6 Marzo Mar 2013 1500 06 marzo 2013

Jacopo Pierazzuoli: “Difficile fare jazz in Italia”

Il jazz sperimentale si fa strada anche in Italia

Al Blue Note, storico locale jazz di Milano, Jacopo Pierazzuoli & The Kings of Fire hanno presentato il loro nuovo album “Almost Jazz”. Il quartetto - composto da Jacopo alla batteria, Achille Succi al sax, Silvia Bolognesi al contrabbasso e voce di Carlotta Limonta - ha suonato per più di un’ora, suscitando l’interesse e l’apprezzamento del pubblico. Rispetto al jazz “tradizionale”, la musica del gruppo ha un impatto più forte, a tratti violento. Le contaminazioni rock ed elettroniche, anche se innestate su un impianto classico, creano ritmi ossessivi, salti e sbalzi che sciolgono le sensazioni di angoscia nei virtuosismi più spensierati.

Jacopo – 28 anni, compositore e direttore del gruppo - non è il classico batterista jazz che, nell’immaginario collettivo, usa dolcemente le spazzole su piatti e tamburi per accompagnare qualche melodia quasi sussurrata. Picchia duro, si lancia in assoli complicati e di effetto e ogni tanto sembra quasi lasciare agli altri strumenti il compito di tenere il ritmo mentre lui è libero di scatenarsi. La voce – esclusivamente scat – insegue il saxofono, per sovrapporsi solo a momenti e poi ripartire in direzione opposta. In sottofondo martellano i pizzicati del contrabbasso di Silvia Bolognesi, che si prende la scena ogni tanto sostituendo alle dita l’archetto, sempre in quell’ottica sperimentale che è il tratto distintivo del gruppo. Al termine dell’esecuzione dei sette brani dell’album gli applausi non vengono risparmiati e Jacopo coi suoi Kings of Fire concedono anche qualche bis.

«La serata è stata bellissima», racconta Jacopo al termine dell’esecuzione. «C’era tanta gente, più di quanta aspettassimo e siamo già riusciti a vendere un buon numero di dischi. Ovvio poi che in Italia la situazione è molto diversa rispetto a tanti altri Paesi». Il paragone con l’estero viene immediato, vista anche la lunga esperienza internazionale che il leader del gruppo ha alle spalle. Poco più che ragazzino inizia a girare nel 2004 in Germania, dove torna con diverse band anche negli anni successivi nell’ambito di tour europei. Attraversa Belgio, Olanda, Francia, arriva in Inghilterra e, nel 2010, addirittura fino in Russia – dove suona alla Moscow Arena – e in Ucraina.

«Suonare all’estero ti fa capire quanta diversità ci sia con l’Italia. Incontri ragazzi tuoi coetanei che hanno già un’etichetta che li manda in giro per il mondo, da noi è molto più difficile», afferma Jacopo. “Almost Jazz” è stato prodotto dall’etichetta Dodicilune, ma arrivare a questo punto non è stato certo facile. «Il panorama qui in Italia è molto peggiorato negli ultimi quindici anni. Molte etichette sono scomparse, tanti locali non vogliono musica dal vivo o, al massimo, vogliono cover band. All’estero è il contrario: in Inghilterra alcuni locali addirittura espongono cartelli “no cover band”, perché la gente vuol sentire cose nuove».

Adesso, finalmente, la strada per Jacopo e il suo gruppo (e non solo) sembra meno in salita che in passato. «Ci sono dei segnali di miglioramento a livello generale. Un bel po’ di gente inizia ad essere stufa di quel che passano le Tv e le radio mainstream. Si sta creando una domanda di musica innovativa e originale. Speriamo che questa tendenza si affermi e si espanda». Ma tanto per non rimanere legati ai destini (in questo caso musicali) del Belpaese, l’amore per i tour all’estero certo non viene meno. «Con un'altra formazione, i Morkobot, ho in programma un giro questa estate attraverso Francia, Belgio, Germania e Polonia. Poi – conclude Jacopo - andrò 3 mesi a suonare a New York». Sperando che al suo ritorno l’Italia abbia fatto qualche altro piccolo progresso nel saper valorizzare le proprie eccellenze.

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