2 Aprile Apr 2013 1230 02 aprile 2013

Sorpresa: le banche italiane stanno meglio che nel 2008

Recessione e rischio contagio

Cartecredito

Con questo bombardamento mediatico su Cipro e le sue banche, è tornato alla ribalta il rischio contagio sull’Italia, probabilmente per via degli americani che non sanno bene dove collocare geograficamente i Paesi europei. Tuttavia, guardando ai conti relativi al 2012 gli istituti di credito italiani non sembrano così male.

Prima un caveat: abbiamo preso in considerazione soltanto Intesa San Paolo, Unicredit, UBI Banca, Banco Popolare, Popolare di Milano, Popolare Emilia Romagna, Credito Valtellinese e Credito Emiliano. Non il Monte dei Paschi, un caso specifico che potrebbe essere risolto con 10 miliardi, lo 0,5% del Pil, e Carige, di cui abbiamo già scritto. 

Le banche necessitano di essere sia solvibili – i loro asset devono valere più delle passività – e liquide, cioè poter vendere asset nel momento in cui le loro passività devono essere rifinanziate. Vediamo prima la solvibilità, misurata comparando il patrimonio netto tangibile, diviso per gli asset tangibili, senza considerare l’avviamento. Per il suddetto gruppo di banche la media è la seguente:

Nel 2012, nonostante il grosso aumento delle svalutazioni originato dai nuovi criteri richiesti dalla Banca d’Italia, c’è stato un miglioramento nel rapporto tra patrimonio netto e attivi. Le percentuali sono di gran lunga superiori rispetto al 2007 e al 2008, anno in cui ci si sarebbe dovuti preoccupare davvero sulla solvibilità delle banche.

Per quanto riguarda gli accantonament sui crediti dubbi, essi sono sicuramente aumentati, ma essendo in un periodo di recessione prolungata sembra che il sistema bancario sia in grado di gestirli, anche livelli piuttosto elevati. La tavola qui sotto evidenzia il risultato operativo, le svalutazioni e le svalutazioni in percentuale ai prestiti:

Il risultato operativo al netto delle svalutazioni, punto di riferimento per calcolare l’utile pre tasse, è ancora positivo nel 2012, a dispetto delle svalutazioni enormi. Certo, il reddito operativo è stato ingrossato dagli enormi profitti da trading di Intesa e Unicredit (4,5 miliardi) ma anche dimezzandoli e ipotizzando una riduzione del margine d’interesse del 5% (1,5 miliardi) nel 2013 con le svalutazioni al medesimo livello, ovvero peggio del 2009 quando il mondo è ripiombato in recessione, le banche italiane non iscriverebbero a bilancio una perdita pre tasse. E dunque la loro solvibilità rimarrebbe accettabile, anzi, addirittura in aumento. 

A ulteriore riprova, la Banca d’Italia ha indicato (vedi pag 30 del report) che i crediti dubbi sono saliti di 18 miliardi nel 2012, e quindi le banche hanno accantonato oltre il 100% dei nuovi crediti dubbi. Ciò potrebbe significare che le banche non hanno effettuato sufficienti accantonamenti negli anni precedenti (vedi Carige) ma accantonando 18 miliardi l’anno – e lo possono fare – potrebbero sterilizzare i problemi derivanti dai crediti dubbi. Non c’è dunque un problema di solvibilità.

Per quanto riguarda la liquidità, il mio editore era preoccupato che le banche non ripagassero i finanziamenti erogati dalla Bce con le aste Ltro dell’anno scorso. Il primo punto è dal momento che la Bce non chiederà di riaverli indietro fino a quando i tassi d’interessi non sono armonizzati al livello europeo, non rappresentano un problema. Poi, la tavola qui sotto evidenzia i prestiti ai clienti in percentuale ai depositi e ai bond emessi:

Essi sono saliti sopra la soglia del 100% soltanto nel 2008 e nel 2011. Gli istituti di credito riescono dunque a finanziarsi utilizzando i depositi dei clienti per effettuare prestiti, mentre i finanziamenti agevolati della Bce sono stati utilizzati per sostenere le emissioni del Tesoro e non per sostenere la normale attività operativa della banca. Il sistema bancario italiano è ben bilanciato.

Infine un cenno alle azioni di risparmio di Intesa Sanpaolo. Nella tabella una versione semplificata del bilancio 2012 di Intesa Sanpaolo:

Gli utili da trading, come detto, hanno avuto un enorme effetto positivo. Non prendendoli in considerazione, il reddito operativo è intorno ai 7,5 miliardi. La media delle svalutazioni tra il 2007 e il 2011 è allo 0,8% del totale dei prestiti, ovvero a quota 3 miliardi. Cifra che implica un utile pre tasse pari a 4,5 miliardi e un utile netto di 3 miliardi. Considerando un multiplo prezzo/utili di 12 volte per il 2014/2015, la banca vale 36 miliardi rispetto ai 20 odierni, cioè un rendimento di circa l’80% in due anni. Mentre si attende una crescita simile, il rendimento includendo i dividendi è del 6% l’anno. E investire sarebbe ancora meglio se l’esecutivo approvasse l’emissione di bond per rimborsare i creditori della Pa.

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