8 Marzo Mar 2013 1440 08 marzo 2013

Gioco d’azzardo: il mare di soldi che va alle cosche

Economia criminale

Quel che si sa è che giochi online e puntate autorizzate fruttano allo Stato circa 8 miliardi di euro l’anno, ma quel che non si conosce da Bari a Milano è a quanto ammontano i ricavi dei clan con scommesse, videopoker e slot machine illegali. Nell’ultima relazione sull’attività investigativa del primo semestre 2012, persino la Direzione nazionale antimafia ha ammesso di non essere in grado di fare una stima adeguata. In realtà, nel 2011, ha provato a farla l’Eurispes e, monitorando l’attività delle forze di polizia, ha calcolato un volume d’introiti parallelo a quello legale intorno ai 23 miliardi di euro l’anno, poco più del 13% dell’intero fatturato dell’economia criminale.

Le cifre però sembrano mutare ogni giorno e in Puglia, nonostante le inchieste delle procure ordinarie e antimafia abbiano negli ultimi anni smantellato organizzazioni, centri di raccolta e posto sotto sequestro società fittizie collegate, il fenomeno non conosce crisi e in tempi di recessione sembra mordere ancor di più. L’ultimo caso è arrivato giorni fa da Brindisi e ha rilanciato l’allarme sulla dimensione ormai internazionale del sistema come denunciato su altri filoni dall’Interpol nell’ultima conferenza internazionale tenutasi a Roma a gennaio scorso.

Stando, infatti, alle ultime indagini della Direzione distrettuale antimafia di Lecce e Bari, la mappa andrebbe dall’Albania all’Asia passando da quasi tutto l’est Europa. L’inchiesta “Fast”, Fast service line di Ostuni, nel Brindisino, è una delle tante società passate al setaccio dalla magistratura pugliese. Secondo i pm Alessio Coccioli della Dda di Lecce e del procuratore aggiunto di Brindisi Nicolangelo Ghizzardi, sarebbe riconducibile a un presunto affiliato alla Sacra corona unita come Albino Prudentino, 62 anni di Ostuni, già stato arrestato nel 2010 nell’ambito dell’operazione “Calypso” condotta dal Ros dei Carabinieri, dalle forze di polizia albanesi e dal Servizio cooperazione internazionale di polizia del ministero dell’Interno.

A Valona, prima di essere fermato, stava per aprire un casinò che, per gli investigatori, gli sarebbe servito per reinvestire i quattrini intascati dalla vendita delle “bionde” su presunto mandato della “nuova” Scu di Mesagne, la località brindisina del capo fondatore Pino Rogoli, per conto, secondo la procura, dei boss locali detenuti Antonio Vitale e Massimo Pasimeni.

Stando alle indagini della Dda di Lecce iniziate nel novembre 2010 anche sulla base delle rivelazioni del pentito Ercole Penna (esponente di quella frangia mesagnese della Scu poi smantellata), la società, attiva nel gioco d’azzardo ma priva di autorizzazioni dei Monopoli, sarebbe risultata sotto l’amministrazione di un prestanome riconducibile a Prudentino e, come s’ipotizza, da lui “salvata” una volta saputo del rischio fallimento cui sarebbe stata esposta con la gestione passata, di fatto, ai figli.

Così, come ricostruito dal Nucleo di polizia tributaria di Brindisi, tra le presunte mosse della “mente” ritenuta al vertice dell’organizzazione nell’orbita del clan Vitale-Pasimeni vi sarebbero state modifiche alle scritture contabili, fatture false per movimenti inesistenti, distrazioni patrimoniali, sponsorizzazioni alla squadra di calcio locale per ottenere consenso del territorio e, in più, il presunto appoggio di società e professionisti ritenuti compiacenti.

L’inchiesta, infatti, non solo ha fatto scattare il sequestro preventivo dei beni della famiglia per un valore di 3,6 milioni di euro (tra cui quote societarie, disponibilità finanziarie, una villa di pregio e un terreno edificabile), ma anche il sequestro anticipato nell’ambito della normativa antimafia per circa 15 milioni di euro di quote e compendio aziendale a Scommettendo Srl e Royal 88, due imprese attive nel settore delle scommesse, giochi on line e distribuzione di videopoker con regolare autorizzazione dei Monopoli, considerate «in posizione di contiguità con la S.C.U, avendo agevolato le attività imprenditoriali» legate all’ex contrabbandiere. Con una di queste, vi sarebbero stati anche presunti «contatti» in Calabria per aumentare i guadagni con altre sale da gioco.

Secondo l’accusa, la Scommettendo Srl, quartier generale a Ceglie Messapica e con circa mille centri scommesse affiliati da Trapani a Venezia e un giro d’affari intorno ai 300 milioni di euro, avrebbe ottenuto dalla Fast fatture per operazioni inesistenti per 600 mila euro che sarebbero state emesse per ridurre la mole di debiti dinanzi al Tribunale. Quest’ultimo, come accertato almeno in fase d’indagine, avrebbe poi “salvato” l’azienda dando l’ok al concordato preventivo sulla base di una documentazione ritenuta poi falsa e preparata da due professionisti della zona: l’avvocato Italo Sgura che avrebbe provveduto alla relazione sullo stato patrimoniale e al relativo piano di riequilibrio; e Gian Paolo Zeni, già candidato sindaco con Forza Italia nel capoluogo nel 2002 ed ex presidente dell’Ordine dei commercialisti di Brindisi, che ne avrebbe attestato la “regolarità”.

Quanto accaduto sul fronte brindisino ha ricordato quanto emerso nella missione a Bari del dicembre 2010 - lo stesso periodo in cui a Brindisi si chiude l’inchiesta del Ros e scatta quella delle Fiamme gialle - della Commissione parlamentare antimafia. Beppe Pisanu, allora presidente, fa riferimento ai nuovi “core business” dei clan pugliesi: green economy, società di calcio e riciclaggio connesso al gioco lecito e illecito. «Sostanzialmente nuovo, ma non meno proficuo e professionale – ha scritto l’ex senatore nella relazione su quei giorni - risulta l’interesse delle cosche per il settore della raccolta on line delle scommesse su eventi sportivi, evidentemente funzionale all’attività di riciclaggio degli ingenti e costanti flussi di danaro sporco rinvenienti dall’attività di narcotraffico».

Pisanu in quei giorni segnala poi come negli ultimi anni la malavita regionale, compresa quella nell’area di Foggia e Taranto, avesse scelto la strada degli affari «con una penetrazione sempre più in profondità nel tessuto economico e sociale ricercando e purtroppo spesso ottenendo complicità vaste, dalle amministrazioni locali al mondo delle libere professioni e dell’imprenditoria, in quella che noi chiamiamo borghesia mafiosa o zona grigia, che naturalmente è attratta dagli enormi capitali di cui la criminalità dispone» .

Anche da allora, l’attenzione delle procure pugliesi ha riguardato la carenza di segnalazioni di operazioni sospette provenienti da una parte di quella «zona grigia», in particolare dai professionisti, all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia. In Puglia infatti, nel primo semestre 2012, come annota la Direzione investigativa antimafia nella relazione del periodo, ne sono arrivate 480, di cui appena 8 “trattenute” e approfondite, ma per gran parte da banche (427) e pubblica amministrazione (36), e nessuna da società di revisione, periti commerciali, consulenti del lavoro, agenzie di affari in mediazione immobiliare e, non da ultimo, da gestori di case da gioco.

Lecce collegata all’Austria. L’interesse investigativo è salito soprattutto nel Salento di pari passo col boom della malattia da gioco. Basti leggere le relazioni della Corte d’Appello salentina durante l’inaugurazione dei recenti anni giudiziari. Nel bilancio stilato a gennaio scorso, il presidente Mario Buffa ha posto l’accento sull’operazione Poker 2 coordinata nel 2008 dalla Dda locale che ha scoperto in Italia una presunta associazione a delinquere con base operativa a Innsbruck, in Austria, e che sul piano penale ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio di 31 persone (verranno giudicate dal 7 marzo): 500 agenzie sarebbero state affiliate, secondo l’accusa, al bookmaker estero Goldbet Sportwetten Gmbh, risultato privo delle relative concessioni e autorizzazioni.

Nel Leccese, secondo i pm dell’Antimafia, avrebbe avuto nell’orbita circa 50 punti scommesse riconducibili a un presunto affiliato al clan Tornese di Monteroni (vicino alla Scu) e i cui beni sono stati posti sotto sequestro preventivo per un valore di 4,3 milioni di euro. Sul piano fiscale, invece, gli accertamenti della Finanza salentina su Goldbet proseguono perché, come ha scritto Buffa, «deve essere considerata, a tutti gli effetti, come residente fiscalmente in Italia e trasferita fraudolentemente in Austria per sottrarsi alla più stringente normativa italiana che preclude la raccolta di scommesse senza le previste autorizzazioni rilasciate dall’Amministrazione dei Monopoli, nonché per sottrarre a tassazione elementi positivi di reddito che, prudenzialmente considerati, sono stati quantificati in complessivi euro 233.843.108,47».

Bari, dal calcioscommesse al clan Parisi. Pure il capoluogo di regione punta in alto e anche qui la mappa dei presunti intrecci tra crimine e gioco appare senza confini. Come ha scritto la Dna nel report annuale 2012 in relazione alla maxi-inchiesta sul calcioscommesse, anche dalla procura barese «è stata delineata l’esistenza di una organizzazione criminale, in cui confluiscono anche soggetti slavi ed ungheresi, che opera a livello mondiale, diretta da una cupola asiatica - al cui vertice vi è un personaggio (Tan Seet Eng detto Dan) di Singapore in grado di manipolare le partite in Italia, Finlandia, Germania, e in altre parti del mondo, nonché di effettuare scommesse di importi elevatissimi tramite agenzie illegali e apparati bancari collusi».

E anche se non sono ancora emerse infiltrazioni mafiose, dal giugno 2011 i pm di Bari starebbero verificando presunte connessioni tra i gestori di centri scommesse e personaggi considerati non lontani dal clan Parisi (boss del quartiere Japigia), i cui affari già nel 2009 sono finiti sotto la lente della Dda locale nella prima inchiesta “Domino” che, tra le altre cose, ha teorizzato un link con agenzie di gioco a Londra. Nella zona lo scenario sembra lo stesso ancora oggi, tant’è che solo nello scorso mese, tra Bari e provincia, la Guardia di finanza ha denunciato 91 persone e posto sotto sequestro 46 centri, oltre a contanti e materiale telematico, con sanzioni amministrative per circa 3,6 milioni di euro, ma continua anche in questi giorni a verificare l’ipotesi di ulteriori illeciti fiscali e l’eventuale filo rosso con le casseforti delle cosche.

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