3 Febbraio Feb 2013 1810 03 febbraio 2013

La sclerosi del Sud: perché il Mezzogiorno è bloccato

La sclerosi del Sud: perché il Mezzogiorno è bloccato

LA MOBILITÀ DEL LAVORO IN TEMPO DI CRISI

La crisi sta aumentando oppure riducendo i divari già profondissimi fra il Mezzogiorno e il resto del Paese? In un recente articolo (“Is there a Southern-Sclerosis? Worker Reallocation and Regional Unemployment in Italy”), suggeriamo che la crisi economica colpisce in modo proporzionale tutte le Regioni italiane e quindi contribuisce a rendere persistente il dualismo Nord-Sud. Cerchiamo dunque di spiegare le ragioni sottese al divario strutturale fra Nord e Mezzogiorno.

La crisi economica ha incrementato i movimenti degli individui fra gli stati del mercato del lavoro (occupazione, disoccupazione e inattività), la cosiddetta mobilità del lavoro. Per vedere come il fenomeno si caratterizza nelle Regioni italiane, anche alla luce della recente crisi economica, si sono utilizzati i dati sui movimenti annuali medi fra gli stati del mercato del lavoro relativamente al periodo 2004-2010. In aggiunta ne è stata studiata la relazione con il tasso di disoccupazione regionale, riportata in figura 1. Si evince che la mobilità del lavoro è maggiore nelle Regioni del Mezzogiorno, dove già più alta e radicata è la disoccupazione.

Il Mezzogiorno presenta una mobilità del lavoro più alta rispetto al Nord nel corso dell’intero periodo per il quale i dati sono disponibili. La crisi dunque contribuisce a rendere persistenti le differenze geografiche nella mobilità e quindi anche nei tassi di disoccupazione. Infatti, sia prima (media 2004-2007) che durante (2008-2010) la crisi, la mobilità del lavoro al Centro-Sud supera in media il 20%, contro circa il 10-11% del Nord. La recessione ha avuto quindi l’effetto di aumentare la mobilità in misura proporzionale in tutte le aree geografiche.

IL RUOLO DEI PROCESSI DI RISTRUTTURAZIONE

La presenza di maggiore mobilità del lavoro nelle Regioni meridionali potrebbe essere considerata una sorpresa da quanti sono abituati a pensare al fenomeno come alla semplice conseguenza di maggiore flessibilità del lavoro, vale a dire la quota di lavori temporanei di vario genere e altri fattori di tipo istituzionale, quali costi di assunzione e di licenziamento.

In realtà, la mobilità del lavoro è spiegata solo in parte dalla flessibilità. Più importante è il ruolo delle ristrutturazioni industriali che nel contesto di crisi attuale causano una forte distruzione dei posti di lavoro esistenti, generando quindi movimenti fra gli stati del mercato del lavoro. La maggiore mobilità del lavoro nel Sud potrebbe essere la conseguenza di una ristrutturazione industriale permanente nel Mezzogiorno che comporta una nascita e una morte molto veloce delle imprese. In altri termini, la maggiore mobilità del Sud potrebbe dipendere dalla sua difficoltà a far sopravvivere le imprese, soprattutto di piccola e media dimensione.

A conferma di questa intuizione, la figura qui sotto rappresenta la mappa delle Regioni italiane divise per grado di ristrutturazione industriale (la ristrutturazione industriale è misurata dall’indice di Lilien). Più è forte, più scuro è il colore con cui si denota la Regione. Si va dai valori più bassi in grigio, all’azzurro, al blu cobalto, al blu notte. Il rosso denota la ristrutturazione industriale più profonda, in Abruzzo. La mappa mostra chiaramente che nel Mezzogiorno c’è un più intenso processo di ristrutturazione industriale, più forte che nel Nord.

I motivi per cui la ristrutturazione industriale è più intensa nel Mezzogiorno sono tanti, alcuni di natura temporanea e altri di natura permanente. I primi includono una maggiore apertura al commercio internazionale da parte di nuovi concorrenti e l’introduzione di nuove tecnologie che causano l’uscita dal mercato di produzioni più tradizionali. La concorrenza dei paesi emergenti colpisce di più le imprese meno competitive e, quindi, in proporzione toccano di più il Mezzogiorno. Vi sono però fattori più di lungo periodo in grado di spiegare perché alcune Regioni presentano una particolare debolezza di fronte alle crisi economiche, causandone una minore competitività e attrattività agli investimenti dall’estero. Vale la pena ricordare: a) il basso livello di capitale umano e fisico; b) gli alti tassi di criminalità, in specie quella organizzata; c) la riduzione nei flussi migratori come meccanismo di aggiustamento; d) la dipendenza economica dalle Regioni più sviluppate. Rendendo le imprese del Sud meno competitive, questi fattori ne causano l’uscita dal mercato, con conseguente riallocazione del lavoro, un processo che richiede tanto più tempo quanto meno sviluppate sono le agenzie pubbliche e private di collocamento al lavoro e le agenzie di formazione professionale, che dovrebbero consentire ai lavoratori in uscita dai settori tradizionali di acquisire velocemente le competenze necessarie al reimpiego nei settori in espansione.

LA CONCENTRAZIONE DELL’OCCUPAZIONE NELLE IMPRESE

Un ulteriore fattore di debolezza del Mezzogiorno è la scarsa concentrazione di occupazione nelle imprese (in genere, il tasso di concentrazione industriale è misurato dall’indice di Herfindahl). Come dimostra la mappa qui sotto, la concentrazione dell’occupazione tende a essere maggiore, a livello di ripartizione geografica, nel Nord rispetto al Centro-Sud. In altri termini, al Nord vi è maggiore densità di industrie. Come suggeriva Alfred Marshall, il grande economista di Cambridge, vi sono vantaggi anche occupazionali dei distretti nelle fasi di ristrutturazione industriale poiché le competenze acquisite dai lavoratori licenziati in un settore possono essere riutilizzate in un altro settore. Così, se un settore è in crisi, ce ne sono altri che sopravvivono o emergono dal niente, assorbendo la mano d’opera espulsa dai settori colpiti. Questo è vero quando le aree industriali considerate sono sufficientemente ampie.

In conclusione, dalla nostra analisi emerge che le imprese del Mezzogiorno sono caratterizzate da un’intima debolezza dovuta a una scarsa competitività. Ciò suggerisce che oltre a politiche dal lato dell’offerta, che aiutino ad aumentare l’occupabilità dei disoccupati, occorrono politiche dal lato della domanda, che siano in grado di ridurre i fattori di debolezza delle imprese meridionali.

Dal lato dell’offerta, occorre accrescere il capitale umano dei giovani del Mezzogiorno, combattendo l’alto tasso di abbandono in ogni grado della formazione scolastica e universitaria. Occorre anche favorire politiche di intermediazione più efficaci fra domanda e offerta di lavoro, potenziando i centri pubblici e privati per l’impiego (un altro articolo di Giubileo e Pastore pubblicato da lavoce.info). Anche le politiche attive per l’impiego dovrebbero essere potenziate con maggiori risorse. L’apprendistato dovrebbe diventare la norma come contratto di inserimento, accelerando gli interventi di supporto alla loro diffusione.

Dal lato della domanda, occorre rimuovere i fattori che riducono la competitività delle imprese nel Mezzogiorno, in primo luogo la carenza di infrastrutture materiali e immateriali. Ciò dovrebbe consentire di ridurre di conseguenza la mortalità delle imprese.

*Chiara Mussida: È ricercatore presso il dipartimento di Scienze Economiche e Sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore - sede di Piacenza.
Francesco Pastore: Francesco Pastore è Professore aggregato di Economia Politica presso la Seconda Università degli studi di Napoli. È inoltre research fellow dell’Iza di Bonn e segretario dell’Associazione Italiana degli Economisti del Lavoro. Ha conseguito ilPh.D. in Economics presso la University of Sussex nel Regno Unito ed è stato consulente dell’Ilo e dell’Undp. È autore di numerosi articoli pubblicati in riviste internazionali su diversi temi di economia del lavoro, dell’istruzione e della transizione dal socialismo al mercato. Per i tipi della Giappichelli, ha appena pubblicato il volume dal titolo: Fuori dal tunnel. Le difficili transizioni dalla scuola al lavoro in Italia e nel mondo.

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