14 Aprile Apr 2013 1505 14 aprile 2013

Fare, Boldrin: “Dopo Giannino serve più democrazia”

Il docente segna la strada: dialogo con chi è in Parlamento e leggi di iniziativa popolare

Michele Boldrin

Milano, Verona, Padova, Roma. Non si tratta, perlomeno non ancora, delle tappe del prossimo Giro d’Italia, ma della corsa di Michele Boldrin verso il congresso di Fare per Fermare il Declino. Dopo la débâcle elettorale dello scorso 24-25 febbraio (380 mila voti, l’1,12% e nessun eletto alla Camera e al Senato), Fare ha deciso di ripartire da zero. Nei weekend del 4-5 e dell’11-12 maggio prossimi verranno eletti i nuovi vertici del partito e, proprio in questi giorni, il professor Boldrin sta girando il nord del Paese per presentare la propria candidatura e il suo Manifesto per Fare. Assieme a quella di Boldrin sono state presentate altre due mozioni in vista del congresso: La Strada da Fare, firmata da Zotti, Masini, Magnini e La Ragione di Fare, che annovera tra i firmatari Alessandro De Nicola e Silvia Enrico, la reggente del post-Giannino. Ed è proprio il professor Boldrin che accetta di parlare con Linkiesta, mentre è in viaggio verso la Capitale.

Boldrin, che cosa ha sbagliato Fare?
Abbiamo pagato il fatto di aver organizzato tutto in soli cinque mesi. È stato dato poco peso alla democrazia interna, alla selezione di candidati adeguati, e soprattutto alla presentazione di una squadra di nomi, senza lasciarsi trasportare dalla ricerca del leader simbolico, come invece è accaduto. Altrimenti quando scopri che il leader ha le pecche che aveva Giannino, ovviamente crolli. Con delle procedure interne migliori, forse ci saremmo resi conto prima dei difetti di una persona.

Zingales ha sbagliato?
Luigi non ha sbagliato per niente a farci conoscere la notizia. Il problema è che avrebbe dovuto aspettare, non farla uscire in maniera individuale, per consentirci di prendere una decisione collettiva che poi, comunque, avrebbe dovuto portare Giannino a togliersi di mezzo. Insomma, la conseguenza non potevano che essere le dimissioni di Giannino, ma la stessa decisione poteva essere presa senza alcun trauma. Era un arto che andava amputato, ma bisognava fare un po’ di anestesia al corpo, e preparare un arto di sostituzione.

Boldrin, lei non avrebbe agito come Zingales?
Ero appena partito per l’India, e devo dire che è esploso tutto nell’arco di 24 ore. Dissi subito di far riunire la direzione, per chiedere a Giannino di fare una dichiarazione completa e esaustiva delle pecche che stavano emergendo. Poi si sarebbe presa una decisione che, comunque, non poteva che essere quella.

Zingales deve rientrare nel partito?
Non posso sapere cosa vuole fare Luigi Zingales. Segua la sua coscienza, e se vuole iscriversi di nuovo al partito sarà il benvenuto, libero di farlo. Tutti quelli che vogliono iscriversi e cooperare sono ben accetti, non si può fare un casus belli dell’accaduto.

Mario Monti è ancora in carica, e qualcuno ha ricollegato i recenti suicidi in Italia alle politiche di austerity del suo governo. Condivide questo giudizio?
I suicidi non c’entrano niente con Monti, la recessione è più frutto di Berlusconi e di Tremonti. Però Monti ha buttato via un’occasione storica per iniziare un grande processo di rinnovamento. Certamente ha fatto meno peggio di Berlusconi, ma in base a quello che avrebbe potuto fare il mio giudizio è molto negativo.

Cosa l’ha delusa in particolare?
Tutto. Monti non ha fatto bene niente. Ha aumentato le tasse in maniera proditoria invece di tagliare le spese, aumentandole di colpo, e in maniera indiscriminata. La riforma delle pensioni è una finta riforma, e ci auguriamo tutti che quella del mercato del lavoro venga formalmente eliminata. La ministra Fornero ha partorito un mostriciattolo, ma in assoluto per Monti conta ciò che non ha fatto.

Cosa avrebbe dovuto fare e non ha fatto?
Avrebbe dovuto tagliare le spese per davvero, cominciando laddove è più importante tagliarle, seppur simbolicamente: nella burocrazia statale, e nel sistema dei partiti. È vero che con quel taglio di spese non si sarebbe recuperato più di mezzo punto di PIL, ma così il governo avrebbe indicato una strada.

Secondo Joseph Stiglitz l’Europa ha davanti a sé due strade: l’unione fiscale e bancaria, oppure l’ uscita dall’Euro di molti paesi dell’Unione. Cosa ne pensa?
Credo che Stiglitz debba occuparsi di altre cose, sta parlando a vanvera.

Un premio Nobel non è proprio l’ultimo arrivato.
Stiglitz è un premio Nobel perché ha scritto delle cose su «information asymmetry» e «moral hazard», di queste cose non capisce niente. Non si può fare l’unione fiscale tra 27 paesi con lingue, sistemi economici e sistemi politici totalmente diversi, l’unione fiscale può esserci in un governo federale. Stiglitz dovrebbe vivere qualche anno in Europa, così capirebbe la differenza con gli Stati Uniti. Il Missouri non sta allo stato di New York come il Portogallo sta alla Germania: sono due cose diverse.

La soluzione è l’uscita dall’Euro?
Certo che no, ma l’unione fiscale si può fare negli Stati Uniti, che sono un Paese, non in Europa, che non lo è. Anche la moneta unica è stata una fuga in avanti, perché avrebbero dovuto prima fare un sistema bancario integrato, un mercato comune vero, e poi l’unione monetaria. A maggior ragione l’unione fiscale adesso sarebbe solo un tentativo di mettere la toppa all’unione monetaria fatta troppo in fretta. Abbiamo già problemi di unità fiscale in Italia, figuriamoci se avessimo una tassazione comune da Amburgo a Caltanissetta.

L’Italia vive una situazione di stallo politico: Bersani dovrebbe farsi da parte affinché si desse l’incarico ad altri, oppure servono subito le elezioni?
Per carità, non è il caso di andare alle elezioni adesso, men che meno col porcellum. Non sono in Parlamento, quindi non ho nessun titolo per dire a Bersani cosa dovrebbe fare. Mi sembra, però, che l’unica soluzione sia un governo del Presidente, che sbrighi l’ordinaria amministrazione. Non lo auspico, ma mi sembra l’unica possibilità per fare una riforma delle due ali del Parlamento e nuova legge elettorale.

Le vostre idee hanno resistito alla débâcle di Fare? C’è una forza di questo Parlamento in grado di portarle avanti?
Vista la pochezza delle proposte fatte dai partiti, continuo a pensare che le idee di Fare siano l’unica maniera che l’Italia ha per uscire dalla crisi, e auspico che chiunque le possa portare avanti. In Parlamento, invece, penso che nel gruppo degli eletti di Scelta Civica ci siano delle persone capaci, che forse potrebbero collaborare con noi. Al momento stiamo riorganizzando il movimento, dopo la conflagrazione dovuta a Giannino, ma speriamo di poter lanciare presto delle leggi di iniziativa popolare.
 

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook