26 Marzo Mar 2013 1833 26 marzo 2013

Terzi lascia il governo, i berluscones fanno la ola

Pdl contesta Monti che rilancia: nessuno scambio con l'India. Altri gli obiettivi di Terzi

Giulio Terzi

«Ho atteso di poter oggi essere qui in Parlamento a riferire e a parlare apertamente per esprimere questa mia posizione in modo pubblico. E proprio per questa mia posizione non posso più far parte di questo Governo e annuncio le mie dimissioni». Il colpo di scena arriva alla fine di un lungo intervento in Aula. Dopo aver ripercorso la vicenda dei due fucilieri di marina detenuti in India, il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata decide di lasciare la Farnesina. Invano, contro la scelta dell’esecutivo, avrebbe provato a trattenere i due marò in Italia. «Ma la mia voce, e me ne rammarico profondamente, è rimasta inascoltata». Da qui la scelta delle dimissioni.

Alla Camera le parole del ministro sorprendono un po’ tutti. Non se le aspettava il titolare della Difesa Giampaolo Di Paola, seduto al suo fianco sui banchi del governo. Né le poteva immaginare il sottosegretario per i Rapporti con il Parlamento Giampaolo D’Andrea, che resta pietrificato a pochi metri di distanza. Immediato, dalla parte destra dell’emiciclo si alza un applauso. Fragoroso. «Secondo me loro erano stati avvertiti» mormora qualcuno in tribuna stampa indicando i deputati berlusconiani. Una cattiveria, certo. Impossibile che le dimissioni di Terzi fossero concordate con il Popolo della libertà. Anche se in Transatlantico la leggenda prende piede.

Intanto nel dibattito che segue l’addio del ministro è il capogruppo Pdl Renato Brunetta a prendere le difese di Terzi. La responsabilità dell’intera vicenda è del presidente del Consiglio Mario Monti, attacca il pidiellino. Che per ben tre volte sottolinea come il ministro degli Esteri sia stato «costretto alle dimissioni». Tra i berlusconiani la linea è condivisa: «Le dimissioni di Terzi sono un atto di grande dignità» commentano quasi tutti a fine seduta. «Nessuna dietrologia».

Non è d’accordo il ministro della Difesa Di Paola. Seduti uno vicino all’altro, i due esponenti di governo non si parlano. Quando il generale prende la parola l’attacco è durissimo. «Sarebbe facile per me annunciare di rimettere il mio mandato. Sarebbe facile oggi lasciare la poltrona, una poltrona che, comunque a breve, a brevissimo, lascerò al nuovo ministro che subentrerà. Sarebbe facile, sarebbe no cost. Sarebbe facile, ma non sarebbe giusto e non lo farò». Le parole non tradiscono solo il nervosismo del momento. Né l’ostilità di un rapporto evidentemente mai troppo cordiale.

A sorprendere Di Paola - e non solo lui - è l’irritualità delle dimissioni di Terzi. Perché solo adesso? E perché in questa sede? Se il ministro degli Esteri non ha gradito la decisione del governo sul trasferimento dei due marò in India, poteva fare un passo indietro allora. «Se vuoi dimetterti -racconta un dirigente Pd - scrivi una lettera al presidente del Consiglio, non lo annunci in Aula». Il dubbio è condiviso. Tanto che in serata, sulle dimissioni del ministro, trapela anche lo stupore del Quirinale.

Intervenuto per il gruppo Scelta Civica, il deputato Domenico Rossi incalza Terzi: «Ci saremmo eventualmente aspettati che lei le avesse date (le dimissioni, ndr) nel momento della decisione collegiale e non con una evidente spettacolarizzazione delle stesse in questa Aula». Una dura presa di distanza, interrotta solo dalle urla di Giovanna Ardito, moglie di Girone, che dalle tribune di Montecitorio grida: «Riportate a casa mio marito».

Non c’è solo l’aspetto grottesco di un ministro che si dimette da un governo già dimissionario. L’addio di Terzi rischia di assumere un significato politico, più profondo. «In questo modo - racconta il capogruppo di Sel Gennaro Migliore - Terzi ammette apertamente di essere un ministro del centrodestra, non dell’Italia». Una polemica pretestuosa? Il legame politico tra il ministro e il Popolo della libertà non è segreto. Fu Gianfranco Fini a volerlo al governo, a suggello di un rapporto consolidato da tempo. Nel corso dell’ultimo anno, poi, Terzi ha avuto modo di essere apprezzato anche da altri dirigenti del centrodestra. Tanto che durante la recente campagna elettorale si è a lungo favoleggiato su una sua conferma alla Farnesina nel caso di una vittoria di Berlusconi. «Terzi fa parte di un governo che abbiamo osteggiato - racconta nel pomeriggio l’ex ministro Ignazio La Russa - Ma non ho mai nascosto la stima per la persona». È pronta la candidatura nel centrodestra? «Non so cosa farà in futuro - le parole di La Russa - Comunque mai dire mai».

Le rumorose dimissioni di Terzi potranno avere conseguenze nella carriera politica del ministro, insomma. Ma rischiano di avere anche altre ripercussioni. Sicuramente le accuse sull’operato del governo tecnico e sulla figura del presidente del Consiglio avranno un peso rilevante in caso di elezioni anticipate (più volte minacciate da Silvio Berlusconi). «Il fallimento della credibilità internazionale del governo Monti è sotto gli occhi di tutti» commenta a caldo il segretario Pdl Angelino Alfano. La speranza è che l’elettorato moderato del Professore possa tornare a votare per il centrodestra.

Non è tutto. Lo scontro tra Terzi e il governo arriva con curioso tempismo negli stessi giorni in cui il premier incaricato è impegnato con le consultazioni. Una coincidenza, certo. Eppure la polemica deflagra a Montecitorio proprio un paio di ore prima dell’incontro tra Pier Luigi Bersani e la delegazione di Scelta Civica («Abbiamo chiesto a Bersani un ulteriore sforzo per un più ampio coinvolgimento di tutte le forze» racconta al termine del vertice il montiano Andrea Olivero).

Monti non nasconde la sorpresa: «Ho preso atto con stupore della dichiarazione del ministro degli affari Esteri - così una nota del premier, atteso domani in Parlamento per riferire sulla vicenda - Tali dimissioni non mi erano state preannunciate, benché in mattinata si fosse tenuta una riunione di lavoro». Intanto il passo indietro di Terzi allunga inevitabilmente un’ombra sull’operato del presidente del Consiglio. E in serata sono numerosi i parlamentari Pdl che chiedono al Professore di lasciare lo scranno di senatore a vita. L’impressione è che da stasera le elezioni siano un po’ più vicine.

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