3 Febbraio Feb 2013 1005 03 febbraio 2013

Quando Armstrong insultò la figlia di Mr Confindustria

Quando Armstrong insultò la figlia di Mr Confindustria

Armstrong non può essere né compreso né tantomeno perdonato, perché quello che ha fatto non ha precedenti. Armstrong è stato livoroso e spietato. Pensate che arrivò persino a telefonare in Mapei e a ricoprire di insulti e improperi l’incolpevole Veronica, la giovane figlia di Giorgio Squinzi e Adriana Spazzoli nella lontana estate del 2003. 

In questi anni sono stati tanti i campioni che hanno sbagliato: non tutti hanno ammesso le loro colpe, ma nessuno si è comporto con tanta arroganza. Ullrich e compagnia pedalante, hanno almeno avuto il buon gusto di non farsi più vedere, o perlomeno di tacere. Il texano no. Lui voleva stravincere. Era convinto, ormai, di aver stravinto. Tutti ai suoi piedi, alcuni giornalisti anche sotto.

In un libro da me scritto con Angelo Costa e Cristiano Gatti intitolato Cubetti di Gloria sono racchiusii nove anni di ciclismo targati Mapei. A pagina 222, si trova questo brano, che spiega la posizione di Squinzi e i rapporti non propriamente idilliaci con l’allora presidente dell’Uci Hein Verbruggen, quello che oggi dice di non sapere nulla o comunque molto poco. Vi si racconta anche di quando Armstrong chiamò Veronica… Ognuno può trarne le proprie conclusioni. Noi l’abbiamo fatto già da un po’.

Uci, un conflitto insanabile.

«Le condanne per i casi di positività, in particolare quelli relativi al doping ematico, esistono e sono anche severe. E abbiamo la massima fiducia nei controlli in vigore». Settembre 2001: la secca replica del presidente dell’Uci, Hein Verbruggen, all’ennesima richiesta di Squinzi, che in una lettera aveva sollecitato sia un inasprimento delle pene che una maggiore attenzione sui sistemi per “aggirare” i controlli, rende platealmente evidente come fra il signor Mapei e chi regge le sorti del ciclismo internazionale un punto d’intesa non si troverà mai. È un tarlo che da anni lentamente lavora, seminando disillusioni, nell’animo dell’imprenditore italiano. Un tarlo che alla fine del suo lavoro provocherà uno sconquasso.

La storia di questa insanabile incomprensione ha radici lontane. Fra Squinzi e i vertici del ciclismo i rapporti cominciano ad incrinarsi già nel ’96. Più precisamente il 24 gennaio: quando per la prima volta mette piede nella sede milanese della Mapei, accompagnato dal suo vicepresidente Omini, Verbruggen si sente ripetere ufficialmente e calorosamente ciò che gli era stato accennato sin dall’anno prima. «Attenzione al doping ematico: distruggerà il ciclismo. Dobbiamo provvedere»: questo l’avvertimento di Squinzi. Il numero uno del ciclismo oppone soltanto un mezzo sorriso: «Non esageri: si ricordi che questo è lo sport col più alto numero di controlli». È solo uno dei primi atti di una denuncia che l’Uci vivrà sempre con evidente fastidio.

Da lì in poi, non mancheranno altri sintomi di questo malessere. Come nel ’99, dopo il Giro concluso con l’esclusione di Pantani in maglia rosa per i valori ematici fuori norma. Mal sopportando i rinnovati appelli di Squinzi per un ciclismo “pulito”, l’Uci tenta di ricucire lo strappo: con una lettera, inviata alla fine della corsa rosa, Verbruggen invita il patron della Mapei a un incontro, sollecitandolo a presentare “proposte concrete” per risolvere la piaga del doping. Ma ottiene l’effetto contrario, perché l’iniziativa è quanto meno bizzarra: sembra quasi che la gestione dello sport del pedale non sia nelle sue mani, ma in quelle dello sponsor milanese.

Anziché ricucirli, il tempo deteriora sempre di più i rapporti tra la Mapei e la federazione internazionale. È il 2000 l’anno in cui si registra un deciso peggioramento. La scintilla, ancora una volta, il Giro d’Italia: durante la corsa rosa, Squinzi riceve un fax nel quale Verbruggen lo accusa esplicitamente di essere il coordinatore occulto di alcuni dei principali gruppi sportivi e delle loro rivendicazioni. Ne nasce un feroce scambio di lettere, nelle quali il signor Mapei rifiuta il ruolo di “sobillatore” e accusa il presidente dell’Uci di non aver compreso come sia cambiato il ruolo degli sponsor nel ciclismo moderno. Verbruggen, ancora una volta, replica rimproverando al patron italiano di non portargli nuove idee per migliorare la situazione e gli rinfaccia la decisione di aver aderito ai controlli del Coni, non riconosciuti dalla federazione internazionale, al Giro di un anno prima. Non solo: gli rinfaccia anche un episodio vecchio di cinque anni, quando nel ’95 il manager di Rominger, Marc Biver, aveva proposto ai team più importanti, fra i quali Mapei e Mg, una Superlega per modificare alcuni aspetti del ciclismo, in primo luogo la gestione dei diritti televisivi. Un’iniziativa che l’Uci considera da sempre un vero e proprio tentativo di golpe. In un clima del genere, ci vuole poco per arrivare alla rottura completa.

Basta una frase. La pronuncia Squinzi in pieno Tour de France. Il 19 luglio, uscendo da un consiglio direttivo della Confindustria, ai giornalisti che gli chiedono come stia andando il ciclismo, il signor Mapei risponde: «Ormai è chiaro: non si può arrivare nei primi cinque nelle corse a tappe senza il doping ematico». Un colpo violentissimo, che l’Uci non gradisce. Verbruggen, a questo punto, “scomunica” Squinzi. Armstrong, leader della corsa francese, fa di più: lo chiama direttamente. Però non lo trova, perché fuori sede per lavoro: la telefonata dell’americano la riceve la figlia del patron, Veronica, che viene investita da frasi offensive («siete la rovina del ciclismo») e da insulti. «E pensare che Veronica è da sempre tifosa di Armstrong», commenterà Squinzi.

Seguiranno altre lettere. Come quella che parte all’inizio dell’aprile del 2001 dal Centro di Castellanza, proponendo l’allargamento dei controlli a sorpresa in un periodo fra i due e i tre mesi prima delle gare di Coppa del Mondo e dei grandi giri. O l’ultima di Squinzi, nell’agosto dello stesso anno, che sottolinea la necessità del ciclismo di avere “credibilità e immagine” soprattutto per chi investe miliardi. Ma la risposta che arriva da Verbruggen è sempre dello stesso tenore: «È tutto sotto controllo». Il dialogo, se mai ce ne fosse stato uno, si chiude irrimediabilmente qui.

*Tratto da Cubetti di Gloria, di Angelo Costa, Cristiano Gatti e Pier Augusto Stagi ed edito da Prima Pagina Edizioni nel maggio del 2003.
 

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