6 Marzo Mar 2013 2032 06 marzo 2013

Chavismo senza Chávez, il nuovo volto del Venezuela

Il futuro del Venezuela senza il Comandante

L’ipotesi non apparteneva ai suoi avversari, ma a lui stesso: un chavismo senza Chávez.
Per l’inventore della rivolución bolivariana le complicazioni cliniche erano serie, tanto da pretendere, dall’alto della sua autorità, di lasciar tutto cucito, ben cucito. Con un grosso nodo in fondo. Per il momento addosso al vicepresidente Nicolás Maduro che dovrà portare il Paese a nuove elezioni in 30 giorni. E i cittadini del Venezuela avranno il compito di decidere sul futuro del chavismo. E senza Chávez. Perché l’antichavismo, per vincere davvero, dovrà prima convincere. Ma a Caracas non sembra si siano ancora tirate le somme dell’ultima sconfitta elettorale.

La morte di Chávez certamente non riporterà l’influenza statunitense in America Latina. Alcuni anni fa, a Madrid, il Comandante dichiarava: «Io non sono la causa, sono la conseguenza». La conseguenza naturale di una profonda crisi interna, quella dei partiti tradizionali – il socialdemocratico Acción Democrática e il democristiano Copei - e di una grande lotta esterna al capitalismo de «los putos yankee».

L’impatto però, almeno secondo le prime analisi, in Sud America ci sarà. Soprattutto per il futuro dell’Alba (l’Alleanza bolivariana dei popoli latinoamericani), dell’Unasur (l’Unione delle nazioni sudamericane) e delle relazioni con l’Iran, la Cina, la Russia che in qualche modo costituiscono un’opposizione alla politica di Washington. Chávez poi rappresentava anche una forza di contrasto alla leadership dei presidenti brasiliani. Solo Lula riuscì a oscurare la sua stella. Adesso è difficile immaginare Dilma Rousseff o Cristina Fernández consultare Maduro. D’altronde la scomparsa di Chávez non avrà certo le stesse ripercussioni sul Brasile e l’Argentina. Meno dipendenti politicamente ed economicamente da Caracas.

Che ne sarà dunque del cosiddetto socialismo del XXI secolo? Una prima scossa, diretta e immediata, arriva a Cuba. L’Avana, grazie ai soldi del Venezuela e alla lunga amicizia tra il Comandante e Fidel Castro, è riuscita, nonostante l’embargo Usa, a tenere stabile la sua economia. Adesso, senza Chávez, si apre un periodo d’incertezza. Cuba ha ricevuto ogni giorno 100mila barili di petrolio venezuelano e a sua volta circa 45mila cittadini, la maggior parte legato al settore sanitario, lavorano a piani sociali medici e sportivi, grazie al sostegno di Caracas. Negli ultimi dodici anni il governo di Hugo Chávez è diventato il principale socio dell’isola, tant’è che il volume degli scambi commerciali col Venezuela rappresentano il 40 per cento del totale registrato all’Avana. 

Non è stata però solo un’alleanza economica. Chávez, con la sua rivoluzione bolivariana, era diventato l’alunno perfetto di Castro: quando, nel 2000, i due Paesi firmarono l’accordo, il leader cubano parlò di «ruolo straordinario» del Venezuela «nella lotta per l’unità latinoamericana».

Adesso il nucleo duro del socialismo del XXI secolo perde il suo líder máximo. Rafael Correa, presidente dell’Ecuador, è pronto a prendere il comando, ma guarda già malvolentieri il suo collega del Nicaragua Daniel Ortega. E lo sostituisce al vertice con l’argentina Cristina Fernández. 

Così l’addio a Chávez comincia con devozione rivoluzionaria e una prima scissione. L’attento economista di Quito ha il compito di dare coerenza al gruppo dell’Unasur, riprendere in mano, in tono discreto e rispettoso, i rapporti col Brasile e l’Urugay, incontrarsi nuovamente con il presidente del Nicaragua, inglobare i politici rimasti a palazzo Miraflores e cercare il supporto del boliviano Evo Morales per portare avanti il vecchio progetto anti-imperialista. Ma né Ortega né Correa né Morales, troppo distanti e troppo poveri, hanno la capacità di mantenere accesa la fiamma rivoluzionaria anticapitalista, senza il carisma di Chávez e soprattutto il carburante essenziale del petrolio. 

La scomparsa del Comandante apre insomma una nuova era in America Latina, dove si dovrà tenere conto anche di un altro giocatore, il Messico, il cui governo attuale è consapevole della sua importanza diplomatica e della sua capacità di smorzare le difficoltà e conciliare punti di vista opposti. Difficile anche capire cosa succederà al processo di pace in Colombia con le Farc, dove, dopo contrasti e ravvicinamenti, Chávez giocava un ruolo fondamentale. Molti insomma sono preoccupati, molti scettici sui possibili nuovi leader, e tutti pronti a evitare sorprese sgradevoli. 

Nicolás Maduro si affaccia dal balcone di Miraflores col nervosismo del novello Comandante. Chávez infatti non è più al suo lato per suggerirgli il destino dei venezuelani e del popolo latinoamericano. Nessuno sa ancora come il governo gestirà le ripercussioni politiche. Ma forse il chavismo prima o poi sarà costretto a prendere delle decisioni più difficili e impopolari fin dalla sua ascesa.

Dall’altra parte gli Stati Uniti aspettano e tirano un sospiro di sollievo: Barack Obama in fondo spera adesso «in una relazione costruttiva». Quella che, sotto la stella chavista, non è mai nata.

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