13 Aprile Apr 2013 2144 13 aprile 2013

Pompe di benzina, patrimonio architettonico a rischio

Design e motori

Pompe3

Le filling station, gasoline station o petrol station americane hanno avuto il vantaggio di essere interessate da diverse misure di tutela e valorizzazione. Se non fosse soltanto per la celeberrima route 66 e il conseguente proliferare di associazioni e iniziative per la salvaguardia di questo patrimonio, è proprio dal panorama americano che arrivano i primissimi appelli per la conservazione delle stazioni di servizio, quale categoria del più eterogeneo contenitore roadside architecture.

Al 1974 risale infatti il volume di Albert Kerth, A new life for the abandoned service station, in cui attraverso una serie di casi concreti e ben documentati si individua una strada per la salvaguardia di questi edifici attraverso una riconversione “redditizia” degli stessi.  L’esempio di stazioni di servizio restaurate con nuove destinazioni d’uso inizia ad avere un qualche rilievo nel panorama internazionale almeno a partire dagli anni Novanta.

I Paesi Bassi in questo senso hanno dimostrato di avere non solo un’efficace e piuttosto rapida azione di tutela, ma anche d’interpretare questo concetto in maniera decisamente “attiva”, conferendo nuova vita alle strutture con azioni volte a un effettivo riuso delle stesse. Le stazioni disegnate ad esempio per la Esso olandese da Dudok, almeno quelle sopravvissute nel tempo ai diversi tentativi di rémaquillage, sono state opportunamente vincolate e riconvertite ad altre funzioni. Tra queste quella di Loenersloot, una volta restaurata, è stata da prima sistemata a l’Autotron di Rosmalen per essere poi trasferita nel 2004 al Automobilmuseum di Raamsdonksweer.

L’“edificio-monumento” ha trovato così dimora nel Museo dell’automobile come pezzo fondamentale per la storia della motorizzazione olandese. Una seconda stazione di Dudok a Groningen del 1954, dichiarata dalla Città nel 2004 monumento d’interesse locale, nel 2007 è stata inserita dal Ministero della Pubblica Istruzione nell’elenco degli edifici del dopoguerra da considerare patrimonio nazionale. La stazione di Keulsepoort a Venlo, costruita nel 1933, la più antica realizzata in quelle zone, dopo un’attenta opera di restauro e ora utilizzata come padiglione d’ingresso per il Musée d’histoire et du folkolre a Limbourg.

A. Favini, Stazione di servizio carburanti Aquila, Sesto San Giovanni (Milano),1949

Singolare episodio invece è quello che ha toccato la stazione in cemento, vetro e acciaio progettata per la Shell dall’architetto A. Meijlink a Vught nel 1933, che, oltre ad avere la particolarità tipologica di essere una delle poche con l’abitazione del gestore al primo piano, si presenta come un significativo esempio di architettura per la mobilità nei Paesi Bassi. Il distributore ha cessato la sua attività nel 2000 per l’entrata in vigore di una nuova normativa ambientale e tre anni dopo è stato riconosciutomonumento nazionale.

Nel 2008 la stazione, a seguito di lavori per la costruzione di un nuovo ring di collegamento, è stata letteralmente trasportata su ruote per essere ricollocata più o meno nello stesso sito e, dopo un accurato restauro, destinata ad uffici. E se le “buone pratiche” per la salvaguardia e la valorizzazione di questo patrimonio trovano ampia applicazione in Olanda, numerosi sono gli interventi di tutela, restauro e riconversione, che potrebbero essere annoverati quale espressione dell’impegno della Germania nella valorizzazione dei beni culturali prodotti nel XX secolo.

I distributori di benzina godono in effetti in questa area da tempo di particolare attenzione, già al 1993 risale il vincolo della stazione Caltex ad Hannover-Laatzen, quale prototipo molto diffuso a partire dagli inizi degli anni Cinquanta. Al 2005 ad esempio è riferibile il ripristino della stazione di servizio dell’architetto Friedrich Tamms nei pressi di Fürstenwalde, un piccolo gioiello del modernismo tedesco realizzato nel 1937 sulla strada tra Berlino e Francoforte.

Il distributore, criticato dal Reich per l’americanissima copertura piana a forma di boomerang, è stato in funzione fino al 1995 e ha evitato la demolizione grazie a un’efficace campagna di sensibilizzazione che ha portato al riconoscimento del notevole interesse storico dell’edificio. La stazione oltre a essere la prima di una serie costruita sul “modello Fürstenwalde” è anche tra le poche superstiti di questa tipologia in Germania; una simile all’uscita del nodo autostradale di Brunswick-Hannover-Berlino fu demolita intorno al 1980, mentre nei pressi diWroclaw in Polonia sembra esisterne ancora una coppia che ha fatto da sfondo al lungometraggio Motodrama di Andrzej Konic (1971).

Arriva sicuramente ancora da Berlino uno dei più interessanti interventi conservativi e di riuso, qui infatti nel quartiere Schöneberg lo studio bfs d su richiesta di Juerg Judin, collezionista svizzero, ha trasformato una stazione di servizio Shell del 1953 in galleria d’arte, immergendola in un sofisticato giardino di pini, ciliegi, alberi di bambù e ninfee disegnato da Guido Hager.

Anche nella vicina Austria un edificio dello stesso periodo, la stazione Shell a Vorarlberg progettata dagli architetti German Meusburger eWilli Ramersdorfer, inutilizzata per molti anni, dopo essere stata classificata come architettura d’interesse nazionale nel 2004 è stata riportata all’originario splendore, recuperando le proprie funzioni di distributore di carburante. Il recupero e riuso di stazioni-tipo è passato anche attraverso il fenomeno della musealizzazione, che ha interessato nel tempo diverse realtà americane ed europee.

Oltre agli esempi già ricordati, in Norvegia un piccolo chiosco della Standard Oil ha trovato posto all’esterno del Folk Museum di Oslo, come icona delle prime strutture impiantate a partire dal secondo decennio del Novecento. Strutture che la Norvegia protegge rigorosamente con la redazione nel 2006 di una fornitissima lista – Liste over bevaringsverdige bensinstasjoner – per mano della Direzione dei Beni Culturali di Oslo. Risale al 1985 invece la sistemazione di una stazione Simmertal del 1937 all’interno del percorso espositivo del Westfälische Freilichtmuseum di Detmold, dopo che il Staatliches Museum für Design di Monaco aveva accolto tra le sue collezioni la Donation Agip proveniente dall’omonima compagnia, come pezzo fondamentale della storia del design dell’intero Paese.

L’Italia è piuttosto avara di esempi in questo settore. Non molte sono le strutture convertite a nuove funzioni, per le difficoltà materiali ed economiche connesse alla bonifica del sito e al recupero di materiali fortemente degradati per il lungo abbandono. Singolare l’episodio della stazione di Trieste del gruppo BBPR, cui può aggiungersi la trasformazione del distributore Agip di Ivrea, progettato negli anni Cinquanta da Mario Bacciocchi, in punto informativo e di incontro.

Progettata nel 1953 sulle rive di Trieste dallo Studio Banfi Belgiojoso Peressutti e Rogers per l’Aquila, nel 2008, dopo un lungo periodo di abbandono, è diventata un luogo di aggregazione e spazio espositivo. Il contenitore, dopo un accurato restauro, è stato trasformato in “distributore di cultura” dallo Studio Semerani e Tamaro Architetti Associati, vincitore del concorso di idee indetto dal Comune di Trieste. Nel maggio del 2009 la Triennale di Milano ha conferito al manufatto una menzione d’onore per il “restauro sobrio e rispettoso e la funzione del piccolo edificio: una zona d’accoglienza completata da uno “Spritz-point” e uno spazio per proiezioni, conferenze, mostre e postazioni internet”.

M. Bacciocchi, Chiosco Agip con doppia pensilina, circa 1955

A meno di un anno fa risale invece la trasformazione di un vecchio chiosco per la distribuzione di carburanti a Foiano (Arezzo) in distributore d’acqua: «Il nuovo impianto di erogazione di acqua naturale a temperatura ambiente, acqua naturale e gassata refrigerata “ACQUA 00” ribattezzato il Fontanello. L’opera è stata realizzata convertendo il vecchio chiosco di via della Resistenza in Foiano, dove permolti anni ha operato un distributore di carburante […] un recupero architettonico costato circa 18mila euro, che porterà grandi benefici: acqua naturale gratuita e acqua gassata al costo simbolico di 5 centesimi al litro, pagabili mediante una gettoniera a monete o con una chiave elettronica individuale”.

Al 2011 risale invece il recupero del distributore di Lido di Camaiore (Lucca), trasformato in un punto informativo per turisti. Grazie alla posizione, nelle immediate vicinanze del lungomare, il piccolo chiosco di proprietà della Municipalità locale si prestava perfettamente al nuovo uso e nonostante l’impegno finanziario richiesto la pubblica amministrazione ha optato per la rifunzionalizzazione della struttura. Quello di Lido di Camaiore appartiene in realtà ad una serie di distributori di piccole dimensioni posizionati, spesso su terreni di concessione demaniale, nell’area costiera tra Viareggio e Marina di Massa. La maggior parte di essi, soprattutto chioschi Aquila, Esso e Agip, sono attualmente abbandonati e pericolanti.

Queste microarchitetture, ormai parte integrante del contesto che le ha generate, vanno a formare un piccolo sistema che meriterebbe indubbiamente un’attenta strategia di tutela e valorizzazione. Alla stessa tipologia sono riconducibili altri distributori posizionati tra Pisa e Lucca, principalmente del tipo “Mo” promosso dall’Aquila, sistemati sulle vecchie arterie di scorrimento, come ad esempio la via Aurelia o la vecchia Emilia. Alcuni di essi, come quello sulla vecchia via del Brennero a Lucca o il piccolo edificio lungo la cinta muraria di Pisa nei pressi del bastione del Parlascio, risultano non solo tutt’ora in funzione ma hanno conservato pressoché intatta la conformazione tipologica e materica della soluzione originaria.

Indubbiamente rappresentando “esemplari unici” di una produzione seriale, sarebbe auspicabile che gli organi di tutela incentivassero la loro conservazione e sensibilizzassero in questo modo l’opinione pubblica al mantenimento di questi documenti.

L’esempio olandese, con il recupero dei pochi chioschi superstiti di Dudok, potrebbe indubbiamente aiutare nella scelta di una politica di salvaguardia e indirizzare verso le opportune strategie di valorizzazione dell’oggetto-distributore. In realtà l’opinione pubblica sembra in qualche raro caso essere attenta alla distruzione dei propri luoghi simbolo, come a Lecce quando nel 2009 la città si è mobilitata per tutelare la stazione Agip nei pressi di Porta Napoli.

Di non minore interesse la mobilitazione della città di Massa contro la demolizione dell’ex distributore Agip in piazza della Misericordia, opera di Bacciocchi. Il distributore salvato dalla distruzione (2009) è oggi recintato in attesa di idoneo progetto di restauro. Se la riconoscibilità di queste strutture da parte della collettività è fuori discussione, come ben testimonia l’abbondante iconografia che attraversa le arti visive del Ventesimo secolo, o il dibattito che spesso può insorgere a livello locale, d’altra parte non esiste una corrispondenza sul fronte dei provvedimenti di tutela.

Si contano sulle dita di una mano, infatti, i provvedimenti puntuali di vincolo delle stazioni di servizio, come quello voluto nel 2008 dalla Provincia autonoma di Bolzano per la stazione di L. Plattner in piazza Verdi per “contrastare lo sdradicamento culturale consentendo ai cittadini di riconoscere il loro passato e di rafforzare il rapporto identitario con il territorio”.

Mentre recentemente il Comune di Pisa ha inserito all’interno del proprio Regolamento Urbanistico tra gli Obiettivi qualitativi del Progetto: “La riqualificazione del tessuto urbano, dell’immagine architettonica complessiva e della riorganizzazione funzionale dell’intera area, prevedendo la realizzazione di un fronte strada omogeneo con gli edifici circostanti, il recupero della pensilina, risalente agli anni ’30, del distributore di carburante, per insediarvi strutture commerciali, e l’eliminazione delle attività non compatibili quali officina meccanica”. Obbligando così nella sezione degli Elementi prescrittivi alla “conservazione della pensilina che attualmente ospita il distributore di carburante”.

Si va ad aggiungere allo scarso numero degli edifici protetti la stazione di Mario Bacciocchi in piazzale Accursio a Milano (1951), uno dei migliori esempi di architettura in questo settore nonché raro caso di struttura sottoposta a vincolo monumentale in Italia. Sempre a Milano nelle immediate vicinanze della stazione Agip sorge la singolare stazione di viale Marche (1934) opera di Carlo Agular. In quest’ultima, da poco recuperata dalla Total, il progetto di recupero è stato portato avanti sotto la diretta supervisione della locale Soprintendenza che sembra aver imposto il mantenimento dei caratteri originari dell’opera, impedendone la distruzione sotto le logiche del branding aziendale.

Sempre degli anni Trenta e ancora ascrivibile ad Agular, progettista di un certo rilievo nell’area padano-occidentale, è il distributore a Torino in corso Moncalieri, che sottratto dal restyling aziendale è tuttora perfettamente in funzione. Diverso invece l’esempio della ex stazione Agip a Lucca nei pressi di porta Elisa, che trasformata in attività commerciale, ha però mantenuto integra almeno la struttura originaria per quanto snaturata in materiali e finiture. Stesso destino per il piccolo chiosco Esso a Firenze, nei pressi della stazione ferroviaria di Campo di Marte, che grazie anche all’affaccio sul viale di circonvallazione e la perdita di appetibilità per posizione sulla rete viaria, è stato trasformato in una piccola rivendita di fiori.

Se pochi sono i casi di recupero al contrario cresce quotidianamente l’elenco di luoghi e edifici abbandonati, ormai relitti culturali che costellano i nostri paesaggi urbani e suburbani. Stazioni dismesse assalite dalla vegetazione, e non certo per omaggiare Patrick Blanc, fanno da sfondo a pellicole cinematografiche, come nel recente Gomorra di Matteo Garrone (2008). La quasi totale assenza di provvedimenti di tutela e soprattutto la scarsa attenzione che è stata rivolta a questi manufatti, se si esclude il breve itinerario proposto da Domus nel 1999, giustifica la necessità di intraprendere un percorso di individuazione e catalogazione del vasto patrimonio delle stazioni di servizio in Italia.

Un patrimonio diffuso che soltanto un’indagine meticolosa e attenta potrebbe far riemergere dall’oblio di cui sembra aver sofferto sino a oggi. Un oblio a lungo giustificato dall’essere architettura relativamente “giovane” e “minore”, anzi “young and defenseless”, ma non per questo meno significativa sul piano della definizione di una cultura architettonica e di una memoria storica, e non solo, nel nostro Paese. Un contributo alla conoscenza di tale patrimonio appare ancora più necessario per la rapidità con cui lo stesso rischia di scomparire per perdita di funzione e degrado, ma soprattutto per avviare una riflessione, un confronto, sulle problematiche connesse alla sua valorizzazione e tutela.

Una tutela concepita non solo come difesa dell’esistente,ma come attività costante di conoscenza, facendo appello a quella “secolare cultura della conservazione” che Salvatore Settis definisce “come un dato essenziale dell’essere italiani, che, come i gesti e la lingua, si trasmette e si radica senza che ce ne accorgiamo”. Magari iniziando semplicemente con il redigere, sul modello della New York’s Municipal Art Society una Watch list of future landmarks con la consapevolezza di cadere nel prosaico in un Paese come il nostro dove ben altri tesori hanno provato il brivido di essere messi in vendita.

STAZIONI DI SERVIZIO

LA MAPPA DEL PATRIMONIO A RISCHIO IN ITALIA

*Susanna Caccia. Dottore di ricerca in Technology and Management of Cultural Heritage, dal 2009 è assegnista di ricerca in Restauro al Politecnico di Torino, Dipartimento Architettura e Design, dove svolge attività didattica a contratto nel corso di laurea triennale in Architettura in lingua inglese; dal 2010 è Adjunct professor presso la Faculty of Architecture della Xi’an Jaotong University (Cina).

Tutela e restauro delle stazioni di servizio /Preservation and restoration of service stations, FrancoAngeli, 303 pagine, 36 euro

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