31 Gennaio Gen 2013 1457 31 gennaio 2013

La giudice amica dei Vendola assolse Nichi, i pm aprono un fascicolo

La giudice amica dei Vendola assolse Nichi, i pm aprono un fascicolo

Ora anche i veleni della procura di Bari, di cui già scrivemmo nello scorso novembre, sembrano aver assunto una consistenza precisa. Come quella di un fascicolo penale, aperto ad hoc dal capo della procura di Lecce, Cataldo Motta, relativo al gip Susanna De Felice, che nel 31 ottobre scorso assolse dall’accusa di concorso in abuso d’ufficio, per la nomina di un primario all’ospedale barese San Paolo, l’ex direttore generale della Asl di Bari, Lea Cosentino, e l’attuale Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola.

La sentenza di assoluzione, infatti, e il presunto rapporto di amicizia - sostenuto in una lettera inviata dai due pubblici ministeri Desirèe Digeronimo e Francesco Bretone - intercorrente tra il gip De Felice e la sorella del leader di Sel, Patrizia Vendola, finiscono sul tavolo degli inquirenti salentini. Dopo l’inchiesta sul procuratore barese Antonio Laudati e le presunte pressioni ricevute dal governo in merito all’affaire Tarantini e sul sostituto procuratore generale Giuseppe Scelsi, un altro magistrato barese finisce sotto la lente d’ingrandimento dell’ufficio leccese.

Ieri mattina, poco prima delle 11, proprio Patrizia Vendola, sorella del governatore pugliese, è stata ascoltata come «persona informata sui fatti». Un’audizione di poco più di mezz’ora, per raccontare la propria versione e dipanare l’intricato nodo del presunto rapporto di amicizia col giudice che assolse il fratello. Sul contenuto, sia la teste che gli inquirenti mantengono il più stretto riserbo, trincerandosi dietro il segreto istruttorio.

I fatti. Il 31 ottobre scorso il gip, Susanna De Felice, assolse Nichi Vendola e Lea Cosentino dall’accusa di concorso in abuso d’ufficio, in merito alla nomina di un primario dell’ospedale San Paolo di Bari, con la formula piena del «fatto non sussiste».

Una settimana dopo, i due pm titolari dell’indagine, Digeronimo e Bretone, in una missiva-esposto riservata, inviata al procuratore generale di Bari, Antonio Pizzi, al procuratore della Repubblica, Antonio Laudati, e all’aggiunto Giorgio Lino Bruno, sollevarono insistenti dubbi sull’imparzialità del gup De Felice, sottolineando la sua - a detto loro - comprovata amicizia con la sorella del governatore, Patrizia. E proprio in virtù di questo rapporto sostenevano che il giudice avrebbe dovuto astenersi dall’istruire e trattare il procedimento, dati «un’amicizia diretta» e una «frequentazione di amici in comune, quali il senatore Carofiglio e la moglie, il pubblico ministero Pirrelli».

Nel carteggio a Laudati, i pm baresi spiegano di essersi limitati a scrivere la lettera, senza formalmente ricusare il gip, per il profondo rispetto che nutrivano nei confronti di quest’ultimo. Senonché, dopo le esternazioni del Presidente Vendola, che annunciava che si sarebbe dimesso e ritirato a vita privata in caso di condanna, ritennero non più procrastinabile la censura, sostenendo come «questo comportamento avesse costituito a nostro giudizio un'indebita pressione su un giudice che in caso di condanna avrebbe determinato l'uscita dalla scena politica del fratello della sua amica».

Ora, sulla terzietà e imparzialità del giudice De Felice, indagano gli inquirenti di Lecce. La guerra tra le toghe baresi sembra appena cominciata.

Twitter@enricoferrara1 

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