5 Febbraio Feb 2013 0013 05 febbraio 2013

Sesso, gaffe e regali elettorali: Achille Lauro, il Berlusconi di Napoli

Sesso, gaffe e regali elettorali: Achille Lauro, il Berlusconi di Napoli

Nel 1952 il professore Mario Monti aveva nove anni, e nella primavera di quell’anno Achille Lauro, per tutti ’O Comandante, venne eletto sindaco di Napoli con 117mila preferenze. Il professore ha ricordato proprio ieri, avendone letto in età da adulto, la storiella del “chilo di pasta” e del “regalo di una scarpa con la promessa dell’altra dopo il voto” che contrassegnò la campagna elettorale del Comandante. Lo ha fatto per dire che, mentre Berlusconi si compra i voti degli italiani promettendo di “regalargli” i soldi degli stessi italiani, con la restituzione dell’Imu, Lauro almeno si comprava i voti dei napoletani con i soldi suoi.

La guerra era terminata da otto anni, nel 1952. Cento bombardamenti avevano devastato Napoli e fatto 23mila morti e, nel marzo del ’44 ,s’era pure “risvegliato” disastrosamente il Vesuvio. La città era in ginocchio. Fra privazioni di ogni tipo, fiorivano gli “sciuscià”, la prostituzione, il contrabbando di sigarette, e la gente cantava “Zazà”, parole di Raffaele Cutolo e musica di Giuseppe Cioffi, “canzone cretina” nata proprio nel 1944. Aspettavano che passasse ‘a nuttata.

Achille Lauro, armatore la cui flotta di 57 navi aveva ingelosito Mussolini (“Quel Lauro sta diventando un pesce troppo grosso”), dopo la guerra rimase con sole cinque navi. Le altre erano semiaffondate nei porti italiani. Una, la “Ravello”, era colata a picco a La Spezia. Si racconta che Lauro, per il suo passato in simbiosi col regime fascista dal quale aveva avuto aiuti consistenti per realizzare la sua flotta, fu sconsigliato dal recarsi nel porto ligure perché gli operai, tutti comunisti, si sarebbero rifiutati di collaborare al recupero della nave. Lauro invece andò a La Spezia e, poiché gli operai rimasero a guardarlo “in sciopero”, si denudò per tuffarsi in mare per il recupero dello scafo. A quel punto, uno degli operai gli urlò: “Lasci stare, mi tuffo io”.

Questo era il “pittoresco uomo di mare”, come l’aveva definito il Duce. Lauro recuperò le sue navi, comprò dagli americani le “Liberty” trasformandole in piroscafi commerciali, recuperò addirittura due piccole portaerei statunitensi in disarmo e ne fece due transatlantici, la “Sidney” e la “Surriento”. Tornò ad essere un “pesce grosso”, il più forte armatore d’Europa prima che comparissero i più famosi armatori greci.

Entrò in politica nella primavera del 1952, prima sollecitato dalla Democrazia cristiana per avere un alleato a destra, poi in proprio perché, da uomo orgoglioso tornato potente, non voleva fare il “servo sciocco” di nessuno. La campagna elettorale di Lauro, per la quale pare che spendesse 500 milioni, fu la prima, clamorosa campagna “all’americana” che si registrò in Italia. Fu il leader del Partito Monarchico. Napoli nel referendum istituzionale del 3 giugno 1943 s’era schierata per la monarchia con 903.651 voti contro i 241.973 voti per la repubblica. Si alleò col Movimento sociale per una “grande destra”.

Nacque un capopopolo, sicuro, arrogante, sfacciato. Il suo slogan fu: “Un grande Napoli per una grande Napoli”. Era anche presidente della società di calcio e aveva appena comprato il centravanti svedese Hans Jeppson per 105 milioni, la prima grossa e scandalosa cifra del calciomercato. Il Napoli, che mandava a giocare nei collegi elettorali, fu uno dei suoi mezzi di propaganda.

L’avvocato Raffaele Cafiero, una delle poche persone perbene del suo variopinto entourage, gli scriveva i discorsi per i comizi che il Comandante leggeva distrattamente, fidandosi del suo carisma e della voce stentorea, incappando in memorabili gaffes. Come il giorno in cui non funzionò il microfono per un comizio in una piazza di Napoli e urlò: “Chiamate il radiologo”. E come la volta in cui arringò la folla esclamando: “Le nostre attese non si fermeranno sulla sogliola di Montecitorio”.

Fu una campagna elettorale capillare, porta a porta, soprattutto nei quartieri popolari dove i galoppini del Comandante distribuivano pacchi di pasta, di zucchero e di farina. Un “voto di scambio” alimentare. Lauro urlava al microfono: “Voglio vedere cantieri e gru in ogni angolo di Napoli”. Ai comizi l’accompagnava una nutrita claque nella quale emergeva Nanninella ’a chiattona, una popolana dalla voce squillante e dal peso rilevante, che usava “incoraggiarlo” urlando: “Comandà, si belle, tenite ’o cchiù bello pescione ’e Napule”. Un precedente modesto dei bunga-bunga. Lauro si vantò sino a settant’anni di avere tre, quattro rapporti sessuali al giorno e andava in Svizzera “a cambiarsi il sangue”.

Era vero che i “galoppini” usassero anche del denaro per comprare i voti. Consegnavano agli elettori la metà di una “mille lire”, promettendo l’altra metà in caso di vittoria del Comandante. E lo stesso facevano con le scarpe: una subito e l’altra dopo i risultati del voto.

La differenza con le “promesse” di oggi, come ha ricordato il professore Monti, è che Lauro usava soldi propri. Il “trionfo” del Comandante fu straordinario. Il giornalista Cesare Zappulli, napoletano di nascita e “inviato” del Messaggero scrisse: “Il municipio è il governo, è lo Stato, è la Provvidenza. Il popolino, cioè l’ottanta per cento di Napoli, e buona parte della borghesia sono grati al sindaco di quello che sta facendo per riassestare e rallegrare la città”. Trionfava la festa di Piedigrotta e il Napoli era una buona squadra.

Nelle amministrative del 1956, Lauro sfiorò le trecentomila preferenze. Cominciò la cementificazione di Napoli (“Le mani sulla città”) che i commissari prefettizi succeduti a Lauro portarono al massimo.

Rimase sindaco di Napoli per 2375 giorni, più di Antonio Bassolino (2362), ma meno di Maurizio Valenzi (2879). La stella del Comandante tramontò nel 1979. Aveva 92 anni. Si presentò alle politiche nelle liste di Almirante e non venne eletto. Schiantato dal crac della flotta (1981), morì l’anno dopo. Aveva 95 anni. Era del 1887.

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