15 Aprile Apr 2013 1535 15 aprile 2013

L’avviso di Draghi: «Tagli alla spesa, non nuove tasse»

Tra recessione & austerity, un messaggio anche al governo di Monti

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Mario Draghi torna ad attaccare i governi della zona euro per la loro inazione. E lo fa sul metodo del consolidamento fiscale attualmente in corso in diversi Paesi, da Grecia a Italia, passando per Spagna e Francia. Meglio tagliare la spesa pubblica piuttosto che aumentare le tasse. Un atteggiamento che, secondo il presidente della Banca centrale europea, è più favorevole alla crescita economica, il grande assente nella zona euro. Meno tasse, più riforme, più credito per le imprese: è questo il monito del numero uno della Bce. Una ricetta che però è difficile a far capire a molti governi.

Sono mesi che il presidente della Bce ricorda ai leader politici dell’eurozona quale dovrebbe essere il loro ruolo. Una delle frasi più ripetute è infatti che «la Bce non può sostituirsi ai governi». In altre parole, sono i singoli Paesi a dover proseguire con le riforme strutturali, senza le quali non sarà possibile fare preparare l’exit strategy dalla crisi. Non è una mera questione dicotomica fra austerity o stimoli fiscali. Parlando dall’Università di Amsterdam, il primo inquilino dell’Eurotower ha spiegato che, nonostante alcuni segnali siano positivi e per molti versi la situazione finanziaria dell’area euro sia migliorata rispetto all’anno passato, sono ancora tanti gli sforzi che i Paesi membri devono fare.

Il punto focale dell’intervento di Draghi è stato sulle sfide future dell’Unione economica e monetaria. Un percorso difficile, quello che attende l’eurozona. Le emergenze finanziarie non sono ancora terminate, la disoccupazione sta diventando una piaga sociale e il credit crunch è sempre più elevato, specie in Italia e Spagna. Eppure, ci sono motivi per essere fiduciosi che la strada sia quella giusta, ha detto Draghi. Secondo il numero uno dell’Eurotower, dopo i programmi di sostegno introdotti dalla troika (Commissione Ue, Fondo monetario internazionale e Bce) in Grecia, Irlanda e Portogallo, il consolidamento ha iniziato a funzionare. «Le dolorose misure adottate stanno cominciando a dare i primi frutti», ha specificato, con un chiaro riferimento al ritorno sul mercato obbligazionario dell’Irlanda.

Sul versante dell’accesso al credito, invece, rimangono le incognite più profonde. Draghi ha ricordato che la Bce era ed è pronta a far fronte all’emergenza delle piccole e medie imprese. Soprattutto nell’Europa periferica, Italia e Spagna su tutti, continua a essere difficile la condizione delle Pmi. Come ha sottolineato anche oggi una ricerca di Credit Suisse, l’accesso al credito rimane una delle barriere più dure da superare per le imprese. Colpa del fly-to-quality degli investimenti, dalla periferia verso il cuore dell’eurozona.

Le parole di Draghi sono l’emblema dell’attuale congiuntura macroeconomica. La ripresa economica stenta ad arrivare e al contrario delle previsioni dello scorso autunno, la luce in fondo al tunnel è sempre più lontana. Il monito di Draghi è indirizzato a quei Paesi, come l’Italia, che continuano a far fatica nel continuare il percorso di riforme strutturali volte a migliorare la competitività. Non è un caso che infatti Draghi abbia rimarcato che la precarietà di alcune economie è ancora elevata. «La maggior parte delle economie sotto stress dell’area euro hanno sofferto di una cronica perdita di competitività», ha detto Draghi riferendosi a quei Paesi che «stanno trovando più difficile e doloroso l’aggiustamento». Tradotto: l’austerity serve, specie in alcune situazioni di squilibri estremi.

Le prossime mosse della Bce saranno molto probabilmente indirizzate a migliorare la vita delle imprese. Come ha spiegato durante il suo intervento, l’economia della zona euro è basata sugli istituti bancari, dove «circa tre quarti dei finanziamenti alle imprese viene dalle banche». È per questo motivo che secondo il numero uno della Bce ha rimarcato che «se in alcuni paesi non prestano a tassi ragionevoli le conseguenze per l’economia sono gravi». Del resto, si tratta di un fenomeno registrato anche da Goldman Sachs e Morgan Stanley, le prime due banche che hanno analizzato la rottura del meccanismo di trasmissione della politica monetaria della Bce. Un fenomeno aggravato, nel caso dell’Italia, dal carico fiscale sempre più elevato. In altre parole, un circolo vizioso che deve essere rotto quanto prima.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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