27 Marzo Mar 2013 1810 27 marzo 2013

Prelievi forzosi dai conti, verrà la volta dell’Italia?

Dijsselbloem: «Un’imposta sulla ricchezza è condivisibile nel principio»

Oro 2

A volte ritornano. Il salvataggio di Cipro ha riacceso una questione mai sopita, la possibilità dell’introduzione di una patrimoniale in alcuni Paesi. Ed è stato proprio Jeroen Dijsselbloem, numero uno dell’Eurogruppo, a lanciare il sasso. «Un’imposta sulla ricchezza è condivisibile nel principio», ha detto l’olandese. Una frase che ha fatto discutere, ma che è stata confermata da Dijsselbloem. E il primo pensiero degli investitori è stato rivolto a Italia e Francia, indicate da molti come le prossime vittime della crisi dell’eurozona.

A poche ore dall’accordo sul bailout di Cipro, il primo a intervenire era stato il presidente francese François Hollande. «I correntisti e depositanti francesi possono stare tranquilli – ha detto – dato che il caso cipriota è del tutto unico». Eppure, nessuno aveva chiesto rassicurazioni. Allo stesso tempo, parole analoghe venivano ripetute dal premier iberico Mariano Rajoy, che tranquillizzava i cittadini spagnoli. Eppure, le dichiarazioni di Dijsselbloem sono state ribadite dallo stesso più volte.

Subito si è pensato all’Italia. Alcune settimane fa la banca tedesca Commerzbank aveva ipotizzato, come soluzione emergenziale per la riduzione del debito del Paese, a una tassa patrimoniale, con aliquote comprese fra 15 e 20 per cento. «Potrebbe essere una via di breve termine per evitare il peggioramento dei conti pubblici italiani nei prossimi anni», dice la banca tedesca. Facile a dirsi, difficile a farsi.

Bruxelles non ci sta. Non vuole che ciò che è successo a Cipro sia inteso come un modello da utilizzare in altri Paesi. Ma soprattutto non vuole che si parli di patrimoniale. «Non è corretto chiamare l’accordo sulle banche cipriote in questo modo», dice uno dei portavoce della Commissione europea. Eppure, chi ha dei depositi in Bank of Cyprus e Laiki, i due istituti di credito coinvolti nella ristrutturazione bancaria cipriota, sarà colpito in maniera significativa. L’azione delle autorità cipriote sarà invasiva e andrà di fatto a creare un precedente, avverte Goldman Sachs. Pertanto, è possibile che si possa replicare questa esperienza in altre nazioni.

L’Italia ha vissuto lo spettro della patrimoniale diverse volte negli ultimi decenni. In primis nel 1992. Erano gli anni della lira e del sistema monetario europeo, dal quale l’Italia uscì per porre un freno alla girandola negativa sui mercati finanziari. Erano gli anni di Tangentopoli e della fine della Prima repubblica. Ma erano anche gli anni della prelievo forzoso: il 2 per mille sugli immobili e 6 per mille su depositi bancari e postali. Le parole che anticiparono, e che commentarono, questa scelta ricordano molto quelle odierne. A intervenire per primo fu l’allora ministro delle Finanze Giovanni Goria. «Non è proprio una carezza, questo non è uno dei momenti più allegri. I contribuenti ora si devono mettere una mano sul cuore e una sul portafogli. Ma se riusciremo nei nostri sforzi la parola stangata la potremo mettere nel frigorifero», disse vent’anni fa Goria. Non solo. «Il risparmio è sacro e sarà tutelato, nonostante l’attuale emergenza», aggiunse. Quella mossa, voluta dal presidente del Consiglio Giuliano Amato, sarà poi ricordata come una delle più odiose di sempre.

Nel 2011 si torna a parlare di patrimoniale. Banchieri, politici ed esponenti della società civile ipotizzano questa opzione per risolvere i problemi di stabilità finanziaria dell’Italia. Sono i giorni neri che segnano la fine del governo guidato da Silvio Berlusconi e l’avvio dell’esecutivo tecnico di Mario Monti. Di fatto, la patrimoniale viene introdotta nel 2012. Si tratta dell’Imu, l’imposta municipale unica. Ad ammetterlo, a fine 2012, è proprio il governo Monti, rettificando in parte le dichiarazioni dell’ex commissario europeo rilasciate a un’intervista al Financial Times. Monti disse di «non essere pregiudizialmente contrario a una modesta tassazione generalizzata del patrimonio». Tuttavia, ha poi spiegato Palazzo Chigi, la patrimoniale ci fu. Non essendo fattibile introdurre un’imposta generalizzata «il Governo nel dicembre 2011 è intervenuto, con l’approvazione di tutti i partiti della maggioranza, su varie componenti della ricchezza patrimoniale separatamente, con un risultato effettivo in qualche modo paragonabile», disse Palazzo Chigi.

Oggi, complice lo stallo politico, il tema si ripropone. A fronte di un debito intorno ai 2.000 miliardi di euro, e con un peggioramento della recessione, l’Italia potrebbe usare la via cipriota? Secondo HSBC non ci sono le condizioni per farlo. «Avrebbe un effetto significativo sulla fiducia dei risparmiatori europei, già compromessa dagli sviluppi del bailout di Cipro», spiegano gli analisti della banca anglo-asiatica. A giocare a favore del governo ci sono le nuove stime del Documento di economia e finanza (Def) elaborato dal Tesoro. Per via XX Settembre si è ridotta la spesa per interessi passivi del governo italiano. In altre parole, l’Italia pagherà meno per gli interessi promessi durante le aste dei titoli di Stato. Volendo semplificare ulteriormente, lo spread costerà di meno al Paese. Nello specifico, questo capitolo di spesa si attesterà a quota 83,9 miliardi di euro, molto meno degli 89,2 miliardi stimati in prima battuta. E sarà anche meno degli 86,7 miliardi di euro spesi nel corso del 2012. Tuttavia, l’anno peggiore sarà il 2014, quando si toccherà quota 90,3 miliardi di euro. E dire che nel 2011 questa voce si era fermata sotto gli 80 miliardi di euro, 78,021 miliardi per la precisione.

Tassare i patrimoni è una soluzione? Non in questo contesto, avvertono le banche internazionali. A eccezione di Commerzbank, l’opinione comune è che ci siano altri strumenti, meno invasivi e più volti a preservare il rapporto di fiducia fra cittadino e Stato. È possibile evitare una patrimoniale con le Outright monetary transaction (Omt), il programma di acquisto di bond governativi da parte della Banca centrale europea. Ed è possibile evitarla anche introducendo a tutti gli effetti le riforme strutturali, dalle liberalizzazioni in poi, iniziate da Monti. A dirlo è stata Bank of New York Mellon, in genere poco positiva sull’Italia: «Non servono imposte massive, le potenzialità ci sono, i programmi di riforme anche». Sempre meglio che una patrimoniale.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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