14 Aprile Apr 2013 0703 14 aprile 2013

Venezia, le librerie muoiono dove furono inventate

Le botteghe della Serenissima

Libreria Venezia Acqua

Oggi le librerie chiudono, un tempo aprivano. La Venezia del Cinquecento non è stata solo la capitale del libro (vi si stampava la metà dei volumi che si pubblicavano nell’intera Europa), ma era pure la capitale del commercio librario.

Dopo che Vasco da Gama arriva in India circumnavigando l’Africa (nel maggio 1498 tocca terra a Calicut, l’odierna Kozhikode), i portoghesi mettono le mani sulla più importante fonte della ricchezza veneziana: le spezie. La Serenissima deteneva il monopolio del commercio delle spezie dall’Oriente all’Europa e quando, nel 1504, le galee di San Marco tornano vuote dal Alessandria d’Egitto, in città lo choc è enorme, peggio che fosse stata perduta una guerra. Non è la fine, perché negli anni successivi le galee veneziane torneranno a riempire le stive col preziosissimo carico, ma l’inizio dello spostamento dell’asse commerciale dal Mediterraneo all’Atlantico.

Il patriziato veneziano, ovvero la classe mercantile che si è fatta classe di governo, percepisce il mutare del vento e disinveste capitali dal commercio per reinvestirli in altri campi. E uno degli investimenti privilegiati di quel periodo è un settore innovativo e in forte crescita che promette di svilupparsi sempre più nel futuro: l’editoria.

Si calcola che nel periodo di massimo splendore, nella prima metà del Cinquecento, operino a Venezia circa 150 stamperie. Molte di queste hanno la bottega annessa, e molte botteghe rivendono i prodotti delle stamperie. Sono decine e decine, e innervano le principali arterie commerciali della città, come le Mercerie, ancor oggi via dello shopping. E se oggi a percorrerle sono soprattutto turisti alla ricerca delle griffe più prestigione del made in Italy, al tempo i turisti cercavano libri.

Abbiamo notizia di autentici tour, come quello descritto dallo storico Marcantonio Sabellico (il beneficiario della prima forma di copyright) quando parla di due amici che si muovono dal fontego dei Tedeschi, ai piedi del ponte di Rialto, diretti a San Marco e non riescono ad arrivare alla meta, divorati dalla curiosità di leggere le liste di libri affisse al di fuori delle botteghe (fontego in veneziano voleva dire magazzino, il fontego dei Tedeschi – tutt’ora esistente – era il luogo dove alloggiavano, tenevano le proprie merci e gestivano gli uffici, i mercanti prevalentemente di lingua tedesca provenienti dall’Europa centrale).

Parte del materiale pubblicato è esposto all’esterno delle botteghe: sopra un paio di banchi si possono ammirare i frontespizi (e solo quelli, per scoraggiare i furti) di classici latini e greci (con una prevalenza dei primi sui secondi); di testi religiosi: Bibbie o commentarii; e poi stampe, vedute di città vicine e lontane, raffigurazioni di popoli che difficilmente nel corso della vita si sarebbero potuti incontrare; libri in lingue strane e lontane, ma parlate da parecchi visitatori di una città il cui melting pot può essere paragonato soltanto a quello dell’odierna New York: ecco opere in armeno, una Bibbia boema, un testo in glagolitico (l’alfabeto dell’antica Croazia medievale), un altro in cirillico e, naturalmente, visto che il ghetto di Venezia, istituito nel 1516, è il primo della storia, numerosi volumi in ebraico.

Consultabile sul banco esterno, o appeso allo stipite della porta, è quasi sempre presente il catalogo dei libri pubblicati e in vendita, in genere tre o quattro fogli piegati a metà uno dentro l’altro. Altri negozi di libri sono invece cartolerie, ovvero le botteghe dove si vendevano le opere manoscritte e l’attrezzatura necessaria per realizzarle: fogli di carta, boccette d’inchiostro, penne. Nell’era della stampa, i cartolai hanno semplicemente sostituito con i libri usciti dai torchi del tipografo quelli scritti sul banco dell’amanuense.

Ora guardiamo verso l’interno: ecco la vetrina, sovrastata da una tenda che protegge i libri da sole e pioggia, ma aperta, perché la tecnica per produrre lastre di vetro trasparente sarebbe stata affinata solo alcuni secoli più tardi (le finestre cinquecentesche sono formate da piccoli dischi di vetro uniti fra loro con legature in piombo). In vetrina, dove evidentemente il pericolo dei manolesta è minore, sono esposti libri interi, parte coricati in fogli sciolti, parte legati in volume e appoggiati aperti a un leggio, per renderne visibili le pagine.

Il libro resta ancora un prodotto d’élite, spesso costosissimo, e per impreziosirlo ci si avvale di miniatori che realizzano lettere maiuscole all’inizio dei capitoli, negli spazi lasciati bianchi dal tipografo, mentre i rubricatori disegnano le più piccole maiuscole all’inizio dei paragrafi all’interno delle pagine. Alcuni libri, poi, contengono incisioni xilografiche che per il loro contenuto hanno fatto inarcare più di un religioso sopracciglio, come la raffigurazione priapica all’interno del Polifilo (Hypnerotomachia Poliphili) di Francesco Colonna, o le sedici posizioni sessuali che illustrano i Sonetti lussuriosi di Pietro Aretino, opera stampata clandestinamente a Venezia nel 1527, autentica pornografia, agli occhi dei lettori del tempo.

L’interno appare diverso da come si presenta oggi una libreria. Il libro cinquecentesco viene venduto in fogli sciolti, è poi l’acquirente a farlo rilegare (ma anche miniare e rubricare) a proprio gusto. Alcune rilegature sono vere e proprie opere d’arte, realizzate con tessuti e metalli preziosi. Se il libro è destinato a un monastero la rilegatura sarà più semplice, in pergamena liscia, ma anche in questo caso rimane un notevole costo aggiuntivo rispetto al volume non legato. I plichi di fogli sciolti vengono impacchettati in carta azzurrina per essere conservati allineati e impilati sopra scaffali a muro, ognuno identificato dalla propria etichetta con titolo e autore.

Per la verità alcuni libri già rilegati ci sono, pochi e conservati in un settore ben identificabile della bottega. Costano il doppio della medesima edizione sciolta, tanto per sottolineare quanto una rilegatura possa incidere sul prezzo finale. Questi sono sì conservati in piedi, ma in senso opposto rispetto a quello odierno, così da rendere visibile il taglio e non il dorso.

L’aspetto dei libri alle pareti consiste in un omogeneo allineamento di fogli di carta, alcuni orizzontali, altri verticali. I singoli libri non vengono identificati e ritrovati sulla base della loro rilegatura, evidentemente considerata di nessun aiuto; spesso i volumi antichi hanno conservato fino ai nostri giorni l’indicazione del titolo e dell’autore impressa sul taglio. Il ruolo del libraio è fondamentale non solo per spiegare cosa il libro contenga, ma semplicemente per individuarlo ed estrarlo dallo scaffale. Quasi tutte le raffigurazioni delle botteghe librarie giunte fino a noi mostrano il proprietario intento a dare spiegazioni al cliente.

La plancia di comando della bottega è rappresentata dal banco: lì staziona il leggìo dov’è appoggiato il giornale su cui il titolare prende nota di ciò che gli serve e sopra il bancone si ritrovano anche svariati oggetti: il calamaio, la penna e quant’altro possa esser utile alla gestione quotidiana della bottega. I molti cassetti e cassettini consentono di tenere riservati contabilità e incassi, nonché di nascondere i fogli destinati a una visione ristretta (magari le opere provenienti dai paesi della Riforma protestante).

Come un capitano sul cassero della sua nave, il libraio dal banco sorveglia ciò che accade nella sua bottega e ascolta discretamente le conversazioni, evitando infrangere le regole della buona educazione. Ci sono giunte testimonianze di come le botteghe rinascimentali, luoghi d’incontro per intellettuali, risuonassero di chiacchiere, talvolta fin quasi ad assomigliare alle accademie.

La disposizione del materiale in vendita è fondamentale: per quanto il cliente possa essere allettato attraverso liste affisse in strada o con i banchi d’esposizione esterni, allora come oggi il potenziale compratore si aggira per la bottega occhieggiando sugli scaffali.
I tempi sono cambiati, le librerie sono in crisi dappertutto, ma a Venezia più che altrove: con 58.000 mila abitanti contrapposti a oltre 20 milioni di turisti, è facile capire verso dove vada il commercio veneziano.

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