20 Aprile Apr 2013 1150 20 aprile 2013

Guinea Bissau, il narco-stato dove fa tappa la cocaina

L’allarme degli Usa, dopo l’alleanza tra signori della droga e jihadisti

Guinea Cameroon Drug Bust

«L’Africa è bianca», scrive Roberto Saviano nel suo ultimo libro, ZeroZeroZero, ma il colonialismo non c’entra. Il bianco è quello della cocaina che invade i mercati di un continente dove cresce il numero dei consumatori, ma che ospita da qualche anno un nuovo grande hub: l’Africa occidentale - la Guinea Bissau, in particolare - è il centro in cui fa tappa la coca sudamericana, prima di sbarcare nei mercati europei.

Secondo l’Office on drugs and crime dell’Onu (Unodc), la Guinea-Bissau - 176esima nella classifica dello sviluppo umano stilata dalle stesse Nazioni Unite - è l’unico esempio al mondo di narco-Stato. Mentre in Afghanistan e in Colombia solo alcune regioni sono in mano ai signori della droga, qui è l’intero Paese ad essere un alveo sicuro per i trafficanti.

I motivi sono di facile comprensione. Anzitutto, la capitale, Bissau, dista circa 3.000 chilometri sia dal Brasile orientale che dalla Spagna, una distanza facilmente percorribile anche da aerei di medie dimensioni. La corruzione, abituale strumento di negoziazione per i narcos, è moneta corrente a quelle latitudini. Le pratiche di estradizione sono una materia pressoché sconosciuta.

George Wright, un americano in fuga dalla giustizia, condannato per omicidio e sequestro di persona, ha lavorato a lungo a Bissau come allenatore di basket. Il territorio guineense, ricco di baie, insenature e piccole isole, rende ancora più ostico il lavoro di doganieri e poliziotti, teoricamente impegnati nella lotta al narcotraffico, ma spesso allettati dalla prospettiva delle mazzette. Trasferire la droga oltre confine non è un’impresa, perché le frontiere sono estremamente porose.

La droga arriva all’aeroporto internazionale Osvaldo Vieira, omaggio all’eroe della liberazione dalla madrepatria portoghese, stipata in aerei come i Cessna e i Boeing 727, che possono trasportare più di dieci tonnellate. Oppure sbarca alle Isole Bijagos, un paradiso naturale, a due ore di nave da Bissau. Potrebbero essere un resort turistico per ricchi occidentali, le Maldive dell’Africa occidentale, e invece il loro nome si trova solo sulle carte d’imbarco dei cartelli sudamericani.

In Guinea-Bissau l’economia illegale supera quella legale. Le magre statistiche internazionale di un Paese noto soprattutto per le sue spiagge e per l’export di anacardi e legname - almeno fino a quando non verranno sfruttate a pieno le potenzialità dei giacimenti off shore di petrolio e gas - dovrebbero essere aggiornate tenendo conto di questo Pil sommerso.

Il colpo di Stato militare di un anno fa, alla vigilia del ballottaggio che avrebbe probabilmente incoronato l’allora primo ministro Gomez Junior, ha reso l’ambiente ancora più favorevole per gli investimenti dei narcos. Anzi, il presidente ad interim Serifo Nhamadjo, scelto nel maggio 2102, dopo un accordo tra la giunta golpista e gli oppositori - col placet della principale organizzazione regionale, l’Ecowas - è considerato vicino ai signori della droga.

Le ultime vicende hanno corroborato questa tesi. Lo scorso 5 aprile è stato arrestato Jose Americo Bubo Na Tchuto, ex comandante della marina guineense, ora contrammiraglio, il cui ruolo fu probabilmente la causa della rottura dell’accordo di cooperazione con l’Unione Europea in materia di sicurezza. Il militare, infatti, era finito sulla lista dei ricercati dalla Dea (Drug enforcement administration), l’agenzia anti-droga degli Stati Uniti. Bubo Na Tchuto è stato vittima di un’imboscata, al largo delle coste di Capo Verde, frutto di un’operazione congiunta di americani e capoverdiani. Portato sull'isola di Sal - a Capo Verde, quindi, non in Guinea Bissau - verrà probabilmente estradato negli Stati Uniti.

Secondo un documento giudiziario americano, svelato dalla Reuters, Nhamadjo sarebbe coinvolto in un traffico internazionale di armi e cocaina sulla rotta Sudamerica-Africa Occidentale. Gli Stati Uniti ritengono che Bubo Na Tchuto, assieme agli altri sei narcotrafficanti arrestati, intendesse trasportare in Guinea Bissau 4.000 chili di cocaina colombiana all’interno di un carico di equipaggiamenti militari. In cambio, i guineensi avrebbero spedito armi, compresi missili terra-aria, ai ribelli delle Farc, impegnati in Colombia a fronteggiare quotidianamente gli agenti della Dea. Gli americani sospettano che Nhamadjo avrebbe dovuto prendere parte attivamente al piano. Un agente di Washington rivela che al governo guineense sarebbe andato il tredici per cento dei proventi del traffico. Il presidente, attualmente in Germania per cure mediche, ha ovviamente negato qualsiasi addebito. Ma l’arresto di Na Tchuto, e i successivi sviluppi, dimostrano che le acque in Africa Occidentale si stanno muovendo.

L’allarme degli Stati Uniti è salito di tono, perché si è rinsaldata l’alleanza tra i signori della droga e gli jihadisti attivi nel Sahel, tra Mali, Mauritania e Algeria. I narcos pagano un pedaggio ai terroristi che mantengono il controllo di questa no man’s land, rafforzandone le finanze. Il passaggio della coca dai porti dell’Africa Occidentale all’Europa avviene infatti in vari modi. Ci sono i classici corrieri, che utilizzano gli aerei. E c’è una rotta via terra ribattezzata «Highway 10», dal numero del parallelo che attraversa Colombia e Venezuela, da una parte, Guinea Bissau e Nigeria dall’altra.

Adesso l’Highway 10 che parte da Bissau ed arriva fino ai porti del Mediterraneo non è più cosi sicura. L’intervento francese nel Nord del Mali, in un’area che rischiava – e tuttora rischia, se il network fondamentalista non verrà sradicato del tutto – di diventare il nuovo santuario del terrorismo internazionale, ha scompaginato i piani dei narcos. La presenza dell’armée, come sostiene Mathieu Guidère, professore a Tolosa, specialista di Islam, «crea un grande ostacolo al traffico di droga, armi e migranti nella regione, distruggendo il network attivo nell’area a Nord di Bamako».
Guidère quantifica nel dieci per cento la gabella che i contrabbandieri versano a gruppi come al-Qaeda nel Maghreb, più una quota addizionale nel caso di particolari servizi, come la protezione dei convogli.

La primavera araba prima e la guerra in Mali poi hanno cambiato lo scenario, costringendo i contrabbandieri a cercare rotte alternative. Ma la capacità di adattarsi alle novità, sottolineano gli esperti di intelligence, è uno dei tratti distintivi del narcotraffico. 

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