28 Marzo Mar 2013 0935 28 marzo 2013

Per fermare il declino primo comandamento la legalità

Sprofondo sud/2. Habitat sociale e rilan

Muro Legalita 0

La contrapposizione tra i temi della legalità e della giustizia da una parte e le questioni economiche dall’altra, che ha caratterizzato il dibattito politico italiano per molti anni, non ha risparmiato la campagna elettorale appena conclusasi. Tale dicotomia è tuttavia totalmente fuorviante poiché la legalità e la giustizia hanno un legame diretto molto forte con l’economia e, a nostro avviso, l’assenza di legalità rappresenta la vera specificità italiana e una delle principali cause del declino economico del paese.

Sono molteplici gli studi che evidenziano l’impatto negativo della criminalità organizzata o dell’inefficienza della giustizia civile sulla nostra economia. Il concetto di legalità deve però essere interpretato in maniera più ampia, includendo quei fenomeni che riducono la fiducia tra gli individui e tra i cittadini e lo Stato.

In quest’accezione rientrano fenomeni particolarmente diffusi in Italia ad esempio: la mancanza di meritocrazia nella selezione della classe dirigente (sia nel settore pubblico che in quello privato); la presenza di un apparato statale che sottopone gli imprenditori a una pressione fiscale altissima ma allo stesso tempo è campione di ritardi nei pagamenti alle imprese fornitrici; l’occupazione sfacciata di consigli di amministrazione di banche e grandi imprese da parte di fedeli degli apparati politici o i comportamenti vessatori da parte della burocrazia nei confronti dei cittadini, solo per citarne alcuni. 

Questi fenomeni sono spesso coerenti con le leggi vigenti, ma riducono la fiducia nelle istituzioni e di conseguenza anche la fiducia tra gli individui (e le imprese), con conseguenze negative sull’attività economica. Senza un miglioramento sul fronte della legalità sarà difficile uscire dalla stagnazione economica, anche perché tale illegalità annulla o quantomeno riduce i potenziali effetti benefici delle riforme strutturali e di politiche orientate ad accrescere le risorse disponibili per le attività produttive.

Si prenda ad esempio la questione della difficoltà di accesso al credito nel sud del paese. E’ una questione che parte da lontano, passa per la recente creazione di una banca del mezzogiorno, e anche in questa campagna elettorale non si è mancato di sottolineare che al sud serve più credito.

Che in questi anni gli imprenditori del sud, come del resto del paese, siano colpiti dal taglio del credito bancario è innegabile. La “politica di cautela” estrema che gli istituti di credito stanno portando avanti è dovuta a un mix di fattori legati alla paura di rischi di fallimento, alla mancanza di competenze nel concedere credito in una situazione di crisi, alla sottocapitalizzazione delle banche (in buona parte perché le fondazioni che le controllano sono in mano alla politica e non sono state in grado né di ricapitalizzare né di cedere le proprie quote), e ai distorti incentivi che lo Stato sta concedendo alle banche tramite fondi di garanzia.

D’altronde un’iniezione massiccia di credito (calata dall’alto, tramite fondi pubblici o banche per il sud) in assenza di un radicale mutamento del contesto socio-istituzionale non migliorerebbe le prospettive di sviluppo economico. Laddove i tempi della giustizia per la soluzione di cause civili (incluse le cause per il recupero di crediti tra banche e imprenditori e tra imprenditori) sono così lunghi da superare i tre anni in primo grado, la presenza di attività criminali è alta e vi è una più diffusa mancanza di fiducia che condiziona le relazioni tra individui (e tra imprese), le possibilità per sviluppare attività imprenditoriali altamente redditizie sono bloccate. In tale contesto, la probabilità che il credito venga distribuito in maniera efficiente a progetti altamente produttivi e innovativi è pressoché nulla.

Le due mappe sopra mostrano la distribuzione provinciale dello sviluppo finanziario, definito come il rapporto tra impieghi alle attività produttive e valore aggiunto (mappa A), e la distribuzione della qualità del contesto socio-istituzionale (mappa B), costruito ponderando alcune variabili come il numero di omicidi pesato per la popolazione, la durata media dei processi di fallimento, il tasso di partecipazione alle elezioni europee, e il numero di associazioni di volontariato pro capite.

Come potevamo attenderci, sia l’indicatore di sviluppo finanziario che quello della qualità delle istituzioni hanno valori più alti nelle province del centro-nord del paese.

La mappa C qui sotto mostra invece la distribuzione territoriale dell’effetto (stimato) dell’aumento della quantità di credito sulla produttività di impresa. Le stime sono tratte da un recente libro Il declino dell’economia italiana tra realtà e falsi miti, (1) e mostrano che il nesso tra un maggiore sviluppo finanziario e la crescita economica dipende in maniera decisiva dalla qualità del contesto socio-istituzionale e che, di conseguenza, l’aumento della disponibilità di credito non ha effetti desiderati sulla produttività delle regioni del sud. Nello stesso lavoro troviamo che il progresso nella legalità consentirebbe di riportare l’Italia su un sentiero di crescita del PIL vicino al fatidico 2% annuo.


In sintesi, non esiste una dicotomia tra le questioni di legalità e giustizia e i temi della politica economica. La vera dicotomia è tra i fattori che determinano le opportunità per la creazione di attività redditizie (legati alla legalità) e quelli che ne limitano lo sfruttamento (legati al credito). 

Il peso delle opportunità e dei vincoli al loro sfruttamento varia da regione a regione, ma condiziona la scelta temporale dei provvedimenti e delle riforme. Il miglioramento socio-istituzionale è, per buona parte, un processo di trasformazione di lungo periodo legato anche a fattori culturali. 

Tale processo può essere tuttavia accelerato dalla riforma della giustizia civile, dalla lotta alla criminalità organizzata e da una serie di provvedimenti più diffusi che ristabiliscano un maggior livello di fiducia attraverso l’introduzione della meritocrazia e della responsabilità (accountability) e l’eliminazione dei privilegi della classe dirigente e politica del nostro paese. Questi, a nostro avviso, sono i primi passi fondamentali per assicurare il successo delle necessarie riforme strutturali nei settori vari dell’economia.

(1) F. Coricelli, M. Frigerio, L. Lorenzoni, L. Moretti e A. Santoni, Il declino dell’economia italiana tra realtà e falsi miti, ed. Carocci 2012

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