7 Marzo Mar 2013 1250 07 marzo 2013

Che strada prenderà il Sudamerica orfano di Chávez?

Un continente al bivio

Grande è la confusione sotto il cielo, perfino quello suggestivo di Caracas. La notizia della morte di Hugo Chávez è ancora troppo calda perché si possa ipotizzare uno scenario a breve termine, ma la scomparsa del leader venezuelano ha destabilizzato il Paese in un momento di difficoltà economica che rischia di radicalizzare – con esiti imprevedibili – le posizioni di chavisti e oppositori. Fra un mese si tornerà alle elezioni e i venezuelani decideranno se sostenere la via bolivariana del presidente scomparso o quella riformista del capo dell’opposizione, Henrique Capriles Radonski, considerato dai chavisti più radicali un caposaldo della destra benché il suo programma sia in realtà moderato.

L’America Latina è in lutto, dichiara prevedibilmente la stampa internazionale, e non si tratta di una frase di circostanza. Nel bene e nel male, l’ex colonnello salito al potere nel 1999 e rieletto per ben quattro volte è stato forse il personaggio più visibile nella scena di Centro e Sudamerica dell’ultimo decennio (soltanto Lula è riuscito a fargli ombra), l’apripista di quel processo di emancipazione che ha affrancato, in varie tappe, l’America Latina dal ruolo di cortiletto di casa degli Stati Uniti in cui era stato relegato fino a non troppi anni fa.

Portavoce della cordata più radicale della regione, Chávez era l’interlocutore che parlava da pari a pari (di solito insultandoli) con gli Usa – forte della ricchezza petrolifera e della convinzione di essere alla guida di un progetto bolivariano per un’America Latina unita – amato da una gran parte dei latinoamericani e detestato da tutti gli altri. Considerato un deterrente rispetto a più o meno realistiche pretese egemoniche, è stato un generoso sodale con i Paesi amici come Cuba, a cui ha elargito parte del suo petrolio in cambio dei servizi di migliaia di medici.

L’endorsement di Chávez a un candidato veniva considerato un attestato di garanzia di socialismo duro e puro, anche se a volte ha funzionato come bacio della morte, allontanando gli elettori moderati. Certo, se l’attentato alle Torri Gemelle non avesse spostato l’interesse dei nordamericani sul terrorismo islamico, facendo precipitare l’America Latina nella scala delle priorità, Chávez avrebbe avuto gioco un po’ meno facile, ma il suo compito di “dente urlante di Lula-Kirchner-Chávez” ha svolto una salutare funzione da sentinella, sia pure con tutti gli eccessi e la demagogia del caso e un irritante culto della personalità. Cosa succederà, in America Latina, ora che è morto? Secondo la maggior parte degli analisti, gli equilibri del continente non dovrebbero soffrirne eccessivamente, comunque vadano le elezioni. Il delfino Nicolás Maduro (un uomo noiosissimo che guiderà il Paese ad interim fino alle nuove elezioni) non ha il carisma né l’intelligenza del presidente e per il momento cerca di capitalizzare il lutto a suo favore, per esempio accusando improbabili nemici esterni di avere inoculato il cancro a Chávez.

In caso di vittoria, Maduro continuerebbe sulla linea del suo predecessore, ma è difficile immaginarlo a gestire una situazione ormai arroventata in un Paese che registra il più alto tasso d’inflazione dell’America Latina, in cui scarseggiano i prodotti alimentari e la produzione interna è ai minimi storici, mentre il debito continua a salire e il tasso di omicidi è di sessanta al giorno. Tra le conseguenze più immediate della vittoria di Capriles ci sarebbe l’indebolimento dell’Alba, l'Alleanza bolivariana per le Americhe, progetto di cooperazione politica ed economica promossa dal Venezuela e da Cuba in alternativa all’Alca voluta dagli Usa e, con quella, la fine della costruzione parallela di due "comunità" (una limitata agli stati più socialisti e l’altra in genere all’America Latina).

«Vorrebbe dire più “solitudine” politica per Evo Morales e per Correa, ma era già nel conto», spiega un analista di Caracas. «E d’altro canto il Venezuela è entrato, nel frattempo, nel Mersocur e lavora per l’Unasur». Benché Capriles non si sia sbilanciato sulla questione della restituzione delle centinaia di imprese espropriate, è molto improbabile che si torni a privatizzare il petrolio. «Molte aziende proveranno per vie legali ad avere indietro qualcosa», spiega Alfredo Somoza, politologo e direttore della rivista Dialoghi, «ma la mia idea è che non otterrano niente a meno che il nuovo presidente non voglia premiare i propri finanziatori».

Il candidato dell’opposizione ha addirittura garantito che manterrebbe il welfare di Chávez, ma è praticamente escluso che, per esempio, prosegua con gli aiuti petroliferi a Cuba (centomila barili al giorno, in cambio dell’assistenza di migliaia di medici e personale sanitario). Perso il petrolio, non resterebbe all’isola che accelerare sul processo di aperture economiche intrapreso, per iniziativa di Raúl Castro, nell’autunno del 2010. Anche per l’eterna amica-nemica Colombia, i cui rapporti con Chávez sono migliorati da quando è al governo Juan Manuel Santos, più progressista del suo predecessore Álvaro Uribe e primo capo di Stato ad avere intrapreso un serio dialogo di pace con le Farc, la scomparsa di Chávez è un problema. Il presidente venezuelano, che godeva della fiducia della guerriglia, aveva facilitato la prima tranche del processo e sarebbe stato un importante “agevolatore” nella fase finale dei dialoghi, quella più ostica e in cui gli accordi saranno più stringenti.

In cambio, è invece con Capriles che la politica estera del Venezuela potrebbe segnare con gli Stati Uniti un cambio decisivo, arrivando al disgelo. Una possibilità che non piace affatto a Maduro, il quale ha appena rimandato negli Stati Uniti due addetti militari all’ambasciata che avrebbero, sostiene, cercato di destabilizzare il Venezuela. Ma con il solito fair play, Barack Obama ha respimto l’accusa, espresso solidarietà alla famiglia del Presidente morto e ai suoi sostenitori e ha dichiarato di essere «pronto al dialogo». «Gli Stati Uniti ribadiscono il loro interesse per la creazione di rapporti costruttivi», ha detto. Da un punto di vista strettamente politico, la perdita di Chávez sembra comunque meno destabilizzante di come sarebbe stata un tempo.

L’America Latina è ben diversa da quella di vent’anni fa e non ha bisogno, oggi, di portavoce che facciano la voce grossa per il Subcontinente. Negli ultimi anni Chávez ha perso protagonismo, in parte a causa della malattia ma anche perché la maggior parte dei Paesi ha fatto scelte proprie, optando in gran parte per governi di centro-sinistra piuttosto solidi e garantiti da economie in crescita. Un esempio è Ollanta Humala, presidente del Perù che, appoggiato dall’ex presidente venezuelano nella sua prima candidatura, si è defilato nella seconda per abbracciare un’impostazione più Lula style che lo ha portato alla vittoria. Eppure, nella memoria collettiva del Subcontinte, Chávez è destinato a rimanere un simbolo, un uomo che ha segnato un’epoca e, anche, un personaggio il cui ego smisurato aveva ricadute commoventi e imprevedibili.

Per esempio, non c’è nessuno in America Latina che non ricordi, a un passo dalla guerra tra Ecuador, Colombia e Venezuela, nel marzo del 2008, la sua geniale uscita durante la tesissima cumbre di Santo Domingo trasmessa in diretta dalla Cnn e a cui parteciparono molti capi di Stato latinoamericani. Chávez, che fino al giorno prima aveva tuonato contro la Colombia e gli Stati Uniti, si alzò e dichiarò nello stupore generale qualcosa come: “Ma noi latinoamericani, non possiamo litigare, siamo tutti fratelli, ci piacciono la musica, il bolero”. E aveva intonato un lunga canzone straziante, davanti a un pubblico di presidenti stupefatti che si addolciva a mano a mano, e non sapeva bene se ridere o se piangere.

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