22 Febbraio Feb 2013 0700 22 febbraio 2013

Ha ancora senso parlare di “parti sociali"?

La crisi del lavoro e il mestiere della rappresentanza

Come si presentano le parti sociali alle elezioni? Ha senso parlare di contrattazione collettiva quando è aumentato a dismisura il tasso di eterogeneità delle aziende? Perché Confindustria non circoscrive il suo ruolo politico dando più deleghe al territorio? Abbiamo chiesto a Giuseppe Berta, docente di Storia contemporanea alla Bocconi di Milano, a Tito Boeri, economista del Lavoro presso il medesimo ateneo e a Giuseppe Roma, direttore del Censis di interpretare i dati che emergono dall’infografica per capire su quali leve si dovranno concentrare le parti sociali per non perdere terreno rispetto all’evoluzione delle imprese e del mondo del lavoro, accelerata dalla crisi e dalla dimensione globale degli scambi commerciali.

Giuseppe Berta - Storico dell’economia all’Università Bocconi di Milano

Perché Confcommercio perde iscritti? È solo colpa della crisi?
C’è un ricambio intenso delle attività commerciali, alcune durano soltanto qualche mese e quindi c’è una scomposizione del vecchio tessuto dei negozi. Il dato di Confocmmercio non mi sorprende, i commercianti sono una categoria che in certi casi paga in pieno la caduta dei consumi e ne paga le conseguenze. 

Confindustria mette in comune tutti, imprese pubbliche e private, aziende energivore e produttori di energia, etc. Qual è il comun denominatore? Il solo fatto di pagare una quota associativa?
C’è un gigantismo inerte. La presidenza Squinzi ha dato un tono minimalista a Confindustria, siamo passati dai toni urlati dell’ultima fase della Marcegaglia al minimalismo di Squinzi, spesso dovremmo segnare sotto confindustria la frase “non pervenuta”, Sembra che abbia gettato la spugna rinunciando a intervenire nelle grandi questioni. Aver messo dentro grandi carrozzoni pubblici che risultano condizionanti per gli equilibri fa sì che sia estremamente difficile esprimersi su questioni cruciali. Squinzi è un ecellente imprenditore e mi aspettavo portasse più innovazione a viale dell’Astronomia. 

Quanto incide il numero dei pensionati sul tasso di riformismo sindacale?
Detto che l’anima dinamica del sindacato è sempre stata l’industria e non il pubblico impiego, nel mondo i sindacati stanno andando verso un declino strutturale un po’ dappertutto, tranne in Germania, dove hanno una forte presenza istituzionale. Da noi i sindacati sono divisi, concorrenziali e conflittuali da sempre. I pensionati non possono essere una categoria che ha un rilievo strategico. Obiettivamente i sindacati erano tenuti in piedi da strutture come la concertazione, adesso si sta vedendo che da un lato sono staccati dall’alto e dall’altro sono consumati dal basso, e dunque hanno meno peso. Nel mondo c’è il contratto di General Motors, e di Volkswagen, mica dei metalmeccanici. Quando ci fu la crisi di tangentopoli le rappresentanze svolsero un ruolo di supplenza dei partiti, ma oggi la politica non dà loro sponda. Confindustria ha fatto un documento che non ha suscitato grandi riscontri, così come il piano per il lavoro della Cgil. Nessuno dei due è entrato nel dibattito politico ed elettorale. 

Come arriva, in generale, la rappresentanza (associazioni degli imprenditori e sindacati) all'appuntamento del voto?
La crisi erode la base delle associazioni, ma d’altro canto veniamo da anni di politica mediatica che riduce lo spazio per tutti gli organismi intermedi, per cui è chiaro che l’efficacia della rappresentanza d’interessi è largamente depotenziata, sia per ragioni materiali – la crisi economica – che per ragioni che riguardano il modo con cui si struttura il discorso politico in Italia che si concentra su temi generici come l’Imu e il fisco senza proporre uno spazio d’intervento in cui gli interessi organizzati possano non solo farsi sentire, ma anche intervenire attivamente. 

Tito Boeri - economista del Lavoro all’Università Bocconi di Milano

Perché Confcommercio perde iscritti? È solo colpa della crisi?
Sicuramente c’è il contraccolpo della crisi, ma se guardiamo i dati la diminuzione è costante ed è un trend molto forte prima della crisi, è dal ’96 che scende il numero degli iscritti. Credo che ci siano state delle leadership discusse ed episodi non incoraggianti come Billè, coinvolto in casi di corruzione. 

Confindustria mette in comune tutti, imprese pubbliche e private, aziende energivore e produttori di energia, etc. Qual è il comun denominatore? Il solo fatto di pagare una quota associativa?
Confindustria ha ampliato la gamma delle imprese come Eni ed Enel, che non facevano parte di Confindustria in passato. Ciò non si vede dall’aumento degli iscritti ma delle entrate. Per loro trovare una coaesione è difficile, ci sono interessi contrapposti allo stesso tavolo. A mio giudizio c’è una resistenza a decentrare la contrattazione, credo che da Confindustria resisteranno a tutti gli sviluppi che possono farle perdere un rilievo nazionale. Dall’altro lato Confindustria deve essere consapevole del fatto che una delle scelte che valorizzi unicamente il suo ruolo politico come soggetto che rappresenta le grandi imprese potrebbe metterla in difficoltà con le Pmi. Squinzi ha dato qualche apertura sul fatto di tagliare le tasse e tagliare i sussidi che riceve, effettuando una spending reveiw sui trasferimenti alle imprese,  ma il nodo centrale è vedere quanto spingerà sul decentramento della contrattazione, è quello il vero test. 

Quanto incide il numero dei pensionati sul tasso di riformismo sindacale?
I pensionati sono una componente davvero molto importante, che porta i sindacati a vivere al loro interno un conflitto intergenerazionale, poiché da una parte devono sostenere la salvaguardia di regimi pensionistici favorevoli e dall’altra impongono ai lavoratori più giovani di pagare delle tasse più alte sul lavoro, peggiorando le loro prospettive occupazionali. Finora nessun sindacato è riuscito a gestire bene il conflitto, tanto che i tentativi di organizzare i precari non hanno mai portato a grandi numeri a livello di iscritti. In termini di riformismo qualche passo in avanti è stato fatto, ad esempio mi sono sempre chiesto perché il ministro Fornero non abbia recepito l’accordo del giugno 2011 poi trasformato nel settembre 2011 (sulla rappresentanza e sul decentramento, ndr). Di fatto quell’accordo già introduceva ddelle possibilità di decentramento in Italia.

Come arriva, in generale, la rappresentanza (associazioni degli imprenditori e sindacati) all'appuntamento del voto?
Il problema è l’eterogeneità delle situazioni, con le imprese rivolte all’export che vanno bene e quelle orientate al mercato interno in difficoltà, il problema è che ci sono tante piccole imprese dove il sindacato non è presente e dove gli stessi datori di lavoro hanno paura ad abbandonare il contratto nazionale per timore di contenziosi e vertenze. Se invece si decentra la contrattazione con una differenziazione salariale non fissa, ma con delle grandezze che variano da impresa a impresa, i salari rispecchieranno maggiormente la produttività reale delle imprese. 

Giuseppe Roma - Direttore generale del Censis

Confartigianato perde 100mila iscritti: è colpa della crisi?
Dai vostri dati la perdita nell'ultimo decennio mi pare riguardi meno del 10%
poco più di 29mila imprese artigiane, e credo che quelle imprese non esistano proprio più, falcidiate non solo dalla crisi di mercato ma dalle grandi anomalie italiane e cioè i crediti non pagati dalla pubblica amministrazione, la mancanza di credito e gli elevati costi della burocrazia e della fiscalità

Perché Confcommercio perde iscritti?
Credo che sia da attribuire a una diversa presenza settoriale a causa dell’uscita di alcune categorie. La riduzione del mercato interno e dei consumi ha avuto un impatto fortissimo con la chiusura di decine di migliaia di negozi, le prospettive a breve non sembrano volgere a un miglioramento. Pertanto una delle voci dei bilanci che vengono tagliate dai commercianti riguarda le quote associative. Per molte imprese siamo di fronte a una questione di sopravvivenza. 

Chi sono i nuovi iscritti a Confindustria?
Settori nuovi che eccedono la stretta base associativa manifatturiera tradizionale. Basti pensare alle nuove tecnologie, al terziario avanzato. E i comparti legati alla comunicazione. 

Confindustria mette in comune tutti, imprese pubbliche e private, aziende energivore e produttori di energia, etc. Qual è il comun denominatore? Il solo fatto di pagare una quota associativa?
È che il modello di organizzazione delle imprese è sempre più industriale. Siamo arrivati a definire anche l'industria della cultura.Poi certamente il sistema confindusriale resta attrattivo perchè conta molto in Italia. Ha una rappresentanza imprenditoriale forte, si pensi solo alla proprietà di un quotiano come Il Sole 24ore. Ma è forte perché conta le imprese più grandi del paese. D’altronde, quando fu abolito il vecchio sistema delle partecipazioni statali, tipico della prima repubblica, il suo organismo di rappresentanza intersii/id confluì in Confindustria. Quello che è abbastanza strano oggi è che non ci sia la Fiat ma ci siano le Ferrovie dello stato. 

Il numero di pensionati sul totale degli iscritti ai sindacati è consistente in tutte le sigle: quanto incide il numero dei pensionati sul tasso di riformismo sindacale?

I pensionati hanno problemi specifici anche se non sono attivi. Certo i loro interessi sono più di protezione che di innovazione e costituiscono una base contributiva molto forte. Ma i sindacati sono macchine articolate, credo che la logica della loro attività sia più legata alle categorie che a una linea di carattere generale. Non penso però che i problemi generazionali che esistono nel nostro paese vengono colti meglio dalle forze sindacali piuttosto che politiche. Entrambi non hanno preso piena coscienza delle problematiche generazionali oggi in Italia.

Come arriva, in generale, la rappresentanza all'appuntamento del voto?
Credo che il sistema di rappresentanza sia delle imprese che sindacale sia più solido dei partiti, tant’è vero che non spuntano come funghi come i partiti. In questa campagna elettorale i momenti più significativi – al di là della televisione – sono stati i rapporti diretti delle associazioni con le categorie. Penso ai leader che hanno incontrato i costruttori, o al professional day degli ordini professionali.  

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