20 Aprile Apr 2013 1650 20 aprile 2013

Ma lunedì tocca ai mercati votare il Napolitano bis

Vi riproponiamo la nostra analisi post scrutinio

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L’ultimatum è fissato per lunedì. Poi saranno i mercati finanziari a dare il loro giudizio sul prossimo presidente della Repubblica, che è sempre Giorgio Napolitano, e su tutto quello che è successo nell’ultimo weekend. La speranza è che ci sia un segnale politico del Quirinale prima dell’apertura delle Borse, anche per capire in che modo può essere risolto lo stallo italiano. Ciò che preoccupa gli investitori sono le riforme: l’Italia deve andare avanti, senza indugi, sul percorso cominciato nel novembre 2011. Dopo aver messo in sicurezza il deficit pubblico e rinnovato il sistema pensionistico, Roma deve continuare al suo rinnovamento e contenere i danni. Nonostante la liquefazione del Partito Democratico e il populismo del Movimento 5 Stelle.

Sul piatto ci sono diverse opzioni per il nuovo mandato di Napolitano. Una delle opzioni è quella delle elezioni anticipate, anche se è quella meno probabile. I mercati finanziari potrebbe reagire in modo particolare, se Napolitano decidesse di scogliere le camere. Il calo nei sondaggi del Movimento 5 Stelle è visto come un elemento importante dagli investitori. Come ha spiegato Bank of New York Mellon se il nuovo presidente della Repubblica decidesse di chiamare al più presto gli italiani alle urne, è possibile che prevalga uno spirito di coesione nazionale verso i principali partiti politici, Partito Democratico e Popolo della Libertà, specie nel caso di un rinnovamento dei candidati alla presidenza del Consiglio. Nel breve termine la volatilità sui mercati obbligazionari potrebbe essere significativa, ma con una netta vittoria da parte di una forza politica potrebbe allentarsi velocemente. 

L’altra via percorribile è quella del governo di transizione. Un governo, quindi, capace di raccogliere le proposte del gruppo dei saggi e dedicato a traghettare il Paese verso il ritorno alle urne nel terzo trimestre dell’anno. Una soluzione che potrebbe essere la migliore in un ottica di lungo periodo, dice Nordea. Ma ci sono alcune insidie. Nel caso non fosse cambiata la legge elettorale il responso potrebbe essere negativo. Complice la struttura dell’attuale legge, l’ingovernabilità potrebbe potrarsi ancora molto. E le probabilità che i partiti dicano addio al Porcellum dipende soprattutto dagli stessi partiti. Un mutamento dello schema elettorale potrebbe essere quindi ben recepito dagli investitori, nel caso questo sia volto a dare una maggiore stabilità al Paese. 

Infine c’è la terza faccia della medaglia, cioè l’istituzione di un governo di larghe intese, con un presidente del Consiglio condiviso. Una strada tanto difficile da percorrere, ma che forse sarebbe utile a risolvere l’attuale situazione italiana. In questo modo Roma potrebbe continuare sulla linea delle riforme concordate con l’Ue e iniziate dal governo di Mario Monti. Si potrebbe così evitare che l’impasse politico abbia ripercussioni sull’economia reale, aggravando la recessione del Paese. Tuttavia, gli ostacoli per questa soluzione sono forse troppi, complice l’ostracismo di Beppe Grillo e Movimento 5 Stelle, la cui chiamata alle armi potrebbe essere deleteria per il Paese. 

Per ora il differenziale di rendimento fra i BTP decennali e i corrispettivi tedeschi di pari entità ha subito poche fluttuazioni. La volatilità è stata però contenuta dalle decisioni della Banca centrale europea (Bce), che nello scorso settembre ha creato le Outright monetary transaction (Omt), il meccanismo di acquisto di bond governativi a fronte di un memorandum d’intesa. Lo scudo anti-spread non è ancora stato attivato, ma questo è bastato per allentare la pressione su Italia e Spagna. Il processo di rinnovamento dell’assetto del’eurozona sta proseguendo e l’accordo politico sulla supervisione bancaria unica data in seno alla Bce va in questa direzione. Il lavoro però è ancora molto. 

Quello che succederà nelle prossime settimane in Italia sarà cruciale anche per il futuro dell’eurozona. Come ha ricordato nelle scorse settimane Morgan Stanley, dall’impasse politico italiano potrebbe nascere un nuovo focolaio di crisi. Allo stesso tempo, gli analisti della banca americana pensavano che Roma potesse uscire dallo stallo politico con l’elezione di un presidente della Repubblica forte, capace di prendere scelte coraggiose e impopolari. In questo modo l’Italia sarebbe stata una minaccia ridimensionata. Sarà Napolitano a dover raccogliere i cocci della politica italiana e, ancora una volta, salvare il salvabile. 

Analisi simile è quella di UBS, che non vede l’Italia come un motivo di preoccupazione per l’area euro. La banca elvetica considera però Roma come un crocevia fondamentale per la continuazione del sentiero che ha intrapreso l’eurozona per uscire dalla sua peggiore crisi. Senza il supporto dell’Italia dal punto di vista politico sarà difficile proseguire con i lavori che porteranno a una piena unione bancaria e verso l’integrazione fiscale. La preoccupazione è elevata. Oggi il segretario generale dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), Angel Gurria, non ha usato mezzi termini: “Nell’area euro la perdurante profonda recessione in Italia e in Spagna, così come la virtuale stagnazione in Francia, solleva seri dubbi sulla ripresa e rimane una minaccia per il raggiungimento degli obiettivi di risanamento dei conti e la stabilità del sistema finanziario”. Una minaccia che potrebbe non essere fugata dal nuovo (cioè vecchio) presidente della Repubblica.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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