14 Aprile Apr 2013 0744 14 aprile 2013

Barca vs Renzi, confronto ragionato tra due programmi

Scelto per voi da il Macchiavello, il blog di David Allegranti

Matteo Renzi Fabrizio Barca

In un altro momento — forse fra qualche mese — si sarebbe chiamata «mozione congressuale». Ora prende invece il nome di «memoria politica dopo 16 mesi di governo». Il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca ha pubblicato ieri online un documento di 55 pagine in cui descrive la sua idea di partito (e di società). Vale la pena soffermarsi sulle parole e la forma della sortita di Barca, con cui Matteo Renzi potrebbe confrontarsi dentro il Pd nei prossimi mesi.

I due si conoscono poco, ha raccontato lo stesso sindaco a La Stampa, e quando si sono visti la prima volta non è andata benissimo: «Andai da lui, ministro da pochissimo, a chiedere soldi per Firenze: disse che non ne aveva, mi trattò come fossi un ragazzino. È la cosa che meno sopporto: praticamente mi alzai e me ne andai…». Il ministro ha inviato anche a lui il documento. Ci sono differenze, fra i due approcci, che balzano agli occhi: anzitutto Renzi non avrebbe mai scritto 55 pagine di teoria politica sulla forma partito, se la sarebbe cavata con interviste, tweet e video.

Barca sogna un «partito di sinistra saldamente radicato nel territorio», un «partito nuovo» che nasca dall’unione di Pd, cui Barca si è iscritto da due giorni, e da altri partiti di sinistra (traduci: Sel) che sfidi lo Stato piazzandosi a metà strada fra i due estremi visti in questi mesi: la tecnocrazia montiana (di cui Barca peraltro faceva parte) e la democrazia diretta via web alla Beppe Grillo. Barca lo chiama «sperimentalismo democratico». Il ministro evita accuratamente di aggiungere il «centro» alla «sinistra» perché, spiega in un’intervista, «il Pd già oggi, senza che arrivi Barca a dirlo, è un partito di sinistra. Si chiama di centrosinistra per ipocrisia». Nonostante sia iscritto da poco al Pd (a proposito: nel 2008 votò Sinistra Arcobaleno), nel partito trova già alcune simpatie, da Enrico Rossi a Massimo D’Alema, a dimostrazione che si può essere dei marziani ma essere accolti nella casa del padre — Luciano era uno storico dirigente comunista — se appartenenti alla filiera corta Pci-Pds-Ds (un trattamento che in effetti non è stato riservato a Renzi, sempre visto come un corpo estraneo pur essendo nel Pd dal primo giorno).

Barca, insomma, non vuole un partito «liquido»: vuole un «partito palestra», che offre lo spazio per «la mobilitazione cognitiva», in cui si confrontano «molteplici e limitate conoscenze», uno spazio per «imparare ognuno qualcosa, confrontare errori, cambiare posizione, costruire assieme soluzioni innovative per stare meglio e gli strumenti e le idee per farle vincere».

Renzi ha sempre privilegiato un’idea di partito che ricalcava lo spirito originario veltroniano — vocazione maggioritaria e partito leggero —, perché «il modello di partito solido, vecchia maniera, è stato ampiamente messo in discussione». Molto attuale il passaggio sul finanziamento pubblico ai partiti: Renzi propone l’abolizione totale, Barca teorizza una sua ulteriore riduzione. Questo partito nuovo quindi riceverà «parte rilevante del proprio finanziamento» dai suoi iscritti e dai suoi simpatizzanti. Il sindaco, abolendo completamente il finanziamento, già teorizza e mette in pratica un modello di utilizzo di risorse private. Certe volte, però a scapito della trasparenza, come dimostra il caso della celebre cena milanese con Davide Serra.
Parte della crisi politica e del mancato buon governo che viviamo, scrive Barca, è da attribuire a una «macchina dello Stato arcaica e autoreferenziale», attardata nel «modello autoritario di governo della cosa pubblica», che pretende, «con arroganza cognitiva, di predefinire in modo completo le regole del gioco». In questo caso sembra di sentire Renzi quando attaccava le famose vecchie zie di daempoliana memoria, quelle «sopri» e «sovrintendenze» colpevoli di burocratica decrepitezza.

Barca affronta anche il problema del ricambio generazionale. I giovani, sostiene Barca, possono contribuire al partito attraverso un «apprendistato cognitivo» che affidi loro, «sfruttandone la disponibilità di tempo e il desiderio di cambiamento, il compito di animare il dibattito sulle questioni di interesse comune, con un’esplicita inversione dei ruoli rispetto alle precedenti generazioni». I nuovi funzionari di partito saranno scelti attraverso riti non «cooptativi». Anche Renzi privilegia questa impostazione (primarie über alles), ma quel che non si è capito di Barca, ancora, è come — teoria generazionale a parte — lui, che è un novizio del Pd, intenda diventare classe dirigente del partito. Vorrà farsi cooptare o passerà attraverso una consultazione popolare? Certo, intanto Barca presenta subito un problema di comunicazione. Anche qui la differenza con Renzi è evidente. Nel documento, oltre alla «mobilitazione cognitiva», Barca usa l’espressione «catoplebismo», neologismo coniato da Raffaele Mattioli per descrivere la commistione tra industria e banca. Forse fra l’ipersemplificazione di chi va ad «Amici» dalla De Filippi e il «catoplebismo» c’è, anche qui, una via di mezzo.

Il blog di David Allegranti, Il Macchiavello

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