1 Marzo Mar 2013 0700 01 marzo 2013

La Grecia rischia la crisi umanitaria in tempo di pace

Morire d’austerity

Non sentivo C. da qualche anno. Donna greca di grande temperamento e intelligenza, ebbi la fortuna di incontrala nel 2006, perché coordinatrice di un progetto europeo nel quale era coinvolto l’ente da me a quel tempo guidato. L’ho ritrovata su facebook, grazie alla segnalazione di un amico comune, ma con uno pseudonimo. Mi ha spiegato poi che tenere il suo vero nome, postando articoli, documenti, materiali di denuncia sulla situazione del suo Paese era diventato pericoloso: poteva rischiare di perdere il posto di lavoro, di cui, a questo punto, per ovvie ragioni, non rivelerò la natura. Che dire? Anche questo è Grecia, oggi. Come i casi di pestaggio e di tortura a opera di agenti delle forze dell’ordine, che vedrebbero come vittime predestinate, da quello che viene documentato sulla rete, attivisti politici, ladruncoli per necessità, minorenni.

È stato d’eccezione, in Grecia, diciamolo chiaramente. Forse anche per questo la protezione dei palazzi del potere sarebbe stata affidata a forze di sicurezza private, di provenienza statunitense. Le stesse forze che hanno molto fatto parlare di sé in Iraq? Così si vocifera. Se così fosse, sarebbe il segno che la situazione laggiù è diventata davvero esplosiva. Mi sono occupato più volte negli ultimi mesi di crisi in generale e della drammatica situazione che vive il popolo greco, ma non ero edotto di tutto, di tutto quello che realmente sta accadendo a due passi da noi, nel cuore dell’Europa. Grazie a C., alla documentazione e alle istantanee di vita quotidiana che mi ha fornito, ho approfondito la conoscenza: nel silenzio di gran parte dei media del nostro Paese e, immagino, di altri Paesi europei, in Grecia si sta consumando una vera e propria tragedia sociale. Parlare di “crisi” ormai è riduttivo.

Quella greca, infatti, non è più crisi finanziaria, del debito, ma crisi umanitaria, di cui è quanto mai necessario parlare: tutti devono sapere cos’hanno comportato la sublimazione della logica del rigore e la primazia dell’economia di carta sulla vita sociale ed economica. Una giornalista del Guardian, uno dei pochi giornali europei ad occuparsi seriamente della situazione ellenica, ha scritto recentemente: «Nelle società europee si presume che le crisi umanitarie possano avvenire solo in seguito a calamità naturali, epidemie, guerre o conflitti sociali. Perciò pensiamo che una simile crisi non possa verificarsi in un Paese europeo e men che meno in uno che fa parte dell’ Unione». 

Dal punto di vista finanziario la cura da cavallo imposta dalla Troika, fatta di tagli alla spesa sociale e di tassazione subdola ed esasperata, ha avuto i suoi effetti “positivi”, c’è chi parla addirittura di “successo”: il deficit di bilancio, ad esempio, dal 15,6 % del Pil del 2009 sarebbe sceso al 7% nel 2012, con la previsione, per lo stesso esercizio, anche di un avanzo primario (Saldo positivo tra entrate ed uscite dello Stato al netto degli interessi sul debito). Bene anche la borsa, che nel 2012 ha registrato la performance migliore nel quadro dei mercati finanziari dell’Europa occidentale, con un salto in avanti del 33%. 

Il contraltare di queste politiche di “risanamento” si chiama però “grande depressione”, una crisi economica di proporzioni epocali. Diamo un’occhiata a qualche dato aggregato. Dal 2009 il Pil è sceso da 211 a 171 miliardi di Euro, con un calo complessivo del 19%. In termini numerici il dato è peggiore di quello registrato in Argentina dopo il default del 2001 e più o meno equivalente a quello degli Stati Uniti e della Germania durante il periodo della Grande Depressione, negli anni Trenta. I consumi, rispetto al 2005, sono scesi del 25% (15% per prodotti alimentari), mentre la disoccupazione ha toccato la cifra record del 27% (Nell’area Euro è dell’11%), con quella giovanile che ha superato il 60%. Le piccole e medie imprese che hanno chiuso nel 2011 sono state più di 60 mila e si prevede che lo stesso saldo si avrà per il 2012. Soltanto negli ultimi 12 mesi hanno perso il lavoro più di 320 mila persone (Ricordiamoci che la popolazione greca è di soli 11 milioni di abitanti).

Sul versante dei salari e degli stipendi la “cura” ha determinato riduzioni nell’ordine del 30-40% (oggi lo stipendio medio è all’incirca di 500 Euro al mese), mentre le pensioni sono state tagliate di oltre il 20%.  E potremmo continuare.

La stessa Unione europea non ha dubbi sul fatto che la Grecia sia già un paese in condizioni di povertà molto grave. Per essere più precisi, la Ue aveva già parlato nel 2010, a proposito di questo Paese, di condizioni di “deprivazione materiale estrema” per più dell’11% della popolazione (per l’Italia il dato era del 6,9%) . Un dato che oggi fa il paio con quello che fissa intorno al 40% della popolazione, circa 4 milioni di persone, il numero di coloro che hanno già varcato la soglia della povertà. Cosa si intende per povertà? È la stessa Ue che ce lo spiega: dieta alimentare scarsa, priva di cibi ad alto valore nutriente, come la carne e il pesce, assenza o riduzione ai minimi termini di riscaldamento domestico e di elettricità, impossibilità di far fronte alle spese di emergenza, comprese quelle per la salute, di pagare l’affitto e le bollette per i servizi essenziali. In questo scenario desolante va inserito poi il dramma dei senzatetto, delle persone senza fissa dimora, che secondo le ultime stime sarebbero ormai più di 40 mila, lo 0,4% della popolazione totale.

È la fame, per tantissimi cittadini greci; inutile girarci intorno. Lo testimoniano: i frequenti svenimenti per malnutrizione di bambini a scuola, la dimensione che ha assunto ormai la distribuzione di pasti caldi da parte delle Ong, il numero sempre crescente di mense per i poveri nei principali centri del Paese. Solo la Chiesa ortodossa dichiara di distribuire ormai più di 250 mila razioni giornaliere. In questo clima può succedere anche  di andare in un supermercato e di trovarsi attaccato a uno scaffale, accanto ai cibi esposti, il cartello con la scritta “scaduto”.

Un indicatore speciale per la classificazione di una situazione di crisi come “crisi umanitaria” è senz’altro quello che si riferisce all’accessibilità alle cure sanitarie di base, alle visite mediche, ai ricoveri ospedalieri ed ai farmaci. Su questo versante la Grecia è regredita di oltre trent’anni, forse anche più. La percentuale di coloro che si rivolgono alle strutture gestite dalle Ong ha raggiunto nei grossi centri la percentuale record del 60%. Un tempo a questo tipo di strutture si rivolgevano soltanto gli immigrati ed un’infima percentuale di greci.

Intanto si fa sempre più evidente il legame tra la crisi economica e la salute di alcuni gruppi sociali, col ritorno, su scala più ampia, di patologie tipiche delle società sottosviluppate: malattie sessualmente trasmissibili come la sifilide, condilomi e infezioni della pelle,  epatiti e HIV. Poi ci sono, come abbiamo visto, gli effetti diretti della malnutrizione, particolarmente evidenti nei bambini. Nikitas Kanakis, presidente di Médecins du Monde Grecia, ha recentemente dichiarato che su 40 bambini trattati dal pediatra della struttura di Atene nel corso delle ultime due settimane, 23 presentavano segni evidenti di malnutrizione. 

Ecco poi che aumenta la prostituzione, anche negli ambienti sociali che fino a qualche anno addietro non soffrivano di particolari problemi economici. Cresce il numero di coloro che non si fanno scrupolo di girare una parte sul set di un film porno, per mille euro o poco più. Tanti si arrendono, non ce la fanno a sopportare il peso del disagio. La Grecia, fino a qualche anno fa era il Paese con la più bassa percentuale di suicidi del mondo occidentale. Negli ultimi due anni si è avuto un incremento del 40%, 3 persone ogni 2 giorni. 

Certo, c’è chi resiste. Alcuni contadini, fuori dal Ministero dell’Agricoltura, ad Atene, improvvasino una distribuzione gratuita di frutta e verdura, contravvenendo alla follia di mandare al macero le produzioni. E così pensionati, cittadini comuni, disoccupati, centinaia di persone, forse migliaia, s’accalcano per mendicare un sacchetto di arance. In mezzo a tutto ciò può succedere pure che in una fabbrica abbandonata dal datore di lavoro i lavoratori decidano di assumerne loro il controllo. È accaduto alla Vio.Me., industria mineraria di Salonicco, dove gli operai, con un comunicato pubblicato l’8 febbraio scorso, hanno annunciato l’avvio dell’autogestione della produzione. Quello della Vio.Me. non è comunque l’unico caso di autogestione nella Grecia di questi giorni. Nella Sanità, nella distribuzione, nelle campagne, sono ormai tante le esperienze di questo tipo, che mettono in luce il lato combattivo, reattivo, del popolo greco.

Ma quello che il governo greco sta facendo, su ordine della Troika, è contro la Costituzione del Paese e la stessa legislazione europea: a seguito di un’interrogazione di un europarlamentare di Syriza, Nikos Houndìs, del 14 febbraio scorso, la stessa Commissione europea ha dovuto riconoscerlo, dichiarando che il governo ellenico “deve garantire la conformità delle leggi approvate alla Costituzione greca”. D’altronde, sull’incostituzionalità dei provvedimenti adottati dal governo Samaras si è pronunciato ripetutamente il Tribunale Superiore (la Corte costituzionale greca). Molte leggi sono state riconosciute in violazione dei principi e dei doveri costituzionali in tema di rispetto e protezione della persona, di equità e di proporzionalità della tassazione, di tutela e valorizzazione del lavoro. E così la crisi greca non è più solo crisi sociale con gravi problemi umanitari, ma anche crisi della democrazia.

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