20 Marzo Mar 2013 1306 20 marzo 2013

All’Ilva non piace il fisco: deve 2,3 milioni a Taranto

Tasse e veleni

I Riva tornano sotto i riflettori, questa volta non per i dati sulle emissioni di diossina o sui morti per tumore nel quartiere Tamburi a Taranto, ma per le tasse. Dopo aver chiuso una partita da quasi 100 milioni di euro con l’Agenzia delle entrate nel 2011, che ha fatto quasi triplicare i debiti tributari del gruppo Riva Fire, gli imprenditori dell’acciaio ora si ritrovano di nuovo in contenzioso col Comune di Taranto, che chiede all’Ilva, impresa quasi tre volte più grande della città, altri 2 milioni e 300mila euro di Ici 2007 oltre a quella già versata.

I Riva, che fatturano poco più di 10 miliardi di euro all’anno, ovviamente non ci stanno e sui tributi si ritrovano in un altro faccia a faccia con un Ente già sette anni fa travolto da un dissesto finanziario da 1 miliardo e 200 milioni di euro, anche per via dell’evasione Ici. Il rischio, come già accaduto due anni fa, è che per il primo contribuente tarantino tutto si chiuda con un maxi “sconto” sulle imposte attraverso un patto con la giunta di centrosinistra guidata da Ippazio Stefano (Sel), il primo nella storia della città ad aver chiesto accertamenti fiscali sul siderurgico più grande d’Europa che, secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, pesa sulla salute e sull’ambiente di Taranto fino a 463 milioni di euro. Ora però siamo nel pieno dell’inchiesta penale per inquinamento ambientale che, tra le altre cose, vede lo stabilimento al centro dei controlli sull’attuazione della nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia) e in attesa che il 9 aprile prossimo la Corte costituzionale discuta la legittimità costituzionale della legge “salva-Ilva” (n. 231/2012) come sollevato dalla procura ionica.

A quanto risulta a Linkiesta, sull’Ilva pendono infatti due richieste di pagamento notificate nel 2012 – avvisi n. 150 e 2210 – (vedi a pag. 2 di questo documento) e che si riferiscono all’ex imposta comunale su fabbricati e terreni entrata in vigore a partire dal 1993 e sostituita lo scorso anno dall’ormai famosa Imu (imposta municipale unica) che nella “città dei due mari” ha portato un gettito di 53 milioni e mezzo di euro. Sull’Ici qualcosa è andato storto nei calcoli del 2007: in quell’anno, stando almeno ai dati dell’azienda, l’Ilva ha versato nelle casse comunali poco più di 3 milioni e 600 mila euro (3.616.000 euro), ma secondo gli ultimi rilievi dell’ufficio Programmazione economico finanziaria del Comune la più grande industria della città dovrebbe tirarne fuori altri 2 milioni e 300mila (2.286.117 euro, 202.479 euro nel primo avviso e 2.083.638 euro nel secondo). Le questioni riguardano aspetti tecnico-giuridici ancora tutti da approfondire, ma ricordano quanto accaduto due anni fa quando l’impresa aveva messo in discussione davanti ai giudici tributari l’aumento della rendita di alcune parti della fabbrica, che aveva fatto schizzare le calcolatrici sulla quota dell’imposta ordinaria.

Ora è un’altra levata di scudi: ha fatto scattare i ricorsi dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Taranto il 9 e il 14 gennaio scorso, giorni in cui il presidente Bruno Ferrante si scontrava contro la procura di Taranto sul mancato dissequestro dei beni (1 milione e 700mila tonnellate d’acciaio) nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento. Sentita da Linkiesta, l’Ilva smorza le contestazioni del Comune. «I rilievi sono tutti illegittimi – spiegano subito dall’azienda – Su un avviso i calcoli sono stati fatti anche su una parte esclusa dall’area dello stabilimento e con alcuni valori che nell’anno risultano superiori a quelli di mercato. In un altro addirittura ci sono unità immobiliari che appartengono ad altro soggetto giuridico, altre invece rientrano nel territorio di Statte (ex frazione tarantina, ndr) dove l’azienda ha già versato regolarmente tutte le imposte, e in altri punti va contestata anche l’efficacia retroattiva della rendita». 

Nel 2011 il conto da pagare per il gigante dell’acciaio era più salato di quello di oggi: si riferiva al periodo tra il 2003 e il 2006 e ammontava a quasi a 9 milioni di euro (8.958.239,7 euro). Poi però nel contezioso “il padrone delle ferriere” era riuscito a convincere la controparte pubblica a siglare un accordo di conciliazione: in sostanza, l’ente locale, pur di incassare, rinunciava a sanzioni e interessi e l’azienda si impegnava a girare subito nelle casse pubbliche un assegno di poco più di 5 milioni e mezzo di euro (5.567.860,26 euro), risparmiandone così circa 3 milioni e 400mila. Era il giugno 2011, ora non è escluso che la storia possa ripetersi. «Al momento – spiegano dall’Ilva – non è possibile stabilire nulla né alcuna ipotesi di accordo». 

Di certo però quel patto Riva-Comune di Taranto sullo “sconto” delle imposte era bastato a far infuriare ancora una volta i tarantini che cinque anni prima, nel 2006, avevano visto l’Ente sprofondare nel baratro: 297 milioni di euro di debiti lievitati poi fino a 1 miliardo e 200 milioni. E, tra l’altro, ricordando che chi l’aveva deliberato, il commissario straordinario Tommaso Blonda (in carica dopo le dimissioni dell’ex sindaco di Forza Italia Rossana Di Bello), aveva chiesto tra le prime contromisure proprio una mappatura dei presunti “furbetti” dell’Ici. Non solo: proprio il nuovo sindaco Stefano – che aveva dato l’ok all’intesa bypassando sia la giunta che il Consiglio comunale (era l’accusa del centrodestra) – sin dal suo insediamento proprio nel 2007 era stato il primo a chiedere verifiche fiscali sui colossi della città col supporto dell’ex assessore al Bilancio Rossella Fischetti, già tecnico dell’Agenzia delle Entrate.

Cosa aveva scoperto sull’Ici? Che dal 1993, da quando era entrata in vigore, l’Ente non aveva mai disposto controlli anche perché l’imposta veniva accertata e riscossa insieme ad altri tributi comunali da una società locale esterna, la Emmegi srl, poi finita tre anni dopo sott’inchiesta per una presunta frode in pubbliche forniture: in particolare, secondo i pm, avrebbe fino ad allora negato l’accesso alla banca dati del patrimonio immobiliare consentendo in qualche modo alle imprese di evadere l’imposta sugli immobili di categoria «D», quelli cioè privi di rendita catastale (il caso si è chiuso a giugno scorso con l’assoluzione del legale rappresentante).

In ogni caso, la stima degli arretrati Ici a carico delle imprese “locali”, tra cui il siderurgico Ilva, la raffineria Eni, le centrali termoelettriche Edison (poi cedute al gruppo Riva) e il cementificio Cementir, si sarebbe allora aggirata intorno a 172 milioni di euro maturati per quindici anni fino al 2007, tra imposte ritenute evase (o versate solo in parte), interessi e sanzioni. Un “bubbone” - addirittura quasi quanto il totale di tributi incassato dall’ente nell’ultimo bilancio (174,2 milioni pari al 30,95% del totale delle entrate) – in gran parte non più sanato perché sepolto dalla prescrizione (fino al 2002), ma che dopo il dissesto e proprio col nuovo primo cittadino aveva consentito al Comune di invertire la rotta: approvare un regolamento, chiudere con la Emmegi almeno sull’Ici, e ritornare a notificare il resto degli avvisi per gli anni successivi.

Ma se da una parte l’accordo Ilva-Comune ha di fatto cancellato la lite e resta tuttora valido, dall’altra si attende ancora una pronuncia della Corte dei Conti della Puglia. A dicembre 2011, infatti, il comitato referendario “Taranto Futura”, che mesi prima si era costituito in giudizio ritenendo l’intesa una «violazione del principio di imparzialità, buon andamento amministrativo e di uguaglianza nei confronti degli altri cittadini contribuenti ed imprese», aveva inviato un esposto ai magistrati contabili di stanza a Bari. E nel fascicolo c’erano pure osservazioni sulla tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (Tarsu) accertata e riscossa dalla stessa Emmegi.

Ad oggi, a quanto risulta a Linkiesta, la sezione pugliese della Corte non ha ancora fornito approfondimenti anche se pochi mesi prima, a luglio, analizzando proprio i conti pubblici di Taranto aveva scoperto ben nove «irregolarità e criticità» nel bilancio 2009, in particolare «incongruenza e onerosità del servizio di accertamento e riscossione dei tributi comunali» e «modesta riscossione delle entrate relative al recupero dell’evasione tributaria» (pronuncia n. 82/2011). Stesso copione nel 2010 sul bilancio 2008: qui sette «gravi irregolarità» e tra queste «inefficienza e onerosità della gestione esternalizzata dei tributi comunali» (delibera 156/2010).

Oltre al patto col Comune di Taranto, c’è di più. Con i Riva, infatti, l’Agenzia delle Entrate aveva chiuso proprio nel 2011 una partita tributaria da quasi 100 milioni di euro a seguito delle contestazioni sulle «operazioni di impiego della liquidità societaria» delle controllate del gruppo Riva Fire, ovvero Ilva Spa e Riva Acciaio Spa. Un contezioso che, stando al bilancio consolidato di quell’anno della holding, ha fatto salire i debiti tributari del gruppo a 176 milioni e mezzo di euro da 61 milioni e 800mila euro registrati a fine 2010. Anche qui tutto si era chiuso con una «definizione stragiudiziale delle contestazioni, sostenendo l’onere complessivo di 97milioni e 779mila euro» dopo che l’azienda aveva esaminato la questione con i propri esperti tributari e aveva visto accogliere solo in parte le «osservazioni e richieste» fornite agli uomini del direttore Attilio Befera. E nella vicenda, in mano in particolare al Settore grandi contribuenti dell’Agenzia, era stata proprio l’Ilva ad aver subito di più almeno per le «operazioni» verificate negli esercizi 2006, 2007 e 2008: un conto da 86 milioni e 185mila euro, ma che grazie all’accordo sarà pagato in tre rate annuali.

Ora dinanzi ai giudici della Commissione tributaria provinciale di Taranto si ripresenta la patata bollente dell’Ici della grande industria. Stando a fonti sentite da Linkiesta, non ci sarebbe ancora una data per la discussione e il processo, salvo “strette di mano” politica-impresa, non si concluderebbe prima del 2015 considerando la mole di pendenze e la media dei tempi di definizione delle liti in Puglia. Ma rispetto agli anni scorsi, ci sarebbero almeno tre novità. La prima è che non c’è il rischio della prescrizione dato che l’ultimo accertamento è avvenuto nei tempi, vale a dire entro cinque anni dalla data prevista per il versamento secondo quanto stabilito dalla legge “Finanziaria” 2007 (art. 1, comma 161, legge 296/06).

La seconda invece è che il governo locale, nonostante abbia registrato ben 31 milioni di euro di Ici solo nel rendiconto 2011, non può permettersi ulteriori “bonus” fiscali ad alcun contribuente, come ha ammonito pochi mesi fa il Collegio dei revisori dei conti del Comune. Stando al parere sulla variazione al bilancio 2012 approvato dalla giunta Stefano ad ottobre scorso, a Taranto «si assiste ad una gestione improntata ai risultati di cassa, anziché ad una ortodossa gestione di competenza» e, dall’analisi delle entrate, «emerge che il grado di accertamento è insoddisfacente a sostenere le spese correnti, ciò soprattutto per quelle tipologie di entrate di carattere straordinario il cui successo era ed è subordinato ad attività di carattere straordinario e specialistico, come la previsione di recupero evasione pari a € 7.500.000 per Ici e Tarsu». E ancora una volta il riferimento va all’ormai famosa Emmegi. La terza novità? E’ che a luglio 2012 il Comune ha siglato un patto antievasione con l’Agenzia delle Entrate della Puglia impegnandosi, tra le altre cose, a segnalare presunti casi di evasione o dichiarazioni incomplete anche per i pagamenti Ici.

In ogni modo, come ha fatto l’azienda, anche il Comune taglia corto sull’ipotesi di accordo sull’Ici 2007. Secondo quanto riferiscono i legali dell’Ente a Linkiesta, «non è possibile fare alcuna ipotesi, il contezioso tributario è più che legittimo e lo porteremo avanti dinanzi alla Commissione». Ma quindi che succederà? «L’ente pubblico - fanno sapere i difensori - farà valere le sue ragioni nel giudizio come ha fatto due anni fa quando è stata rispettata la volontà di riscuotere le somme accertate a differenza di quanto ritenuto da altri. Ora la contestazione dell’azienda riguarda essenzialmente un punto di diritto, in particolare l’efficacia retroattiva della nuova rendita attribuita agli impianti presenti nell’area dello stabilimento». 

Nel frattempo l’Ilva, stando all’ultimo bilancio, ha accantonato poco più di 12 milioni di euro per 11 cause fiscali ritenute più «significative», cioè quelle per cui i consulenti non hanno escluso un esito negativo nei giudizi tributari. Tra queste c’è pure una che riecheggia i rilievi tarantini: è il contezioso col Comune di Genova che all’azienda ha chiesto altri 2 milioni e 247mila euro per l’Ici già versata tra il 1998 e il 1999. In Liguria, anche se sono arrivati fino in Cassazione, i Riva hanno staccato l’assegno come in altri casi. Lì però non era più stagione di “saldi”. Sarà così pure nella città della diossina?

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