12 Febbraio Feb 2013 1124 12 febbraio 2013

Quei manager di Rcs che si tagliano lo stipendio del 10%

Quei manager di Rcs che si tagliano lo stipendio del 10%

Sappiamo dal comitato di redazione del Corriere della Sera che il giornale è in edicola solo per «senso di responsabilità», vista l’eccezionalità di una notizia come l’addio di Benedetto XVI. Il gruppo Rcs naviga in bruttissime acque e ieri i dirigenti hanno prospettato ai lavoratori dolorosissimi tagli, all’incirca 800 unità e conseguente chiusura (o vendita) di una serie di testate in perdita. Non si entrerà qui nel merito di una vicenda così intricata, rimanendo comunque stupiti per la portata di un’iniziativa che intende risolvere tutti i problemi in un’unica soluzione.

Qui invece si parlerà del valore del denaro, inteso come primo e immediato riconoscimento del proprio lavoro. Infatti, nell’annunciare un piano di questa portata i dirigenti hanno pensato bene di accompagnarlo con un gesto che, almeno nelle intenzioni, doveva essere considerato come una sorta di consapevolezza comune. L’amministratore delegato, Pietro Scott Jovane, il presidente Provasoli e altri importanti dirigenti hanno fatto sapere agli organismi sindacali la diminuzione di un dieci per cento dei loro stipendi. Come dire: in questo momento difficile, non si pensi che noi si mantenga il nostro stato privilegiato, questo è il nostro modo per accorciare le distanze, questo è il nostro modo per dirvi: siamo tutti sulla stessa barca.

Ognuno, naturalmente, interpreterà il gesto secondo le sue sensibilità, ma è certamente difficile considerarlo un comune terreno di dolore, un afflato (economico) condiviso di cui sentirsi fieri, e non vederlo, piuttosto, come un’elemosina aziendale anche un po’ offensiva. Non tanto per le intenzioni primarie dei protagonisti, non è questo l’elemento psicologico in discussione, quanto proprio per il peso da assegnare al denaro che si guadagna (onestamente).

Quando un dirigente, un qualunque dirigente, quando un lavoratore, che è nella condizione di trattare il proprio stipendio, si presenta al datore di lavoro per ottenere quel che ritiene giusto, mette nel conto certamente la propria storia professionale come primo elemento di valutazione e il valore che gli altri intendono assegnarle, ma in seconda battuta, forse addirittura prima in ordine di importanza, illustrerà a se stesso la missione a cui viene chiamato, lo stato economico-sociale-organizzativo dell’azienda che andrà a dirigere, il valore umano di quell’impresa, per concludere che ciò che sta chiedendo, in termine di nudo stipendio, è davvero la somma di tutti questi fattori. Quello stipendio e quelle motivazioni saranno dunque il migliore ombrello di sensibilità rispetto a tutti i sensi di colpa possibili, colmeranno quell’angoscia che temperie aziendali porteranno a provare, porteranno a scelte magari dolorose con la serenità e la mente sgombra da qualunque sovrastruttura.

Se tutto questo è successo, e non abbiamo dubbi che i dirigenti di Rcs non l’avessero a mente come stella polare dei loro comportamenti, che significato ha rinunciare a quell’ulteriore dieci per cento sullo stipendio: significa non reggere lo sguardo dei colleghi in difficoltà, ha il sapore di un sentimentalismo peloso che va in scena proprio nel momento più difficile per molte persone meno fortunate, cerca di tamponare il proprio senso di colpa?

Attraverso il denaro, lo vogliate o no, scorre la nostra vita. Ne è il termometro di molti sentimenti, misura spesso il grado della nostra dignità. Ciò che guadagniamo e che abbiamo ritenuto fosse giusto richiedere ad altri come misura della nostra condizione sociale, non è trattabile. Anche nei momenti più drammatici, anche quando a soffrire sono gli «altri».  

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