28 Aprile Apr 2013 1332 28 aprile 2013

Roma, così si è scelto di uccidere la città

Lettera aperta ai candidati sindaco Medici, Marino e Marchini

Roma Sindaco

Vivo a Roma da quando sono nato, non ho mai vissuto in un’altra città che non fosse Roma, anzi, a dirla tutta, non ho mai stazionato più di due o tre settimane di seguito in un altro posto che non fosse Roma, per cui – come dire – le elezioni del sindaco mi riguardano. In tutti questi anni ho votato una volta sola con un senso di sfrontata convinzione: il mio primo voto, a diciott’anni da poco compiuti, per Renato Nicolini. Il resto delle volte: Rutelli (ballottaggio), Rutelli, Veltroni, Veltroni, Rutelli mi sono sempre turato un po’ il naso (per tapparmelo quasi del tutto e farmi mancare l’ossigeno per Rutelli 2008): questa cautela era dovuta all’impressione che la proposta dei sindaci di sinistra e centrosinistra andasse in una direzione di troppo timida trasformazione della città.

Roma dal 1993 è diventata una città indubbiamente più vivibile, ma sarebbe potuta diventare una città molto più vivibile, più giusta dal punto di vista sociale, meno ingovernabile; dall’altra parte avrebbe potuto essere – con i suoi quasi tre milioni di abitanti e i suoi 1300 km quadrati di estensione – ripensata completamente e trasformata in una metropoli. Non è accaduto, per motivazioni molteplici e complesse. Prima proverei a riassumerne alcune e poi ne vorrei sottolinearne una cruciale che voglio porre all’attenzione dei candidati sindaci – quelli presentabili.

Parto dalla mia ultima esperienza di campagna elettorale: per le elezioni a presidente della Regione, mi sono speso insieme a molte altre persone per Nicola Zingaretti. Da parte sua, dei partiti che lo appoggiavano, mi colpiva una prospettiva marcatamente diversa e ribadita fino a diventare uno slogan in più occasioni: «La cultura al primo posto nel programma». Molte volte, nel corso di questi anni, Zingaretti si è mostrato sensibile alle questioni dell’universo culturale romano e laziale – nei limiti delle possibilità di un assessore attento e preparato come Cecilia D’Elia che scontava la debolezza di un ente-cenerentola come la Provincia – fino a voler incontrare, per fare un esempio, i lavoratori di Cinecittà in sciopero o i lavoratori dell’editoria in crisi negli ultimi atti della campagna elettorale.
Per questo da quella che è stata praticamente l’unica vittoria del centrosinistra alle ultime elezioni mi sarei aspettato un coraggio molto diverso e sono rimasto interdetto – non sono stato il solo – dalla investitura di Lidia Ravera a assessore alla Cultura della Regione Lazio.

Una persona onesta, beninteso, che sarà affiancata da uno staff competente, beninteso, che magari sta imparando in fretta come funziona la macchina faticosa della politica, beninteso, ma che per molti versi a sua stessa detta è arrivata lì totalmente inadeguata a quel ruolo (nel 2008 candidata con la Lista Bonino si autodefiniva «una signora sabauda» che si scocciava a dare i volantini per fare campagna elettorale; una settimana fa rilasciava un’intervista a Paese Sera in cui formulava una serie di ottimi propositi ma faceva un serio scivolone con una dichiarazione di questo tipo: «Ho rinunciato alla mia libertà e alla mia vita da privilegiata per impegnarmi alla Regione Lazio, perché per 5 anni voglio provarci. Bisogna invertire questa tendenza vergognosa. Il mio è un grande sacrificio: il primo maggio di ogni anno parto per Stromboli e ci rimango fino alla fine di ottobre, da dove produco reddito seduta sul mio terrazzo. Se ho rinunciato a tutto questo deve valerne la pena»). Vorrei partire da quest’errore di scelta non certo per fare una battaglia ad personam ma per provare a ragionare su un errore di metodo (e per tentare anche un’autocritica).

Parto alla larga e pongo questa domanda: Quale è stata la grande mancanza nell’immaginare una Roma diversa negli ultimi anni? Un deficit mostruoso di esperienza della città. Quale è stata la seconda grande mancanza? La distanza polare tra gli intellettuali e i politici.

Cosa voglio dire con esperienza della città? Per anni ho preso alle 6.50 il trenino metropolitano che viene da Borgata Ottavia a Trastevere, per altri anni alle 7.05 ho preso quello che da Nuovo Salario va a Trastevere. Chi non è mai salito a quell’ora su quel treno non credo possa capire che cos’è Roma nel 2013. Un’eccezione costante. Una città divisa in due. Non a caso Beppe Grillo nel venerdì precedente l’ultimo comizio elettorale del febbraio scorso fece la mossa di prenderlo quel trenino dei pendolari che è l’ipostasi di una situazione perennemente emergenziale e sperequativa.

Cosa voglio dire con distanza polare tra intellettuali e politici? Da una parte gli scrittori, i registi, gli artisti se ne sono fregati di coltivare una conoscenza di tipo urbanistico, economico, amministrativo su Roma, si sono in modo estremamente colpevole deresponsabilizzati da un ruolo attivo, critico, personale dall’avere a che fare con quello che questa città diventava; dall’altra i politici hanno preferito affidarsi ai report degli staff e evitare di leggere un libro uno, di vedere un film uno che gli raccontasse una Roma diversa da quella che avevano in testa.
Il rimpianto per quello che poteva diventare Roma in questo senso è stato doppio: mentre gli abitanti di Roma hanno cominciato a spostarsi fino a Orte per i prezzi proibitivi delle case, creando di fatto una non-metropoli su un’area vasta praticamente quanto il Lazio, oggi Roma è di fatto una non-città divisa in due – un centro e una periferia che non si parlano perché praticamente non usano la stessa lingua.

Ci sono due interviste che metterei a confronto per spiegare quello che intendo. La prima è del 2009, la rilasciò l’allora sindaco Walter Veltroni all’indomani dell’uscita del suo romanzo, Noi. Non parlava ovviamente di politica, ma a latere diceva una cosa che mi aveva colpito quasi quanto la improvvida, ingenua dichiarazione di Lidia Ravera. Siccome Noi è ambientato a Roma Nord, Veltroni prendeva spunto per parlare anche di come era cambiata la sua città e diceva che il risultato di cui era più orgoglioso come sindaco era aver risistemato Villa Borghese cosicché anche lui, per esempio, ci poteva passeggiare in bicicletta con le sue figlie.

La seconda intervista è del 2010 ed è stata fatta da Francesco Raparelli a Walter Tocci per una free-press legata al centro sociale Esc. Tocci è stato vicesindaco di Roma fino al 2001 e a rileggere quest’intervista in cui parla di quella primavera dei sindaci targata ’92-’93 viene alla mente tutta una teoria di occasioni sprecate in questi anni dal Pds-Ds-Ps (Perché per rinnovare l’Italia può essere fondamentale amministrare bene le città). Sembrava allora che fosse possibile immaginare un’altra città, e del fatto che non sia avvenuto non per colpa di un destino avverso – a mia chiara memoria – l’unico politico di sinistra che più volte si è preso le responsabilità è colui che, pur governando, ha cercato di evitare che accadesse: proprio Walter Tocci. Mi ha colpito qualche giorno fa ritrovare il suo nome in due documenti diversi e fondamentali e che i candidati di sinistra dovrebbero leggere assolutamente e di cui vorrei parlare per il resto di questo pezzo prima di arrivare a delle conclusioni minime.

Il primo è una ricerca che ha redatto il Centro per la Riforma dello Stato. S’intitola Le forme della periferia (vedi pdf): Rintraccerete almeno un paio di elementi preziosi: a) la ricostruzione ormai possiamo dire storica dell’amministrazione capitolina di sinistra (1993-2008) intrecciata al calendario legislativo da una parte e alla trasformazione dei partiti dall’altra, utile per cercare di indagare le ragioni di uno scollamento tragico nella rappresentanza; b) il racconto degli interventi dal basso della comunità periferiche che si sono inventate altri modi di fare politica.

E veniamo al secondo documento, che è un libro. Bello, fondamentale, necessario, per una città che – nonostante venga ogni giorno iperraccontata dalla televisione, dalla cronaca, dalla sociologia d’accatto – è oggetto raramente di uno sguardo sintetico. L’ha scritto Francesco Erbani, l’ha pubblicato Laterza, e s’intitola Roma. Il tramonto della città pubblica (190 pagine, 12 euro). È un libro che chiunque vive a Roma è bene che legga, figuriamoci chi vuole fare il sindaco. Ma intanto l’ho radiografato per voi estraendone le principali informazioni da tenere presente in vista di queste elezioni. Allora iniziamo l’elenco:

1. Roma ha troppe auto. È la città con più motorini e più macchine d’Europa, in rapporto alla popolazione. Una proporzione di 978 veicoli a motore per 1.000 abitanti (compresi vecchi e neonati) contro i 398/1.000 di Londra, i 415/1.000 di Parigi e 621/1.000 di Barcellona.
2. Roma ha troppe case nonostante da un punto di vista demografico non cresca così tanto. Dal 2000 un incremento dello stock edilizio del 1,4% (per Milano è lo 0,7%).
3. Roma ha una grande tradizione di abusivismo edilizio. Negli anni Settanta, secondo Borgate di Roma di Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta, circa 830.000 romani vivevano in case abusive.
4. Roma ha una grande tradizione di eccezioni alla regola. A pochi mesi dalla fine della sua legislatura il sindaco Alemanno stava per fare approvare, se non ci fosse stata una strenua opposizione anche con occupazioni dell’aula consiliare, 64 delibere in deroga al Piano regolatore del 2008 per consentire costruzioni per un totale di 25 milioni di metri cubi.
5. Roma ha un grande debito, circa 9 miliardi di euro; scarsissima liquidità, e in modo paradossale dichiara per acquisite anche le entrate delle multe che non sono state fatte, creando in questo modo – invece di infrastrutture risolutive – quasi un assurdo stato di ansia poliziesca nella creazione di illegalità stradale da monetizzare.
6. Il progetto veltroniano delle 18 centralità che avrebbero dovuto dar vita a una città decentrata si è rivelato a oggi un fallimento. I casi di Porta di Roma da una parte o dell’Università di Tor Vergata dall’altra mostrano delle colate di cemento isolate dal contesto urbano.
7. La ragione di dove costruire le centralità (16 milioni di metri cubi di costruzioni) non è stata determinata dalle esigenze della città, ma hanno coinciso alla perfezione o quasi con alcune grandi proprietà immobiliari i cui valori in questo modo schizzavano alle stelle: Bufalotta-Porta di Roma e Fiera di Roma erano dei fratelli Toti e di Parnasi, Anagnina-Romanina di Sergio Scarpellini, Ponte di Nona di Francesco Caltagirone, Acilia-Madonnetta di Pirelli Real Estate, etc…
8. Roma è una città in mano ai costruttori privati. Da sempre, pare. Nell’intervista che che viene citata anche da Le periferie di Roma, Ettore Scola ricorda come costruire il personaggio di Aldo Fabrizi di C’eravamo tanto amati, vecchissimo, ormai solo e disabile, che urlava roco a Vittorio Gassman: «Io non moro» mostrasse anche che l’unica continuità storica che Roma ha avuto è quella della speculazione edilizia.

9. In nome di una sudditanza nei confronti dei costruttori sono falliti anche quei compromessi che si chiamano Programmi di Recupero Urbano, secondo i quali dal 2006 in avanti si individuavano i quartieri di edilizia popolare che nonostante fossero stati creati pochi anni prima, erano privi di servizi e mostravano crepe, e per i quali il Comune concedeva ai privati nuovi permessi di costruire in aree definite non edificabili in cambio di soldi per fare strade, biblioteche, scuole, e altri servizi mancanti.
10. Porta di Roma doveva essere una specie di quartiere modello, una specie di Eur, con laghetti e piste ciclabili, uffici dirigenziali, infrastrutture all’avanguardia. (I video promozionali dicono robe avveniristiche, tipo «a pochi minuti dall’aeroporto di Fiumicino e Ciampino». Ad oggi è una selva di palazzine e nient’altro. Questo è dovuto anche a quello che accade il 10 ottobre del 2007 quando il Comune di Roma approva una delibera per far cambiare destinazione d’uso a circa metà dei due milioni di metri cubi destinati a Porta di Roma, per costruirci altre case. In cambio si fa dare 85 milioni di euro che dovrebbero servire a una metro B allungata per cui però ne servirebbero 600 e che quindi è ancora è un fantasma.

11. Un altro compromesso al ribasso con cui si è fatta speculazione edilizia a Roma è quello dell’housing sociale. I costruttori – per avere più facili permessi – destinano una parte dei metri cubi edificabili a case dai prezzi calmierati. Se in altri Paesi questa è una formula moderna di edilizia popolare, perché le proporzioni di questo uso è consistente, a Roma è ridicolo: l’8%.
12. Roma è, nonostante il recente piano regolatore, una città senza urbanistica. In cui sono paradossalmente aumentate sia l’emergenza abitativa sia la quantità di città cementificata, che si è mangiata in modo feroce l’agro romano.
13. Il desiderio dei costruttori di continuare a edificare si spiega anche con il vantaggio che a questi prezzi per chi vende c’è guadagno anche se si vende un alloggio su tre.
14. Nel 2012 il sindaco Alemanno ha definito il suo approccio alla crisi economica e al tentativo di contrastarlo attraverso l’investimento nell’edilizia proprio “moneta urbanistica”: quale politica utilizzare per rimpinguare le casse del Comune? La sistematica concessione di nuovi permessi per costruire dati in contraccambio di microelargizioni.
15. Roma è una città pianificata, gestita in modo follemente emergenziale attraverso il grimaldello dei Grandi Eventi o della Protezione civile: i mondiali di nuoto sono stati l’occasione per esempio per progettare opere mai compiute che si sono rivelati buchi neri dell’amministrazione capitolina.
16. Il centro storico di Roma è un luogo che è stato progressivamente svuotato da chi ci abitava, reso un non-luogo turistico e una specie di residence diffuso per l’immenso esercito di lavoratori della politica, 20.000 persone circa. Chi ci guadagna? Sempre qualche costruttore: tipo Scarpellini che fa pagare caro al Comune l’affitto di palazzi che comprò a prezzi convenienti qualche anno fa.
17. La stragrande maggioranza dei soldi che i privati forniscono al Comune vanno in opere di cui il Comune non ha deciso e la cui utilità pubblica è misteriosa.
18. Un altro fallimento delle amministrazioni comunali suddite delle brame dei costruttori si chiama “compensazione”. Si compensa con nuove concessioni chi ha acquisito un diritto di edificare, senza contare i bisogni della città.
19. Roma ha 41 chilometri e mezzo di metropolitana, contro i 200 di Parigi, i 460 di Londra, ma anche gli 84 di Milano. Perché è così difficile progettare e costruire metro a Roma? Perché per come continua a essere costruita Roma, è una città slabbrata, con aree molto dense e altre pochissimo dense, che si continua a spostare verso la campagna. Ha senso inseguire con le costosissime metropolitane questi insediamenti sempre più lontani e isolati?
20. A Roma il 52% delle persone usa la macchina, il 15% la moto, il 27% il mezzo pubblico. Il traffico fa perdere di media un miliardo e mezzo annuo di Pil, oltre tutte le ricadute negative su salute etc…
21. Roma è una città infinita. La mancanza di idea di cosa può essere e può diventare una città e la progressiva “polverizzazione” dell’abitatività romana fa crescere esponenzialmente il problema del traffico. La città cresce dove non ci sono servizi e non cresce dove ce ne sono: si è investito a Porta di Roma che non è servita da una metro invece che a Ponte Mammolo, per dire. Il perché si collega, si è capito, alla proprietà dei terreni edificabili. I terreni di Ponte Mammolo non sono dei Toti come quelli di Porta di Roma.
22. Roma è una città che va pianificata, ora. L’ultimo sindaco che l’aveva capito e che provò a contrastare in modo fermo il dominio dei palazzinari fu Luigi Petroselli. L’ultimo politico che si è reso conto in modo organico come soltanto attraverso un intervento sistematico si poteva cambiare qualcosa a Roma è stato Walter Tocci, che ha insistito fin dove possibile su una cura del ferro. Il rapporto tra quanti si spostano a piedi e con i mezzi pubblici e quanti si spostano in macchina: questo è il vero indice di discriminazione tra centro e periferia.
23. Roma è una città classista. Prendete due quartieri attaccati come la periferia brulla di Torre Angela con il comprensorio-prigione di Torre Gaia. Dice l’urbanista Caudo: «Roma per molti aspetti in molte sue parti non è più una città, bensì un territorio urbanizzato che in alcune direttrici è ormai senza soluzione di continuità con l’abitato dei comuni vicini. Un territorio formato da isole, frammenti, appendici, propaggini, sacche, strisce… che in mancanza di una vera struttura si organizzerà in ghetti (dove saranno confinati i meno abbienti) ed enclave (dove andranno a rinchiudersi i più abbienti). È un modello costoso e dispendioso da ogni punto di vista: ecologico, sociale e per il funzionamento dei servizi e delle infrastrutture. Si è scelto in sostanza di uccidere la città».
24. Occorrerebbe, è chiaro a molti e da molti anni, andare in una direzione simmetrica a quella adottata finora dalle politiche urbanistiche romane: varare un Piano di riuso e di rigenerazione del costruito, un Piano che venga incontro al bisogno di utilizzo e non alla rendita fondiaria.

Perché inanellare questi dati e queste considerazioni al limite del didascalico? Perché l’errore che la sinistra non deve fare a questa tornata elettorale è quello di consentirsi un deficit di conoscenza. È necessario che gli assessorati siano affidati a persone che hanno competenze multidisciplinari e che le integrino il più possibile. Non è pensabile che chi si occupa di welfare non sappia nulla di urbanistica, e chi ha la delega allo sport non abbia rudimenti dell’ecosistema floreale o faunistico di Roma.

È necessario che i politici eletti abbiano un’idea di città, complessa, storicizzata, visionaria, immaginativa. Non è un caso che sia stato un architetto e urbanista come Renato Nicolini a inventare l’ultima idea di città che ancora oggi ricordiamo. È compito di questi politici di studiarsi ora saggi di storia dell’urbanistica imprescindibili, partire dai lavori storici come Roma moderna di Italo Insolera e arrivare a quelli di Paolo Berdini, e di vedersi film, di leggere romanzi, reportage che diano conto delle autonarrazioni di questa città. Che leggano Walter Siti, Eleonora Danco, Tommaso Giagni, Elena Stancanelli, Francesco Pacifico, Amara Lakhous, Tommaso Giartosio, Maurizio Cotrona… E la smettano di citare Pasolini come nume tutelare per comprendere cos’è Roma. Pasolini è morto 37 anni fa, e la sua città non esiste più: ce n’è un’altra che non si conosce e non si vuole conoscere.

Questa proterva ignoranza, questa irresponsabilità fatta passare per nonchalance, la simboleggiava bene quel Nanni Moretti che in Caro diario va a vedere per la prima volta in vita sua Spinaceto, butta là un paio di frasi sarcastiche e dopo un secondo fa marcia indietro. Quell’inversione è la ritirata di tutti gli intellettuali che invece di fornire alla politica conoscenze, interpretazioni, modelli al passo con le trasformazioni, hanno preferito che il mondo rimanesse diviso così: un centro e una periferia, sperando che non gli toccasse la parte peggiore.

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