28 Marzo Mar 2013 1449 28 marzo 2013

Minacce e irruzioni, i veleni della procura di Reggio

Presto l'insediamento del nuovo procuratore di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho

Rao

Un anno senza procuratore capo che alla procura della Repubblica di Reggio Calabria si è fatto sentire, ma ancora di più sembra essersi fatta sentire la nomina di Federico Cafiero de Raho alla guida della procura stessa. E forse, nell’escalation di un ambiente avvelenato, si inseriscono anche le indagini portate avanti dal pm Giuseppe Lombardo.

CAFIERO DE RAHO NUOVO PROCURATORE CAPO - È proprio tra le arie di un ambiente velenoso che arriverà il nuovo capo della procura Federico Cafiero de Raho, già sugli scudi nel contrasto al clan dei Casalesi e nell’inchiesta a carico di Nicola Cosentino. Il suo ultimo sigillo da procuratore del pool anticamorra della procura di Napoli lo ha messo nella richiesta di giudizio immediato nei confronti di Silvio Berlusconi, Sergio De Gregorio e Valter Lavitola, per la questione riguardante la compravendita dei parlamentari nella caduta dell’ultimo governo Prodi.

In questo anno la procura di Reggio Calabria è stata retta nel ruolo di facente funzioni da Ottavio Sferlazza, che ha sostituito temporaneamente Giuseppe Pignatone, volato a capo della Procura di Roma a febbraio 2012. Per arrivare alla nomina di Cafiero de Raho in Consiglio superiore della magistratura ci è voluto anche l’intervento di Giorgio Napolitano che ha sbloccato la situazione.

Una città non facile quella in cui arriva l’ex coordinatore del pool anticamorra di Napoli, una Reggio Calabria che ha visto nel corso del 2012 lo scioglimento del Comune e la dichiarazione di pre-dissesto finanziario. È la città del tanto decantato, da parte del attuale presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti, “modello Reggio”. Un ‘modello’ finito più volte sotto accusa e che sconta la continua presenza di un intreccio politico-mafioso-affaristico che proprio le inchieste del pm Giuseppe Lombardo puntano a scardinare.

LE MINACCE AI PM - Inchieste scomode, quelle di Lombardo (solo per citarne alcune, quella denominata Meta, i cui sviluppi hanno portato gli investigatori dell’antimafia anche a Milano, e la Breakfast, che ha coinvolto la Lega Nord e il tesoriere Belsito e Bellu Lavuru), che in queste settimane, così come da tempo, è stato destinatario di minacce e pressioni.

Due settimane fa una missiva accompagnata da 50 grammi di polvere da sparo con allegato un messaggio che lasciava spazio a pochi dubbi: «Fermati. Perché se non ti fermi da solo lo facciamo noi con altri 200 chili». A inquietare è anche il contenuto di quell’appunto che dimostra di essere ben a conoscenza delle ultime mosse del magistrato. Per altro una frase ricorrente di Giuseppe Lombardo dentro e fuori il palazzo di giustizia sarebbe proprio: «Io non mi fermo. Io».

Il livello si alza il 20 marzo quando dentro il palazzo della procura arriva una busta con proiettile destinata al sostituto procuratore Francesco Mollace e al pm dell’antimafia Antonio de Bernardo. I due stanno infatti conducendo in appello le sorti processuali di alcuni personaggi di primo piano della ‘ndrangheta della costa Jonica, che punterebbero dritto i centri di potere dello Stato.

L’IRRUZIONE AL CEDIR - Ma non è finita, perché lo scorso 22 marzo, al quinto piano del palazzo del Cedir c’è stata una irruzione da parte di ignoti. Non un posto a caso quel quinto piano, sede della stanza riservata in cui sono custoditi l’archivio dell’ex procuratore capo Giuseppe Pignatone, i fascicoli relativi a pratiche archiviate e quelli con le “intercettazioni preventive”, solitamente finalizzate alla ricerca dei latitanti o alla prevenzione di reati di estrema gravità. Carte che solitamente è il Viminale a richiedere alla Procura. Oltre a queste nella stanza si trovano anche i “modelli 45”, cioè quei fascicoli riservati a fatti non contenenti notizie di reato, cioè non ascrivibili a soggetti “noti”.

Una irruzione che nessuno ha provato a nascondere e che tocca da vicino i fascicoli del pm Lombardo, con un sospetto ancora peggiore della sottrazione dei documenti, cioè quello della manipolazione delle carte all’interno dei fascicoli. Insomma, chi è arrivato al quinto piano del Cedir sapeva come muoversi e dove muoversi, semplicemente forzando una serratura.

Un episodio che ha esortato il procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore di Landro, a scrivere al ministero per l’«anticipato possesso» della procura da parte di Cafiero de Raho, che dovrebbe comunque insediarsi tra l’11 e il 17 aprile.

Una partita, quella che si gioca a Reggio Calabria, determinante per il contrasto alla criminalità organizzata, e non solo nei confronti di quella militare, ma anche di quel crimine che si annida tra gli stessi organi dello Stato, della politica e dell’economia. Un giro fatto di professionisti insospettabili, di “invisibili” e di “riservati”, spesso anche lontani dalla città dello stretto. 

Twitter: @lucarinaldi

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