano come Berlinguer viene spedito dal partito a candidarsi al collegio elettorale di Firenze. «So che molti a Siena furono contenti di quella scelta...», ironizza oggi. Così come i colloqui italo-inglesi che ogni anno Giuliano Amato organizza nella splendida badia di Pontignano sono patrocinati da Mps.

In questo clima il 2007 è l'anno della rivincita contro l'asse D'Alema-Fassino. Per uscire dallo splendido isolamento di Rocca Salimbeni Mussari da l'assalto all'Antonveneta, l'origine dei mali di questi mesi. L'operazione viene fatta con un aumento di capitale da 5 miliardi che illude la fondazione di non doversi diluire, mantenendo la presa ferrea sulla banca. Tra i più entusiasti si segnala un'altra volta Bassanini, oggi silente sull'esito di quell'avventura sciagurata. «È la migliore operazione che potessero fare. Purtroppo sia il partito con Massimo D'Alema, sia la finanza rossa con l'Unipol di Consorte sia la Banca d'Italia erano in altri progetti affaccendati», spiega a Panorama il 15 novembre 2007. Ma in archivio si trovano anche dichiarazioni entusiaste di Luca Cordero di Montezemolo: «Mps-Antonveneta? Una grande operazione...».

Come riporta in quei giorni il Sole 24Ore, «al finanziamento da nove miliardi necessario per l'operazione lavora soprattutto il vicedirettore generale di Mps, Marco Morelli». Il manager è un nome che ritornerà spesso, è personaggio di snodo. Arriva al Monte attraverso la casella Mps finance nel settembre 2003 sponsorizzato da Bassanini e da sua moglie Linda Lanzillotta, ex assessore al bilancio nella giunta capitolina di Rutelli, ex capo di gabinetto di Giuliano Amato al Tesoro, e ministro nel Prodi bis dal 2006 al 2008. Morelli a quel tempo fa il banker in JP Morgan, si fa notare come advisor del comune nella discussa vendita della centrale del latte e nella ristrutturazione del debito. Nasce allora il sodalizio che porterà fin dentro la stanza dei bottoni di Mps un uomo di provata fede bassaniniana mentre Lanzillotta, tra il 2001 e il 2006, sarà advisor della banca d'affari americana. Morelli invece resterà a Siena fino a inizio 2010 prima di passare in Intesa Sanpaolo nel ruolo di direttore generale e poi approdare in Merryll Lynch.

Tornando al tandem Amato-Bassanini, gli anni più recenti si segnalano per l'attivismo intellettuale, i ruoli bipartisan e gli appelli congiunti. Si va dalla proposta di piano ammazza debito, un taglio di 328 miliardi in 10 anni (agosto 2012), a quella sull'e-government (2010), a quella rivolta a Monti per reindustrializzare l'Europa e l'Italia (sempre nel 2012). Amato lo fa nel ruolo di eterna riserva della Repubblica a cui Monti affida il dossier sul finanziamento ai partiti, dalla postazione prestigiosa di presidente dell'enciclopedia Treccani e advisor di Deutsche Bank con un pensierino sul Quirinale; Bassanini con la Legion d'onore appuntata sul petto e un ruolo nobile insieme a Mario Monti nella Commissione Attali per le riforme in Francia, voluta nel 2007 dal presidente Sarkozy.

Ma la svolta arriva l'anno dopo quando Giulio Tremonti lo nomina sulla poltrona più alta della strategica Cassa depositi e prestiti, appena riattivata come strumento di politica industriale. Il mondo Acri nel turbinio della crisi diventa camera di compensazione di interessi diversi: l'influenza di Amato sulle fondazioni, il mondo bancario allineato dietro il tandem Guzzetti-Bazoli, che prendono sotto la propria ala Mussari, e l'egemonia tremontian-leghista. È il campo perfetto per un tecnico-politico navigato come l'ex socialista Bassanini, strenuto difensore del modello “fondazione” e attento alla dimensione bipartisan del potere. «Persino troppo», maligna qualcuno. «Il Bassanini che elogia Tremonti per il vivace dibattito suscitato dal suo libro La paura e la speranza e fa carriera in Cdp è lo stesso che nel 2005 criticava il Tremonti per la legge pro furbetti...?». Sempre alla Cassa nel 2010 arriva il direttore generale Matteo del Fante, altro banker ex JP Morgan.

In ogni caso tutto questo mondo nel 2010 appoggerà Mussari alla presidenza dell'Abi e, nell'estate 2012, imporrà la sua riconferma arrivando addirittura a modificare lo statuto dell'assobancaria. Non basta. L'anno scorso, prima che sul Monte nella bufera arrivasse Alessandro Profumo, era girata voce che potesse essere proprio Bassanini il salvatore della patria, o che la sua Cdp potesse entrare nel capitale della banca (ipotesi ancora in campo).

Un'altra volta ecco che Siena sfugge le classificazioni bianco e nero. In città e dentro al Monte ha sempre vinto la grande ammucchiata. Le cordate. Un po' di D'Alema, un po' di Rosi Bindi che è della vicina Sinalunga (si dice che l'arrivo di Profumo sia anche farina del suo sacco, la moglie del banchiere è bindiana), un po' di Berlinguer e alcuni uomini forti inscalfibili come Bassanini e Amato, oggi silenti sullo scandalo Mps. Lo stesso Monti che spara addosso al Pd per il collateralismo bancario si è portato in casa Alfredo Monaci, ex margherita, candidato alla Camera nella lista civica del premier. Monaci è stato nel cda di Mps con Mussari dal 2009 al 2012 nonché presidente di Montepaschi immobiliare. Potenza del consociativismo...

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