12 Febbraio Feb 2013 1450 12 febbraio 2013

Cacciari: “È troppo presto per il Papa nero”

”In questo momento un nordamericano sarebbe salutare”

Benedetto XVI ha scelto l’11 febbraio per annunciare al mondo la sua rinuncia alla missione di Pontefice. Il giorno in cui viene celebrata la ricorrenza della stipula dei Patti Lateranensi e del Concordato fra Stato italiano e Santa Sede, e che da sempre rappresenta un motivo di affermazione della Chiesa-istituzione, della Curia romana, delle alte gerarchie ecclesiastiche.

Si tratta delle realtà che, secondo autorevoli analisti e osservatori dell’universo ecclesiastico, con più forza e abilità hanno ostacolato, frenato, avversato negli ultimi anni l’iniziativa promossa dal Papa in nome della pulizia e della trasparenza, sul fronte delle violenze compiute da numerosi prelati nei confronti dei minori e sul versante dei torbidi intrecci finanziari che hanno coinvolto in più occasioni la Banca vaticana. Rendere pubblica agli occhi dei fedeli una decisione di portata epocale proprio ieri potrebbe costituire un dirompente atto di verità e di rivelazione del potere enorme detenuto da chi circonda il Papa? Il riconoscimento che per proseguire fino in fondo nell’opera di dolorosa purificazione e per tentare di ricondurre la Chiesa al messaggio del Vangelo, è necessaria l’azione di una figura “forte” in grado di arginare le spinte mondane, politiche, temporali che connotano la Curia romana? Il nostro quotidiano ha rivolto questo interrogativo al filosofo Massimo Cacciari, il quale non vede nessun legame fra le “dimissioni” dal soglio pontificio e una ricorrenza centrale nella storia politica e religiosa del nostro paese, ma allarga la sua riflessione ai molteplici scenari che il gesto di Joseph Ratzinger è destinato ad aprire.

È una pura coincidenza la scelta da parte del Pontefice dell’anniversario della firma del Concordato per proclamare la sua solenne rinuncia?
Sì. Non vi è alcun nesso causale fra i due eventi, né messaggi specifici trasmessi facendo leva sul valore della giornata dell’11 febbraio. A mio giudizio il valore profondo della decisione del Papa trova le sue radici in un altro momento di passaggio nella storia della Chiesa cattolica.

Quale?
La lunga malattia e agonia di Giovanni Paolo II, che egli visse in prima persona da Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Fu allora, nei mesi di vuoto di autorità e di forza sul trono di Pietro, che all’interno dei sacri palazzi si scatenarono feroci lotte per il potere, autentiche “guerre civili” destinate a lasciare un’impronta dolorosa nell’animo di Joseph Ratzinger. Il quale forse ha voluto risparmiare a se stesso e alla Chiesa una simile mortificazione.

Dunque è la Curia vaticana l’obiettivo dell’annuncio del Vescovo di Roma, l’avversario più insidioso della sua opera di rigenerazione della Chiesa cattolica?
È possibile che Benedetto XVI abbia voluto anticipare le manovre e le iniziative orchestrate da tempo dalle alte gerarchie ecclesiastiche in vista della sua successione, “orientando” nel pieno possesso delle proprie energie mentali la riflessione e il dibattito nell’episcopato cattolico sulla designazione del futuro Pontefice: figura i cui contorni e il cui profilo il Papa può avere in mente anche oggi. Evidentemente il momento più opportuno per ispirare questa maturazione era arrivato. 

La decisione di Joseph Ratzinger rivela quindi un vero “programma pastorale” destinato a guidare l’opera del suo successore?
È prematuro parlarne ed enucleare gli obiettivi presenti nel gesto del Papa. Il suo atto epocale può significare stanchezza e delusione, e allo stesso tempo può aprire prospettive innovatrici che oggi non siamo in grado di prevedere. Gli scenari futuri sono eterogenei e più che mai nebulosi. Sarei molto prudente nell’immaginare nel medio termine un ritorno a quella purezza evangelica, all’attenzione verso lo “splendore della verità cristiana” che tanto nutre lo spirito e la mente del teologo Ratzinger. E dubito che il Pontefice pensi per il suo successore alla fuoriuscita del Papato dal suo tradizionale alveo europeo, anzi occidentale. Perché con l’elezione di un Papa non europeo l’abbandono del Vecchio Continente da parte della Chiesa cattolica sarebbe definitivo e costituirebbe uno strappo lacerante per i fedeli. Ritengo peraltro che per l’episcopato e la comunità cattolica nordamericana la designazione di un suo rappresentante sul soglio di Pietro sarebbe altamente salutare, dopo il trauma dei ripetuti scandali e ferite per gli abusi dei prelati sui minori. Così come sarebbe suggestivo lo scenario di un Pontefice proveniente dall’Africa, terra in cui ad essere in gioco sono la libertà e la vita stessa dei cristiani. 

Gli esponenti italiani della Curia romana non potrebbero giocare il ruolo di protagonisti nella fase che si è aperta?
La Curia e le gerarchie ecclesiastiche si trovano in una condizione di grave difficoltà, poiché non possono contare su una candidatura unitaria e tanto meno su figure paragonabili a Paolo VI o a Giovanni Paolo II. Le sue contraddizioni e divisioni peraltro sono così evidenti da rendere persino auspicabile un Papa italiano energico e autorevole. È una situazione drammatica per la Chiesa, senza alcun dubbio. Ma quale istituzione gode di salute oggi? 

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