7 Aprile Apr 2013 0746 07 aprile 2013

Nord Corea, dove i fumetti non possono fare ironia

L’industria dell’animazione nordcoreana ha raggiunto da anni un livello sofisticato

Statua Presidente Eterno

Bomba o non bomba, della Corea del Nord conosciamo poco. Sappiamo degli alti tassi di povertà e corruzione, della sottomissione al leader, dei programmi bellicosi, ma pochissimo della vita quotidiana. Ai nostri occhi appare come una nazione-fortezza, sorvegliata da una censura severissima, della quale è quasi impossibile avere uno sguardo dal di dentro. Le eccezioni si contano sulle dita di una mano: l’ultima, quella di Jean Lee, giornalista dell’Associated Press, che quest’anno ha aperto il primo account Instagram del Paese. Poche foto, impressioni sparse. Frammenti. Se voleranno missili e bombe, anche questi forse saranno spazzati via.

Bomba o non bomba, malgrado la chiusura di regime, molti di noi occidentali sono già arrivati da tempo nella capitale del Nord per un viaggio completo. Non per turismo né con un permesso di lavoro ma attraverso le pagine di un libro, Pyongyang, reportage a fumetti del canadese Guy Delisle, appena pubblicato in una nuova edizione italiana da Rizzoli Lizard (era già uscito nel 2006 da Fusi Orari, la casa editrice della rivista Internazionale). Delisle, classe 1966, è ormai un autore affermato di graphic journalism, ma ha studiato animazione. Sono i cartoni animati ad averlo portato in Estremo Oriente, oltre dieci anni fa. Prima in Cina (esperienza narrata in Shenzen, del 2000) e poi in Corea, nel 2001.

Se ne parla pochissimo, ma l’industria dell’animazione nordcoreana ha raggiunto da anni un livello sofisticato: a metà degli anni Zero, gli studios di Stato erano tra i più grandi al mondo, con oltre 1.600 impiegati e apparecchiature di ottimo livello. I nordcoreani hanno lavorato persino al Re Leone firmato Disney. La ragione primaria è il basso costo della manodopera. Più basso di quello cinese: è da lì, ci spiega Delisle, che molte produzioni si spostano verso Nord.

In missione per uno studio francese, all’autore è stato permesso di stare due mesi a Pyongyang. Un soggiorno scandito dall’organizzazione del regime (a partire dalla visita rituale, con dono di fiori, all’enorme statua di Kim Il Sung, il presidente eterno, appena giunti in città), con il tempo libero speso in giro tra monumenti e grandi opere, quasi sempre vuote, con al fianco la costante presenza di una guida. Non è permesso andare in giro da soli. I contatti diretti con cittadini nordcoreani sono pochi e sotto tutela. Persino andare a piedi dal luogo di lavoro all’hotel creava un fastidio ai sorveglianti (anche perché inconcepibile: usare una delle poche auto è un privilegio). E il culto della personalità del fondatore del regime è pervasivo.

Ciò che Delisle vede assomiglia da vicino al mondo descritto da George Orwell in 1984. Il riferimento è scontato ma obbligato, perché una copia del libro fa capolino dalla valigia di Delisle fin dall’arrivo in aeroporto (dove non c’è luce). E quando il disegnatore lo presterà all’accompagnatore-traduttore, se lo vedrà restituire in gran fretta e con l’imbarazzo disegnato (è il caso di dirlo) sul viso. L’assuefazione al regime della guida è, all’apparenza, completa. Ogni sua spiegazione della realtà circostante è dettata dai vangeli della propaganda. Delisle è invece un osservatore attento, cui non sfugge nessuna delle incongruenze generate dallo Juche, la dottrina dell’autosufficienza impostata da Kim Il Sung, presunto immortale. E capisce che l’adesione al regime è, per molti, una questione di sopravvivenza. Annota ogni dettaglio con ironia, usa toni leggeri ma il suo (e il nostro) sguardo rimane attonito davanti alla desolazione di Pyongyang, ben resa dai grigi del tratto a matita e dai tanti momenti di silenzio. Un viaggio opprimente ma capace di appassionare: c’è addirittura chi ha viaggiato in Corea del Nord scattando fotografie che riproducevano le vignette di Delisle.

Va però ricordato che anche i nordcoreani fanno fumetti. Ovviamente di propaganda. Un paio d’anni fa, la rivista Slate riuscì ad averne delle copie. Sono albi stampati su carta di bassa qualità, chiamati gruim-chaek (“libri d’immagini”). In molti casi, i disegni potrebbero sembrare occidentalizzanti. In realtà, seguono i dettami del realismo socialista, ispirandosi allo stile dell’epoca stalinista. I loro lettori sono bambini e giovani delle classi privilegiate del regime. Ne esistono di diversi tipi, compresi quelli di ambientazione storica, e raccontano vicende di un passato idealizzato (media usati per reinventare la storia patria: succede anche in Cina e in Corea del Sud). Nei fumetti dello Juche, ogni trama riporta alla grandezza di Kim Il Sung e alla lotta contro l’imperialismo.

Anche nelle storie indirizzate ai più piccoli, come Great General Mighty Wing (1994), con protagonista un’ape che difende l’alveare dall’assalto di vespe e ragni. Non solo: mentre combatte, Mighty Wing scopre anche un nuovo modo di irrigare il giardino e di aumentare la produzione di miele. In ogni pagina compare un proverbio rivoluzionario. E se pensate che, trattandosi di un prodotto per l’infanzia, i toni della propaganda siano contenuti, vi sbagliate. Ecco uno dei proverbi: «Mai pensare al nemico come a un agnello: consideralo sempre uno sciacallo».

Si passa poi al classico genere avventuroso. Esempio: Blizzard in the Jungle (2001). In Africa (ambientazione frequente: il comunismo nordcoreano ha relazioni con diversi Stati del continente nero), agenti nordcoreani mandano degli americani in pasto ai coccodrilli e sconfiggono i gangster nemici seguendo i dettami dello Juche (e con l’aiuto di uno magico ginseng di produzione propria). E non manca la satira, come in General Lose and the Gnatz (2005), con George W. Bush nel mirino. Ma è un’eccezione: di solito, non c’è traccia d’umorismo. Mai, in nessun soggetto. Ridere, si sa, non fa bene alle dittature.

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