1 Febbraio Feb 2013 0730 01 febbraio 2013

Cosa aspettano le élite (e il Pd) a prendere sul serio Grillo?

Cosa aspettano le élite (e il Pd) a prendere sul serio Grillo?

Se, come sembra, Beppe Grillo farà il suo ultimo scampolo di campagna elettorale in tv, le sue percentuali elettorali cresceranno ancora. Nel giro di poco tempo un fenomeno che era apparso marginale e colorito nel grande caos della crisi della politica, si sta rivelando un protagonista di primo piano dell’Italia del prossimo futuro. Tutti gli altri partiti o liste che si contendono il voto degli italiani sfuggono ad una analisi di questo competitor, colpevolmente sottovalutandolo.

Scrivo “colpevolmente” perché non c’è dubbio che fra tre settimane molte decine di grillini invaderanno il parlamento, saranno personaggi del tutto nuovi alla politica ufficiale, forniranno competenze inedite e ovviamente costituiranno una vociante massa critica con cui bisognerà fare i conti.

I partiti stanno trattando Grillo come una malattia inguaribile, e fin qui è comprensibile. Sorprende che nessuno si ponga il problema politico di come gestire questa massa di parlamentari di cui non si conoscono né le biografie né i legami con la struttura dirigente del movimento né le suggestioni politico-programmatiche. Ogni paragone con esperienze del passato è fuorviante. L’antipolitica è sbarcata più volte in parlamento. Mai però in questo modo, con questa forza, con questo stato maggiore convinto di poter dare il colpo finale al sistema dei partiti.

Il movimento di Grillo non ha alcun connotato sociale definito. I suoi aderenti e dirigenti sono per lo più, a quel che si vede, piccola borghesia urbana, in gran parte formata da vecchi elettori delusi dalla sinistra e da una cospicuo numero di delusi dalla destra. Non hanno un’idea dello Stato, rappresentato come un mostro vorace al cui interno agiscono famelici partiti e lobby finanziarie.

Non c’è neppure un referente culturale certo per i grillini. Non sono fascisti ma neppure antifascisti, non si dicono di sinistra, anzi vorrebbero distruggere partiti e sindacati di sinistra, ma si ritraggono dall’essere considerati di destra, anche se vogliono legittimare Casa Pound (ma l’ha fatto prima di loro Piero Sansonetti). Qualunquista è una definizione facile da far indossare loro, ma non li rappresenta. In parte sono suggestionati dalla cultura della decrescita, dall’economia verde, dal rifiuto di pagare il debito nazionale, dalla critica della modernità e dello sviluppo. In molti paesi occidentali tutte queste suggestioni hanno riempito piazze e movimenti. Solo in Italia si sono, però, concentrati in una unica formazione politica di successo. La loro struttura è di tipo autoritario ancorché temperata dalla democrazia della Rete, cioè dei piccoli numeri.

Il vero momento di difficoltà di Grillo c’è stato quando alle primarie del Pd hanno partecipato milioni di persone e a quelle del Movimento Cinque Stelle poche migliaia. Infatti da quel dì il tema della democrazia dal basso è diventato un po’ meno insistente nelle intemerate del capo. La democrazia interna ricorda i peggiori gruppi extra-parlamentari di sinistra con il padre-padrone che detta legge e i fedeli che seguono ovvero vengono espulsi. Vedi la famigerata Unione dei Comunisti marxisti –leninisti che celebrava anche matrimoni e il cui leader è poi divenuto dirigente di Comunione e Liberazione.

L’irruzione del grillismo nella politica italiana ha messo alle corde la politica ufficiale perché ne ha rivelato le magagne, le incrostazioni, le baronie locali. È un movimento nordista che può sfondare al Sud, mentre la Lega ha ovviamente fallito, non so se potrà accadere già in questa circostanza elettorale. È un fatto che la presenza di Grillo ha reso marginale la componente giustizialista dei movimenti di opinione degli scorsi anni. Tempo addietro Ingroia avrebbe fatto bingo, oggi si batte per raggiungere il quorum nella derisione generale. Ignorare questa complessa costruzione, fingendo che “adda passà a nuttata”, è un segno di miopia.

Grillo va contrastato a trecentosessanta gradi perché della malattia della politica è il segnale più evidente, la febbre alta che rivela l’infezione. Non ne è la cura. Il leader mostra i segni della fatica e non sorprendono i ripetuti annunci, poi smentiti, di ritiro. In fondo con il voto del 24 febbraio la sua mission è stata raggiunta.

Dopo ci vorrà qualcosa d’altro, i gruppi parlamentari si chiuderanno in se stessi, se si apriranno si spaccheranno, si moltiplicheranno i casi Favia, cioè l’emergere di giovanotti ambiziosi che voglio fare i fenomeni. Non bisogna però sottovalutare il fatto che Grillo si è incistato nella società italiana. Il suo movimento raggiunge cifre alte nei sondaggi, e forse nel voto, perché ci sono stati anni e anni di lavoro.

Quando emerse Bossi si scoprì che da anni batteva le contrade del Nord ignorato e deriso. Ecco, è un errore ignorare e deridere il comico che si è fatto leader. Solo correggendo radicalmente alcuni antichi mali della politica si potrà riassorbire lo scontento che i grillini raccolgono. A condizione di non ignorare che dietro la cultura del movimento sta nascendo una nuova utopia, per tanti aspetti reazionaria, che ha paura del futuro e vuole fermare il mondo.

Il Pd, come avrebbe fatto un suo lontano progenitore, dovrebbe dedicare seminari per capire il grillismo. Ormai c’è, ha molti voti, partecipa alla vita nazionale. Niente da dire e niente da fare?  

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