5 Aprile Apr 2013 1145 05 aprile 2013

Tensioni tra militanti, Pontida amara per Maroni

Bossi sul palco: "non spacco il partito". Bobo coi diamanti di Belsito: "sono vostri"

Pontida 3

Il raduno di Pontida potrebbe avere un sapore particolarmente amaro. Soprattutto per la Liga veneta, ridimensionata in modo tragico alle elezioni politiche, preoccupata dalle fosche previsioni per quelle amministrative, che si terranno il 26 e il 27 maggio. E dilaniata da una guerra fra bande, che ancora una volta rendono il movimento padano più simile a una tribù che a un partito. Pur sapendo, che è tardi, troppo tardi, forse, per la resa dei conti, perché ormai si rischia di combattere per una guerra destinata a finire senza vinti né vincitori.

I militanti veneti si dividono in due scuole di pensiero, se di pensiero si può parlare, visto che il loro atteggiamento è determinato soprattutto da reazioni emotive, da mal di pancia e da stati d’animo, che oscillano fra la rabbia e la rassegnazione. Da una parte ci sono quelli della vecchia guardia, cresciuti con l’Umberto e il suo “imam” veneto, Gian Paolo Gobbo, sindaco uscente di Treviso, che annunciano contestazioni dai toni grevi. E promettono di portare a Pontida striscioni per chiedere il ritorno di Bossi perché loro lo avevano detto, davanti al trionfo dei barbari sognanti, che dopo di lui, ci sarebbe stato il diluvio. Dall’altra ci sono invece i soldati della nuova generazione, che hanno sposato il progetto della Lega 2.0 del neo-governatore Roberto Maroni – qualcuno per convinzione, qualcun altro per convenienza – e ora sono in rotta di collisione con il nuovo corso del Carroccio, pronto a trasformarsi in un partito che pretende di diventare come la Csu bavarese.

Quelli che appartengono alla vecchia guardia, come Santino Bozza, consigliere regionale sul quale pende un provvedimento di espulsione, (dopo aver contestato il segretario Flavio Tosi e fatto appello che alle elezioni politiche per voto disgiunto, a favore del Pd e o del Pdl) , dicono «La Lega xe finìa» e promettono di arrivare sul sacro suolo di Pontida con striscioni simili a tamburi di guerra. «Il nostro motto sarà semplice: Tosi e Maroni fuori dai maroni» annuncia Santino Bozza a Linkiesta. «Flavio Tosi e i lombardi ci hanno rubato l’anima, il cuore, l’identità e infine anche i voti» chiosa con il suo timbro di voce rauca, che sembra un gorgoglio di un geyser . Poi ci sono gli altri, militanti e dirigenti della nuova generazione, alcuni hanno lavorato per anni fianco a fianco con il segretario della Liga veneta, che non hanno voglia di menare le mani, ma in queste ore si chiedono se valga la pena di andare a Pontida, o se invece sia meglio restare a casa per sottolineare il loro dissenso perché non sanno se valga ancora la pena di essere leghisti.

Secondo le nostre fonti, si fa fatica in questi giorni a recuperare i militanti disposti a salire sui pullman in direzione di quello che fu il sacro suolo di Pontida, perché lo stato d’animo generale oscilla fra lo scoramento e l’amarezza. Lidia, 38 anni, molti anni passati in una delle segreterie provinciali della Lega racconta a Linkiesta: «Oggi mi vergogno a dire di essere leghista, la gente che prima credeva in noi, mi guarda di sbieco, mi dà una pacca sulla spalla e mi dice “Ma va’ in mona”. E poi qualcuno mi deve ancora spiegare cosa xe la macroregione. Ci dicono che dobbiamo essere più moderati, ma se questo significa che dobbiamo rinunciare alla nostra identità, allora io domenica resto a casa e non rinnovo più la tessera». Alessandro Montagnoli, ex parlamentare, ricandidato in una posizione in cui era impossibile essere rieletto, oggi sindaco di Oppeano, fratello e poi coltello del segretario della Liga veneta, osserva: «I casi sono due. O ricominciamo a lavorare pancia a terra, sui territori, per ricostruire la nostra identità, oppure se andiamo avanti così, e continuiamo ad azzannarci e a dividerci, la Lega è finita». Altri, come lui, considerano la battaglia di Flavio Tosi, a colpi di espulsioni, commissariamenti di intere sezioni o di direttivi provinciali, una politica miope. «Flavio va avanti come una macchina a fari spenti nella notte» spiega un altro dirigente ancora sulla breccia, ma non sa ancora per quanto tempo.

Anche chi si professa ancora “tosiano,” è perplesso dalla guerra in corso combattuta porta a porta, casa per casa, provincia per provincia. Come il segretario provinciale di Treviso, Lucio Granello, che sabato scorso al consiglio nazionale veneto ha votato con molta perplessità per il commissariamento della segreteria provinciale di Venezia, solo per non acuire ulteriormente le divisioni e ora è considerato un dissidente, pare, perché guarda al governatore Luca Zaia, per ricostruire l’identità spezzata della Liga veneta.

A osservare con attenzione ciò che accade in Veneto, il raduno di Pontida, forse, è quasi un dettaglio. I leghisti veneti infatti attendono, col fiato sospeso, ciò che accadrà il 13 aprile, al prossimo consiglio nazionale veneto, dove verranno presi altri provvedimenti disciplinari contro i detrattori del sindaco di Verona, che l’assessore regionale Daniele Stival, una spina nel fianco del governatore Luca Zaia e testa d’ariete di Tosi, ha definito senza mezzi termini «un cancro da estirpare». Niente di nuovo da un punto di vista semantico, visto che fu proprio lui, due anni, a dire che bisognava usare i mitra con gli immigrati clandestini, anche se poi ha smentito. Sebbene Stival sia vicino a Tosi, considerato moderato e doroteo, accusato dagli avversari, in crescita, di voler costruire un nuovo soggetto politico: La Balena Verde, una sorta di variante leghista della ex Vandea.

 
Infografica \ Pontida story 1: “Forza Di Pietro” e “Berluskaiser”

 
Infografica \ Pontida story 2: “Secessione!”, prima di tornare all’ovile

 
Infografica \ Pontida story 3: La Lega di governo (e un po’ di lotta)

Per i veneti, che si preparano ad andare a Pontida senza alcuna aspettativa, o per parafrasare Enzo Jannacci, per «vedere che effetto che fa» il giorno della resa dei conti è il 13 aprile, quando si prenderanno nuovi provvedimenti disciplinari, voluti da Flavio Tosi, per reprimere il dissenso. Anche se ufficialmente il motivo è quello di sanzionare chi non ha contribuito a fare campagna elettorale ed è responsabile, in parte, della debacle elettorale. «Falso» rispondono gli avversari di Tosi. «La provincia che ha avuto il calo di consensi più catastrofico è proprio Verona. Punire i militanti per la batosta elettorale sarà per lui un boomerang perché prima o poi qualcuno gli chiederà conto dei suoi errori».

In ogni caso la black-list è già pronta: ci sono i dirigenti e militanti che, dopo il commissariamento della segreteria provinciale di Venezia, hanno accolto il commissario Leonardo Muraro, presidente della provincia di Treviso, con le bandiere listate a lutto, qualcuno inneggiando a Bossi. E gli hanno impedito di entrare nella sezione. Lui, che dopo l’elezione di Maroni ha voltato le spalle a Gianpaolo Gobbo per assecondare il nuovo corso della Lega 2.0, ora dice: «Non mi hanno fatto entrare in sezione perché avrei scoperto che tutti i manifesti elettorali erano ancora lì. Nessuno dei veneziani ha fatto campagna elettorale» ma poi ammette che anche a Treviso la Liga non si sente tanto bene. «Le tessere di militanti e soci sostenitori sono calate almeno del 40 per cento». Se in Lombardia è Marco Reguzzoni a rischiare l’espulsione per lo stesso motivo, in Veneto la lista è più lunga: Corrado Calegari, ex parlamentare veneziano, (non ricandidato), il consigliere regionale Giovanni Furlanetto, che ha paragonato Tosi al Duce e ha scritto una lettera a Luca Zaia per chiedergli di guidare le barricate contro il sindaco scaligero. E ancora: l’ex parlamentare Gianluca Forcolin, e il segretario padovano, Roberto Marcato. E ovviamente la pretoriana bossiana, Paola Goisis. Retrovie, delle retrovie, certo, ma in questo momento nessuno si sente al sicuro, neanche Luca Zaia, che qualche giorno fa si è definito, lui che è sempre cauto, «dissidente».

«Ora Tosi ha commissariato Venezia, poi toccherà a Padova, infine a Rovigo» spiega Paola Goisis. «Il pretesto è punire chi non ha fatto campagna elettorale, ma in realtà Tosi punta a una pulizia etnica in tutte le province, che hanno votato contro di lui, al congresso. Se va avanti così, nella Lega rimarrà solo lui. E io temo che questo sia il suo obiettivo: svuotare la Lega per creare un altro partito, ma io morirò combattendo. E infatti a Pontida ci vado, ma solo per contestare Maroni». Certo, lei è una pretoriana di Bossi, nemica dichiarata di Flavio Tosi, ma sono in tanti a credere che Tosi non si fermerà e andrà avanti come un panzer per silenziare i dissidenti e avere le mani libere per esportare il suo modello Verona anche in altri comuni alle prossime elezioni amministrative. E cioè una lista civica frutto di alleanze trasversali per raccogliere consensi al di fuori del bacino elettorale leghista tradizionale, che verrà messa alla prova anche in altri comuni per mettere ali al suo progetto, che i leghisti, nella lotta corpo a corpo, stanno pagando a caro prezzo. Anche se ognuno ormai segue il proprio spartito, e non importa che le loro note siano stonate.

Gianpaolo Gobbo, ex segretario della Liga veneta, ormai messo fuori combattimento, ammette che «Un’epoca è finita» e non crede molto all’eventualità di una vittoria alle comunali a Treviso. «Forse arriveremo al ballottaggio» sospira, mentre Giancarlo Gentilini, ultraottuagenario, aspira a diventare sindaco di Treviso per la quinta volta. Per lui vale ancora il vecchio repertorio leghista d’antan, ma non ha alcun problema a prendere posizione, a fianco della coppia Maroni-Tosi, «visto quello che ha combinato il cerchio magico di Bossi» urla al telefono. Ognuno canta un’aria diversa, ma tutti o quasi arrivano alla stessa conclusione: «La Lega xe finia». Solo su un punto sono tutti d’accordo, a parte Tosi e tosiani, in terra veneta. E cioè che bisogna tornare a ritrovare il cuore autonomista, che protegga la Liga veneta dai giochi dorotei dei lombardi (e di Tosi, ca va sans dire).

Ed è per questo, forse, che tutti, in questa guerra senza quartiere evocano la sindrome Comencini. C’è chi lo fa perché pensa che Luca Zaia dovrebbe fare come Fabrizio Comencini, che nel 1998 si ribellò a Bossi per rivendicare l’autonomia della Liga veneta, rompere con la Lega lombarda, e ridare fiato alla vocazione autonomista che si sta riaffacciando nel microcosmo leghista veneto. Chi, invece, lo evoca solo per spiegare l’atmosfera rissosa e astiosa, che si respira nelle sezioni o durante le riunioni, dove prevale la voglia di menare le mani, come è successo nella lunga e rissosa storia della Liga veneta. E così, in nome di Comencini, militanti, dirigenti, ora evocano quel conflitto mai sopito fra i lombardi e veneti, per dire che ci vuole una ribellione, una scissione dal Carroccio per salvare la Liga veneta e difendere i serenissimi territori e le ragioni del Veneto che il cuore lombardo non conosce (né capisce).

E allora, forse vale la pena di soffermarsi su una significativa dichiarazione del governatore veneto, Luca Zaia, che durante una trasmissione televisiva ha sconfessato il modello Csu di Flavio Tosi e di Roberto Maroni. «È un partito con caratteristiche che non sono replicabili qui da noi» ha detto, e poi ha aggiunto che «non cui vuole un nuovo partito, ma una nuova linea di pensiero perché nell’area leghista c’è un germe che può dar vita a una pianta nuova. Ispirata ai movimenti civici federalisti che dovrebbero arrivare alla loro maturazione nel 2015». Che non sono le liste civiche di Flavio Tosi, come qualcuno ha pensato, bensì movimenti autonomisti che si stanno moltiplicando. In linea con il motto usato da Zaia nella sua campagna elettorale per diventare governatore: «Prima il Veneto». Una dichiarazione da tenere a mente, soprattutto ora che molti leghisti dissidenti, guardano a lui come il salvatore della patria, leghista e veneta. Soprattutto dopo che lui, di solito cauto e silente, sempre attento a rimanere fuori dalle beghe interne al suo partito, ha usato parole forti, affermando che «si stanno facendo pubbliche esecuzioni per strada» per esprimere il suo dissenso nei confronti delle purghe di Flavio Tosi.

Agli osservatori più attenti non sarà sfuggito che secondo Zaia la nuova linea di pensiero arriverà a maturazione nel 2015, quando finirà il suo mandato dopo il quale probabilmente si vorrebbe ricandidare, meglio se senza Flavio Tosi a intralciare il suo cammino. Perché chi lo conosce bene sa che da tempo ha fiutato l’aria e ha capito che non può più sottrarsi all’arena del combattimento. Perché chi gli sta vicino sa che ha chiesto invano a Maroni di intervenire per fermare le intemperanze di Flavio Tosi, che vorrebbe diventare, forse, il nuovo segretario federale della Lega, oppure, chissà, anche governatore del Veneto. E chi lo conosce bene sa che si sente circondato, per dirla con l’ormai famoso aforisma di Beppe Grillo, per nulla al riparo dall’offensiva di Tosi, che gli ha mandato una lettera di richiamo qualche settimana fa. Il governatore veneto non parla, si esprime solo ogni tanto, quando non può farne a meno, quando il gioco si fa duro, ma, come una corrente sotterranea che si sposta nei fondali degli abissi senza che se ne abbia percezione guardando la superficie del mare, lui si muove. Per difendersi, e per difendere i militanti finiti nelle liste di proscrizione, che ora guardano a lui. Pregando e sperando che non sia troppo tardi per impedire che la Liga veneta, faccia la fine di Atlantide, il continente sommerso.  

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook