24 Marzo Mar 2013 1210 24 marzo 2013

La rivoluzione di Grillo è il partito del McDonald's

Ma Bersani lo sfida: non ha il monopolio del cambiamento

Dopo il clamoroso successo alle elezioni politiche del 24-25 febbraio, abbiamo assistito a una vera e propria alluvione di commenti e analisi sulla natura e sui caratteri originali del Movimento 5 Stelle. Analoga attenzione alla straordinaria capacità di Grillo di attrarre consensi fuori dal tradizionale asse "destra-sinistra", sostituito con un ben più efficace "vecchio-nuovo", che ha spiazzato completamente sia la dirigenza dei grandi partiti sia, in particolare, i sondaggisti, alle prese con una novità che ha mandato in tilt la tradizionale modellistica usata per "correggere" i dati grezzi provenienti dalle interviste agli elettori.

Minore attenzione,invece, è stata dedicata alle novità introdotta da Grillo e Casaleggio nella forma partito. Un nuovo modello che costringerà i politologici ad aggiornare i loro manuali. Con il Movimento 5 Stelle si è andati ben oltre il classico partito personale. Grillo,infatti, è oggi al vertice di un partito in franchising. In un normale contratto commerciale di franchising usato da migliaia di aziende nel mondo, l'impresa affiliante(il franchisor), si avvale della possibilità di concedere l'uso del marchio e, a certe condizioni pre-definite, di interrompere il rapporto di collaborazione con il commerciante affiliato (il franchisee). Allo stesso modo, come è chiaramente specificato all'articolo 3 del non statuto, «il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso».

Coerentemente, all'art.7, dedicato alle procedure di designazione dei candidati alle elezioni politiche, è precisato che «in occasione ed in preparazione di consultazioni elettorali su base nazionale, regionale o comunale, il MoVimento 5 Stelle costituirà il centro di raccolta delle candidature ed il veicolo di selezione e scelta dei soggetti che saranno, di volta in volta e per iscritto, autorizzati all’uso del nome e del marchio “MoVimento 5 Stelle” nell’ambito della propria partecipazione a ciascuna consultazione elettorale». In altri termini, ci troviamo di fronte a una nuova forma - senza precedenti - nella storia del partiti nazionali e europei: un partito in franchising, appunto, al cui vertice non siede un leader democraticamente eletto né tantomeno un capo dotato di uno straordinario carisma, ma più semplicemente un signore che detiene i diritti esclusivi sull'uso del contrassegno, che, a suo insindacabile giudizio, può decidere sia di concedere sia di togliere.

Esemplare a riguardo è quanto è accaduto, nel novembre scorso, al consigliere regionale piemontese del Movimento 5 Stelle, Fabrizio Biolè, che una mattina si è visto recapitare una raccomandata con ricevuta di ritorno da un noto studio legale milanese. «Le indirizzo la presente in nome e per conto del sig. Giuseppe - detto Beppe Grillo (questo era l'incipit della lettera) con riferimento al Suo ruolo di Consigliere Regionale per la Regione Piemonte, eletto nella lista contrassegnata dal marchio registrato "MoVimento 5 Stelle" di cui il mio cliente è proprietario in via esclusiva». Dopo aver contestato a Biolè la violazione di una norma interna sulla candidabilità, in relazione alle elezioni regionali del 2010, il legale del comico genovese concludeva la sua lettera comunicando al malcapitato «la decisione del sig. Grillo di revocare l'autorizzazione all'utilizzo da parte Sua del nome e del marchio del MoVimento 5 stelle di cui egli è esclusivo titolare, invitandoLa a volersi astenere, per il futuro, dal qualificare la Sua azione politica come riferibile al MoVimento stesso, o, più in generale come ispirata dalla persona del mio cliente».

La natura di partito in franchising supera, di fatto,anche l'annosa questione delle forme e delle modalità della democrazia interna. Per uno dei tanti paradossi che costituiscono in questa fase uno dei punti di forza del Movimento 5 Stelle, Grillo da un lato è propugnatore di una democrazia digitale in cui i cittadini diventino attori protagonisti e non più semplici deleganti delle decisioni, dall'altro governa il partito applicando un modello di delega fondato su di una concessione unilaterale e insindacabile del diritto di utilizzo del marchio, al di fuori di qualsivoglia dialettica democratica e organismi interni elettivi e di garanzia.

Un volta si sarebbe parlato di un sistema governato da un despota, adesso ci limitiamo a osservare che il modello di contratto di franchising su cui è fondato il Movimento 5 Stelle mal si concilia con l'art.49 della Costituzione Italiana: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale».

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook